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“Se le grandi aziende tech non risolvono il problema per noi, possiamo farlo da soli”

Foto di Kevin Harber, utilizzata con licenza CC BY-NC-ND 2.

Nota dell’editor: il seguente testo è stato scritto nel quadro di una campagna sui social media [en, come i link successivi], mirata a promuovere la diversità linguistica online e organizzata con la collaborazione di Rising Voices. Il post è stato creato a partire da una serie di tweet, messi insieme grazie all’app Thread Reader, quindi organizzati e rivisti per la pubblicazione.

Parlo spesso di mio nonno, che ora ha circa 92 anni e che sa leggere e scrivere in yorùbá, ma non in inglese. Ha condotto una vita di successo come orefice e ha abitato in varie zone della Nigeria.

Spesso penso a lui quando rifletto su questioni di inclusione nella tecnologia linguistica di oggi. Molte volte vado a casa sua e devo aiutarlo a far funzionare il suo cellulare, a recuperare vecchi messaggi o a reagire a qualche comando del telefono.

In questa casa e nell’ufficio di mio padre ho visto per la prima volta i telefoni rotativi, all’inizio degli anni ‘90. Quindi il problema non è che mio nonno non avesse mai visto o usato un telefono prima. Ma i cellulari e le loro caratteristiche tecniche pongono nuove difficoltà.

Come per la maggioranza delle persone che hanno il privilegio di essere abili sia con il web che con la lingua inglese, è facile per me respingere la costernazione dei più anziani per le nuove tecnologie. “Perché non riescono a capirle?” Ma, facendo un passo indietro, si può vedere il problema; e le opportunità.

Strumenti come la lettura automatica e il riconoscimento vocale sono stati creati per risolvere difficoltà come queste: dare alle persone la capacità di usare i loro apparecchi nella maniera più intuitiva possibile, attraverso azioni naturalmente umane come parlare e ascoltare. Ma cosa succede se queste persone non sanno parlare o comprendere l’inglese? Non è una domanda che molte ditte focalizzate sull’Africa amano porsi, forse anche perché ci sono svariate voci delle classi medie che dicono loro: “Noi parliamo tutti inglese. Perché porsi il problema?”

La mia impressione è che, nonostante l’inglese sia utilizzato da decenni come veicolo dell’istruzione, la dura realtà è questa: milioni di persone ancora non parlano inglese, o comunque non lo parlano con la competenza richiesta per usare gran parte dei moderni strumenti tecnologici.

Una volta ho raccontato di un’occasione, ad uno sportello bancomat nella città di Lekki, in cui un giovane di circa trent’anni non capiva cosa il computer intendesse quando gli diceva di non poter erogare denaro “in multipli di 500” o qualcosa del genere.

Probabilmente sarebbe stato servito meglio in lingua igbo.

Tuttavia, al momento, non esiste nessuno sportello bancomat che funzioni correttamente in una lingua nigeriana. E nessuno che si possa usare con comandi vocali, sebbene questo forse non sia un problema limitato alla Nigeria. In ogni caso, possiamo aspettarci che le grandi aziende tech non risolveranno il problema per noi. Possiamo farlo da soli.

Immaginate se si potessero usare telefono, bancomat o altro in una lingua nigeriana. Mio nonno e milioni di altre persone avrebbero il potere e la capacità di partecipare alla vita moderna. Pensate alle possibilità di inclusione finanziaria. Chi metterebbe i suoi soldi in banca se non avesse modo di prelevarli con facilità?

Esistono strumenti per persone disabili che trarrebbero beneficio da una infusione di lingua locale. Un telefono capace di leggere i messaggi ad alta voce può aiutare una persona cieca che non parla inglese, eccetera. In breve, moltissime opportunità. La maggior parte delle start-up locali non è convinta che questo tipo di investimento possa dar loro profitto; a questo è dovuta la scarsità di organizzazioni impegnate a risolvere il problema. Non chiedetemi perché il governo non stia sovvenzionando ricerche in questa direzione. Non lo so neanch’io.

Così, noi facciamo quello che possiamo, quando possiamo.

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