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Un decreto del Presidente Bolsonaro potrebbe sospendere l'indagine sulle vittime della dittatura militare brasiliana

Spettacolo teatrale “Común” (Comune), messo in scena da Grupo Pandora, che affronta il tema delle vittime della dittatura. Foto di Luh Silva usata dietro sua autorizzazione.

Questo articolo, scritto da Jéssica Moreira, viene qui riproposto grazie a un accordo di condivisione dei contenuti con Global Voices.

Fu Antônio Eustáquio, 73 anni, nominato amministratore del cimitero Dom Bosco a Perus, un quartiere nord orientale della città di San Paolo in Brasile, a scoprire una fossa comune clandestina [pt, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] costruita nel 1976, e di cui non esisteva traccia nei registri.

Qualche anno più tardi, nel 1990, il governo brasiliano rese pubblica la notizia dell'esistenza di una fossa comune che conteneva i resti umani di 1049 persone, tra cui di indigenti, prigionieri politici della dittatura militare (1964-1985) e vittime di episodi di violenza perpetrati nello stesso periodo.

Nel maggio 2019, la fossa è tornata far notizia, dopo che il Presidente Jair Bolsonaro ha pubblicato il Decreto federale numero 9.759/2019 che stabilisce lo scioglimento dei consigli e delle commissioni civili. Il provvedimento potrebbe interessare anche il GTP (Grupo de Trabajo Perus), che dal 2014 sta indagando sui resti umani trovati nella fossa comune del cimitero Dom Bosco.

Il governo federale nega di aver intenzione di sciogliere il gruppo. Consultato da Agência Mural, il ministero per la protezione delle donne, delle famiglie e dei diritti umani ha dichiarato anzi di voler sostenere la Commissione speciale che indaga sulle vittime della dittatura e sui desaparecidos. In una dichiarazione, il ministero ha infatti riaffermato l'importanza del lavoro svolto dal gruppo nel garantire il rispetto degli obblighi umanitari e legali che permetteranno alle famiglie di esercitare il loro diritto di dare una sepoltura ai loro cari ed elaborare il lutto.

Tuttavia, il lavoro di GTP dipende da un accordo di cooperazione con l'Unione che deve essere rinnovato. L'attuale accordo, che vede come firmatari anche Unifesp (Università Federale di San Paolo) e la Prefettura di San Paolo, è scaduto nel marzo 2019 e il nuovo accordo è ancora in fase di approvazione.

Visita della popolazione di Perus all'Istituto forense. Foto di Carla Borges usata dietro sua autorizzazione.

Il lavoro finora svolto da GTP ha permesso di identificare i resti di Antonio Casemiro e Aluísio Palhano Pedreira Ferreira, entrambi assassinati nel 1971 da agenti della dittatura militare brasiliana. In precedenza, grazie alla collaborazione con Unicamp (Università statale di Campinas), GTP era riuscito a identificare 12 persone.

Tra il 2014 e il 2016, Carla Borges, 36 anni, è stata la coordinatrice del diritto alla memoria e alla verità della segreteria per i diritti umani e civici della capitale, nonché una delle persone che ha gestito i rapporti tra GTP e la popolazione di Perus.

In questo ruolo ha organizzato visite all'Istituto forense e si è coordinata con artisti locali perché creassero il più grande muro con graffiti del quartiere, alla cui realizzazione hanno partecipato più di cento graffitari grazie al progetto Perusferia, il cui obiettivo era rappresentare le diverse violazioni dei diritti umani sui muri del cimitero Dom Bosco.

Secondo Carla, il decreto presidenziale è motivo di apprensione. “Per me, si tratta di attacchi diretti a quei pochi e già fragili spazi di partecipazione sociale che prima la gente aveva e alle indagini portate avanti per accertare i fatti e le violazioni dei diritti umani compiute dallo stato brasiliano durante il periodo della dittatura militare”.

