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Questa drag ‘cholita’ sfida gli stereotipi di genere e del folklore nelle periferie dell’Argentina

Fermo immagine da “Ramita Seca”. Il video è stato prodotto da Elisa Portela su YouTube, e coreografato e interpretato da “Bartolina Xixa”, personaggio drag ispirato all’estetica indigena delle Ande.

Nel mezzo di un grande cumulo di rifiuti, circondata dalla nebbia, una figura con un'ampia gonna rosa pastello e lunghe trecce balla una vidala [es, come i link successivi salvo diversa indicazione], una forma di poesia tradizionale accompagnata da musica, tipica del folklore argentino.

È Bartolina Xixa, il personaggio “drag folk” andino creato da Maximiliano Mamaní, che rivaluta il folklore dell’Argentina settentrionale da una prospettiva di genere e mira a decolonizzarlo con un focus sulle popolazioni indigene.

Nel suo lavoro più recente, “Rametto Secco, la Colonialità Permanente”, l’artista ha scelto come location la discarica a cielo aperto di Hornillos, situata nella Quebrada di Humahuaca [it], una regione dichiarata dall’UNESCO patrimonio culturale e naturale dell’umanità nel 2003.

La vidala è ricca di simbolismo. Composto dalla cantautrice Aldana Bello, il testo esplora la questione dello sfruttamento minerario e delle atrocità perpetrate contro le comunità indigene:

Esta vidala que canto / Sangra de pena y dolor / Las injusticias de siglos / Siguen en pie y con ardor […] En zona andina hay mineras / Contaminan la ilusión / El agua, la tierra y todo / Lo que anda a su alrededor

Questa vidala che canto/ Sanguina di pena e dolore/ Le ingiustizie dei secoli/ Sono ancora in piedi, e con ardore […] Nella zona delle Ande ci sono [compagnie] minerarie/ Che inquinano i sogni/ L’acqua, la terra, tutto/ [Tutto] ciò che le circonda

Mamaní è nato a Jujuy, situato nell’estremo nord-est dell’Argentina, ed è cresciuto nella vicina regione di Salta. Studia Antropologia all’Università Nazionale di Salta e lavora come professore di danza popolare.

Con Bartolina Xixa, Mamaní sfida gli stereotipi che si trovano nell’arte popolare, dove i ruoli di genere perpetuano le strutture binarie che escludono una gamma più varia di identità. Come fa notare Mamaní in un'intervista per il sito argentino VOS:

Hago danzas folklóricas argentinas, peruanas y bolivianas. Me gusta la música popular, por eso me surgió la necesidad de reflexionar sobre el folklore y pensar que a mí, como marica, se me negaba la posibilidad de mostrarme a la hora de construir una coreografía y armar una pareja de baile…

Io ballo danze popolari argentine, peruviane e boliviane. Mi piace la musica popolare. Per questo ho sentito la necessità di riflettere sul folklore e sulla mia posizione in questo contesto come uomo gay, siccome mi veniva negata la possibilità di esprimermi quando arrivava il momento di creare una coreografia e creare una danza di coppia…

E aggiunge:

Me di cuenta de que a muchas personas les pasa lo mismo porque el folklore está pensado desde una lógica heterosexual. Se le dan ciertos atributos a los varones, a los gauchos, como la fuerza, la firmeza y el galanteo. Es el que dirige. Las mujeres, en tanto, son sumisas, complacientes.

Mi sono reso conto che la stessa cosa stava succedendo a molti altri, perché il folklore è stato progettato da un punto di vista eterosessuale. Alcune caratteristiche vengono attribuite alla figura maschile, al gaucho [it] [per esempio], come la forza, la fermezza e l’essere galante. Lui è quello che guida. Le donne, nel frattempo, sono remissive e compiacenti.

Omaggio ad una eroina aymara

I quesiti sociali che si pone Mamaní non sono limitati al mondo del folklore: affrontano anche le tendenze che dominano l'estetica globale con cui ci si approccia al drag, un'estetica che l'artista afferma essere legata agli stereotipi delle nozioni del femminile presenti nella cultura occidentale.

Il suo personaggio drag è un discostarsi da queste tendenze. Ispirandosi a Bartolina Sisa Vargas, capo aymara che si ribellò contro l'impero spagnolo e fu in seguito catturata, torturata e assassinata a La Paz, in Bolivia, nel 1782. Mamaní rende omaggio a questa donna andina, la “cholita“, ovvero “una donna che fatica duramente, capo della sua casa, che va a lavorare ogni giorno e ha legami con la sua famiglia, la sua comunità, i suoi antenati, le sue tradizioni.”

Bartolina Xixa durante una presentazione a Buenos Aires, nel giugno del 2018. Foto di Elisa Portela, usata con autorizzazione.

