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Il ritorno della Russia all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa: diplomazia o sconfitta?

A wolf in sheep's clothing.

“Un lupo in veste d'agnello”. Chi critica il ritorno della Russia al APCE si preoccupa che questo potrebbe incoraggiare le tendenze oppressive in altri stati. Disegno per gentile concessione di Anna Tóth (annatoth.com).

Quest'articolo di Pavel Antonov e Ksenia Vakhrusheva [en, come tutti i link seguenti salvo diversa indicazione] è uscito per la prima volta su BlueLink, una rivista online che si occupa di Europa centrale e orientale. È ripubblicato qui per via dell'accordo di condivisione di contenuti con Global Voices.

L'emendamento del regolamento sanzionatorio del Consiglio d'Europa (CdE) al fine di ripristinare il diritto di voto della Russia all'interno della sua Assemblea Parlamentare (APCE) [it], ha creato una scissione tra i difensori della democrazia e dei diritti umani. Malgrado le critiche per l'annessione della Crimea del 2014 e i precedenti che il Cremlino ha in termini di diritti umani, autorevoli gruppi come il Forum della Società Civile Europa-Russia promuovono il ritorno della Russia come “l'ultima speranza che i cittadini russi hanno per chiedere giustizia di fronte alle violazioni dei diritti umani”. Quello che richiedono è l'istituzione di nuove regole che permettano all'organizzazione di sospendere o di espellere i membri che disattendono i suoi principi.

Durante la sua sessione estiva, tenutasi tra il 24 e il 28 giugno 2019, l'APCE ha approvato una risoluzione che ha ripristinato le credenziali della delegazione russa. Le proposte dell'Ucraina di imporre delle ulteriori misure restrittive alla partecipazione della Russia sono state respinte. L'APCE ha anche approvato delle rigide raccomandazioni che la Russia dovrebbe mettere in atto, come per esempio il rilascio dei 24 marinai ucraini detenuti e il pagamento immediato di tutte le obbligazioni finanziarie al CdE. L'APCE ha anche richiesto la cooperazione totale della Russia nelle investigazioni sull'abbattimento del volo MH17 della Malaysian Airline e sull'omicidio di Boris Nemtsov, ed ha esortato delle vigorose misure per prevenire la violazione dei diritti umani delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex, specialmente in Cecenia.

Diplomazia o sconfitta?

Gli oppositori, come Kurt Volker, il Rappresentante Speciale degli Stati Uniti in Ucraina, hanno visto in questa decisione l'abbandono dei principi del CdE. La Russia era stata sospesa dal diritto di voto all'APCE dall'aprile del 2014 a causa della sua annessione della Crimea. Al tempo, la maggior parte dei membri del CdE, in una dura risoluzione, aveva definito le azioni delle forze militari russe in Crimea come “un perseverante venir meno ai suoi doveri e ai suoi impegni”. La risposta di Mosca era stata l'interruzione del pagamento delle sue quote di associazione, cosa che ha lasciato nel bilancio del CdE un buco di 53 milioni di euro.

Secondo l'ex presidente dell'APCE, Anne Brasseur, dopo l'annessione della Crimea erano state applicate delle sanzioni nei confronti della Russia, perché ci si trovava di fronte a una “palese violazione della legge internazionale, e questo è inaccettabile”. Ma il CdE non ha mai formalmente escluso la Russia. “[APCE] gli ha solo sospeso il diritto di voto, e dopo di ciò è stata la delegazione russa a decidere di andarsene e di non presentare più le sue credenziali in seguito. È stata una loro decisione”, spiega Brasseur per BlueLink Stories in una intervista video rilasciata a maggio, durante l'Assemblea Generale del Forum della Società Civile Europa-Russia.

Questa mossa dell'APCE è stata duramente condannata dall'Ucraina. “Questa non è diplomazia, questo significa arrendersi”, commenta sul Guardian il rappresentante Ucraino al CdE Dmytro Kuleba. Secondo il suo tweet [uk] si sono opposti alla decisione altri cinque Paesi, quindi la lotta per tenere la Russia fuori dal Parlamento non è ancora finita.

Il motivo per cui queste concessioni alla Russia creano preoccupazione all'interno dell'Unione Europea, è che potrebbero incoraggiare altri governi a comportarsi in modo poco corretto in termini di disposizioni umane e democratiche per la tutela dei loro cittadini. Organizzazioni internazionali come il CdE e la OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) si “trovano ad affrontare delle sfide legate all'interpretazione del motivo per cui sono nate, e a cosa veramente significhi per il mondo di oggi l'impegno che hanno preso” mette in guardia Aleska Simkic, vicedirettore della delegazione europea in Russia.

La recente soppressione dei candidati indipendenti per le elezioni del Consiglio Cittadino di Mosca è un chiaro segnale che il Cremlino non ha intenzione di conformarsi ai principi del CdE. Ma all'interno del Paese, l'ultima cosa che gli attivisti per i diritti e la democrazia vogliono è che la Russia resti fuori dal CdE. Al contrario, questi hanno bisogno del corpo internazionale come ultima risorsa di pressione internazionale nei confronti del Cremlino. In risposta alle recenti e documentate violazioni dei diritti elettorali da parte delle autorità di Mosca e di San Pietroburgo, 40 organizzazioni di società civili e di attivisti si sono appellate al CdE per discutere la situazione e tenere in considerazione queste informazioni nel suo prossimo esame dell'implementazione della Carta Europea dell'Autonomia Locale Russa.

Un'opportunità per difendere i diritti umani

Un esempio di violazione dei diritti in Russia è il rifiuto della candidatura al Consiglio Cittadino di Mosca nelle elezioni della Duma cittadina nel settembre del 2019. Il 10 agosto i cittadini si sono radunati per supportare i candidati dell'opposizione. Foto: putnik / Wikimedia (CC BY 4.0).