Secondo Marina Di Giusto, membro di GTP Perus, il Presidente della Repubblica non ha i poteri per sciogliere il gruppo, che è stato costituito in virtù di un accordo di collaborazione. Sottolinea però che il lavoro potrà continuare solo se l'accordo di collaborazione tecnica viene rinnovato e se vengono rinegoziati nuovi contratti per le perizie. “Anche se il governo non ha il potere di sciogliere GTP, può comunque intralciare il suo lavoro”, ci dice.

Quando fu aperta la fossa clandestina, Rogério Tretin, oggi quarantenne, era un giovane studente che viveva a 3 km dal cimitero. Ricorda ancora il clamore suscitato dal ritrovamento dei resti umani. “Ho visto arrivare la stampa, ma anche padri e madri che pensavano di ritrovare i resti dei figli scomparsi durante la dittatura”.

Oggi Rogério è un professore di storia e pensa che il governo stia tentando di nascondere la presenza di altri resti umani, probabilmente proprio sciogliendo il gruppo di lavoro. Durante il suo lavoro come insegnante, si dedica a presentare una narrativa molto diversa da quella ufficiale per cercare di far comprendere meglio ai suoi studenti la realtà del quartiere. Secondo lui, affrontare queste tematiche in classe permette agli studenti di ampliare le loro conoscenze, infrangere i paradigmi unilaterali e adottare un approccio più partecipativo al loro quartiere.

La storia di questa fossa comune è stata divulgata anche usando le strade e gli spazi culturali del quartiere, grazie dal lavoro della compagnia teatrale Grupo Pandora, la Comunità culturale di Quilombaque e il Centro per i diritti umani Alberto Pazini.

Dal 2018, Pandora presenta lo spettacolo teatrale “Común”, che narra la storia della fossa comune da più punti di vista: quella dei carnefici, dei militanti e delle famiglie dei desparacidos.

“Una memoria che è rimasta nascosta per tanti anni non può essere nuovamente sepolta”, afferma l'attrice Caroline Alves, 19 anni, che è cresciuta ascoltando le storie sulla fossa comune. “GTP deve continuare il suo lavoro per dare di fatto il diritto alle famiglie di seppellire dignitosamente i loro cari e impedire la costruzione di altre fosse comuni”.

Quilombaque organizza la passeggiata “Mai più dittatura”, un percorso che passa per il cimitero Dom Bosco. Foto di Karen Siqueira usata con la sua autorizzazione.

I crimini a cui si riferisce sono quelli citati anche da Cleiton Ferreira, 35 anni, fondatore della Comunità culturale Quilombaque. “Oltre a ricordare i prigionieri politici, è importante anche mettere in luce il sistema genocida adottato in quel periodo e che permane ancora oggi. La maggior parte dei resti umani sono quelli di giovani giustiziati con un colpo alla nuca durante il periodo degli squadroni di sterminio”, ci dice.

I giovani di Quilombaque partecipano spesso alla passeggiata della memoria “Mai più dittatura”, un tour a piedi organizzato da Agência Queixadas, che inizia con la visita al cimitero, prevede una sosta al Museo della resistenza, nel centro di San Paolo, e infine una visita all'Istituto forense dove lavora GTP.

“Lo scopo di questa passeggiata è far comprendere agli abitanti cosa sta succedendo e il perché di questa fossa comune. [La fine di GTP] ci rattrista, perché è stato proprio seguendo il lavoro dei periti che abbiamo capito il contesto nel quale sono morte queste persone e di quali malattie soffrissero”, ci spiega Cleiton.

Secondo Amanda Vitorino, membro del Centro per i diritti umani Alberto Pazini, circa 49 dei resti umani appartengono a oppositori politici scomparsi durante la dittatura, mentre gli altri resti umani sono probabilmente di giovani giustiziati o deceduti per meningite.

Alcuni ritengono che l'occultamento di decessi dovuti a malattie debba essere annoverato come uno dei crimini commessi del regime militare. “Anche oggi, ogni giorno si giustiziano giovani di colore, vittime del razzismo strutturale e della violenza delle istituzioni. Cosa unisce le morti di ieri e quelle di oggi?”, si chiede Amanda. “Dobbiamo capire meglio ciò che è successo durante la dittatura per individuare le radici che hanno piantato nel nostro presente”.

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