In un episodio del podcast “Relatos Disidentes”, ovvero “Racconti Dissidenti” (dal portale VóVè con base a Salta), Mamaní descrive il suo personaggio:

Suelo decir que le presto mi cuerpo a Bartolina Xixa. [Un personaje que] nace por la urgencia de poder pensar otras formas de hacer folclore, otra forma de entender identidades que me vienen atravesando y que vienen atravesando a un colectivo.

Di solito dico che presto il mio corpo a Bartolina Xixa. [Un personaggio che] nasce dall'urgenza di poter pensare altri modi di fare folklore, un altro modo di comprendere le identità che attraversano la mia esperienza e che attraversano l'esperienza di una collettività.

Sfidando la costruzione della mascolinità argentina e le “norme LGBT”

L’attivismo e la militanza di Mamaní fanno appello ai social network, specialmente Facebook e Instagram; attraverso questi mezzi si trasmettono i suoi messaggi provocativi. L’esempio migliore è un post su Facebook noto come il “bacio gay”, che è diventato virale sulla piattaforma nel novembre 2018.

Mamanì ha condiviso il post nel pre partita del match tra le squadre di calcio Boca Juniors e River Plate, conosciuto come il “Super classico”. Nel post si vedono foto di Mamaní che bacia un altro uomo davanti al convento di San Bernardo a Salta, con indosso magliette delle due squadre rivali. Lui l’ha definito il “super classico bacio gay”:

In un estratto del testo contenuto nel post, leggiamo:

El super clásico beso Marica, Somos negros, somos villeros, somos del interior de Argentina, somos pobres, no somos el esteriotipo de cuerpo esbelto, somos los rostros negados por la colonialidad, SOMOS MARICAS, empoderadas y subalternas, alejadas del “clásico” gay estereotipado. […] Transitamos nuestra vida en los espacios y en la memoria que siempre son acallados por la heteronorma y la LGBTnorma. […] Un clásico argentino no es un BOCA Y RIVER, un clásico argentino es ver cómo nos estigmatizan, nos insultan, nos expulsan, nos odia, nos matan.

Il super classico bacio gay. Siamo neri, veniamo dalle baraccopoli, veniamo dalla campagna, siamo poveri. Non abbiamo un corpo stereotipico e slanciato, siamo i volti rinnegati dal colonialismo, SIAMO GAY, potenti e subalterni, lontani dello stereotipo del “classico” [uomo] gay. […] Viviamo la nostra vita in spazi e memorie che vengono sempre zittite dalle norme etero e dalle norme LGBT […] Un classico argentino non è BOCA contro RIVER. Un classico argentino è vedere che siamo stigmatizzati, insultati, espulsi (dalle nostre terre), odiati, uccisi.

Il post ha ricevuto ogni tipo di reazioni e commenti, che esprimevano sostegno, rifiuto, ridicolo, ammirazione, amore e odio da parte degli utenti. Global Voices ha parlato del post con Mamaní via WhatsApp:

Una cosa interesante fue la de atacarnos diciendo que no éramos argentinos. […] Lo que querían decir era que el rostro de la argentinidad es blanco, es heterosexual, y no tiene atributos morenos, indígenas, ni de diversidades sexuales.

Una cosa interessante è stata vedere come ci attaccavano dicendo che non eravamo argentini. […] Quello che cercavano di dire è che il volto dell’Argentina è bianco, eterosessuale e non ha caratteristiche nere o indigene, come non ha alcuna diversità sessuale.

Mamaní ha riconosciuto di essere cauto quando pubblica qualcosa sui social network, consapevole di come i post lo espongano ad attacchi e intolleranza. Ma non lascia che gli attacchi e le critiche negative interferiscano col suo obiettivo principale: diffondere il suo impegno artistico attraverso il personaggio drag Bartolina, nello spirito di un attivismo ambientale, sociale, politico e di genere.

Mamaní sottolinea anche di essere costantemente messo alla prova nel contesto della scena drag e delle comunità LGBT in Argentina: con il suo modo di esprimere diversità da una “prospettiva periferica” (lontana dei centri di potere urbani), con il suo scegliere un personaggio drag che si rifà all’estetica della cultura indigena Boliviana, mette in discussione anche i loro schemi.

No es lo mismo ser un gay blanco de una ciudad que un gay moreno, con un cuerpo no estandarizado [según los cánones de belleza dominantes], con rostro indígena, que vive en una comunidad alejada de toda la cultura capitalista. [Ser] gay, pobre, trabajador… todo eso va a diferenciar las construcciones.

Non è la stessa cosa essere un gay bianco di città o un gay marrone con un corpo non conforme [ai canoni di bellezza dominanti], con una faccia indigena, che vive in una comunità lontana da tutta la cultura capitalista. Gay, povero, della classe operaia… tutti questi tratti definiscono e differenziano le [nostre] strutture [sociali ed esperienziali].

 

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