In precedenza, alcuni sostenitori dei diritti umani e civili facenti parte di un gruppo di contatto CdE-Russia, insieme al Comitato del Forum della Società Civile Europa-Russia, avevano fatto appello ai membri dell'APCE affinché si restituisse il diritto di voto alla delegazione russa. In una posizione congiunta, hanno richiesto che si facesse un “logico passo finale” nella ricerca di una soluzione per la crisi tra il CdE e la Russia.

Secondo i difensori dei diritti civili, la risoluzione non dovrebbe essere vista come una minaccia per il futuro del CdE, ma piuttosto come un'opportunità per rafforzarlo. Essi sottolineano che gli emendamenti proposti non eliminano affatto gli attuali meccanismi di sanzione del Regolamento, ma semplicemente li limitano. Tolta la possibilità di limitare i diritti di voto nell'APCE, restano ancora altri diritti che possono essere ritirati o sospesi ai membri, come per esempio il diritto di discutere una mozione di risoluzione o di raccomandazione, di rivolgere delle domande al Comitato dei Ministri, di essere nominati relatori, di richiedere un dibattito su questioni urgenti o attuali, di candidarsi per determinati posti all'interno dell'Assemblea, di essere membri di missioni di monitoraggio elettorale, o di rappresentare l'Assemblea in altri corpi del Consiglio d'Europa o in eventi esterni.

Gli attivisti dei diritti umani temono che non prendere alcuna decisione al riguardo, potrebbe molto probabilmente portare la Russia a separarsi definitivamente dal CdE. “Siamo convinti che la separazione della Russia dal CdE non metterebbe comunque fine alle violazioni dei diritti umani e non fermerebbe la ricaduta autoritaria del Paese, e nemmeno eviterebbe in alcun modo il comportamento aggressivo del governo russo nell'arena internazionale”, questo dicono nella loro dichiarazione.

La decisione di giugno dell'APCE è stata formalmente giustificata come un modo per rendere possibile la partecipazione della Russia alle elezioni del prossimo Segretario Generale. Il Cremlino lo ha definito un “fattore cruciale” affinché il Paese resti membro del CdE.

Prolungare l'adesione della Russia è un bene per i cittadini del Paese che attivamente fanno ricorso alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), uno dei meccanismi più effettivi del CdE per quanto riguarda la protezione dei diritti civili. Nel 2018 i cittadini russi hanno compilato 11.777 richieste per la CEDU, il che è il 20 per cento del loro numero totale. Secondo il verdetto di un rapporto fatto da un gruppo di attivisti per i diritti umani con sede a Mosca, in 20 anni di adesione, i giudici della CEDU hanno preso 2.013 decisioni riguardanti la Russia, imponendo un totale di 1.9 miliardi di euro in risarcimenti. Questo lascia intendere che restare nel CdE non è per il Cremlino una vittoria ma bensì un compromesso.

Invece di stare a discutere sull'importanza simbolica del mantenere le sanzioni nei confronti della Russia nell'APCE e di mobilizzare degli sforzi significativi perseguendo questo fine, chi è veramente interessato a trascinare le autorità russe nell'osservazione della legge internazionale, dovrebbe invece focalizzare sulla ricerca di altri e più efficaci modi e strumenti per assicurarsi questo risultato: questo è quello che credono i difensori del Gruppo di iniziativa per i diritti umani in Russia e il Comitato del Forum della Società Civile Europa-Russia.

Le organizzazioni hanno dichiarato che la rinnovata adesione della Russia al CdE “dovrebbe essere usata attivamente da tutti i partiti interessati come un'opportunità per esercitare una pressione più forte sulla Russia al fine di assicurare l'adempimento dei suoi obblighi”. Le organizzazioni propongono lo sviluppo di nuovi e più profondi meccanismi per intervenire sulle violazioni della legge internazionale da parte della Russia, cosa che dovrebbe essere messa in pratica dal Concilio d'Europa, in particolare per quanto riguarda la Crimea e Dombas (il Bacino del Donec).

La retrocessione o la mancanza di entusiasmo della Russia e di qualche altro stato membro nel campo dei valori dei diritti umani preoccupa anche i politici europei di vecchia scuola come Anne Brasseur. “Qui non si tratta del Paese, si tratta della protezione dei cittadini di quei 47 stati membri nei quali ogni cittadino deve avere garanzia delle libertà fondamentali: libertà di espressione, libertà dei mezzi di informazione, libertà di associazione. E il CdE è proprio l'organizzazione che garantisce queste libertà fondamentali”, commenta Brasseur.

In risposta alle preoccupazioni sull'indebolirsi del regolamento sanzionatorio del CdE, i difensori dei diritti umani si appellano a una revisione critica e a un aggiornamento degli strumenti del CdE per rivolgersi a violazioni gravi e sistematiche delle sue norme da parte degli stati membri. Fanno notare come seguire la proposta del Comitato dei Ministri, ovvero quella di sviluppare una nuova procedura che offra una risposta coordinata di fronte a situazioni del genere, sarebbe una scelta migliore e più valida rispetto alle esistenti sanzioni simboliche all'interno di APCE. Una tale procedura dovrebbe includere una possibilità di sospensione o espulsione di uno stato membro.

Sviluppare delle simili linee di azione dimostrerebbe che l'APCE non sta solo ricorrendo a una soluzione tattica a breve termine in risposta alla crisi, ma che sta lavorando a una strategia a lungo termine che permetta di rispondere a violazioni commesse dalla Russia e potenzialmente da qualsiasi altro stato membro.

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