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Colf migranti del Bangladesh tornano dall'Arabia Saudita con storie di gravi abusi

Catena umana a Dacca per denunciare le torture subite dalle collaboratrici domestiche bangladesi in Arabia Saudita. Foto di Ekramul Haque. Usata con permesso.

Avevano grandi speranze per una vita migliore e la possibilità di togliere dalla povertà le loro famiglie. Molte si sono trasferite in Arabia Saudita per lavorare come collaboratrici domestiche, dopo aver pagato le apposite agenzie, per poter realizzare i loro sogni. Ma quei sogni si sono infranti contro abusi domestici di ogni tipo, incluse le molestie sessuali [en come i link seguenti, salvo diversa indicazione]. Non potendo più continuare a sopportare la situazione, molte di loro sono scappate dai loro datori di lavoro e sono state costrette a tornare a casa. Dall'inizio di quest'anno, 900 collaboratrici familiari sono rientrate dall'Arabia Saudita prima della scadenza dei loro contratti di lavoro. Negli ultimi quattro anni, sono più di 6000 le colf ritornate in patria prima del previsto.

Non si tratta solo di casi di abuso fisico, mentale e sessuale. Nel corso dei primi nove mesi del 2019, più di 100 domestiche bangladesi sono morte in Medio Oriente — incluse le 36 che si sono suicidate.

Negli ultimi anni, sono stati pubblicati online molti video che raccontano [bn] storie di abusi perpetrati ai danni di queste lavoratrici.

Di recente, è diventato virale il video di una colf bengalese in Arabia Saudita che, chiusa in bagno per nascondersi dai suoi aguzzini, implora disperatamente di essere riportata a casa.

La 25enne Sumi Akter racconta di essere stata aggredita fisicamente e sessualmente dai suoi datori di lavoro, che le hanno versato dell'olio bollente sulle braccia. E di essere stata tenuta prigioniera per 15 giorni, ricevendo a mala pena del cibo.

Un'altra donna migrante, al suo ritorno in Bangladesh, ha raccontato [bn] di essere stata trattata come una schiava:

[…] After arriving in Saudi Arabia, I was first sold to a landlord. I escaped from that house after a lot of domestic abuse. Then they caught me and resold me to a company at 6 lakh Bangladeshi Taka (USD 7,000). I know that there are a few hundred more girls like me out there who are forced to prostitution. I managed to call home to my husband once and told him everything. Then he contacted the Bangladesh Embassy in Saudi Arabia and finally, I was rescued.

[…] Arrivata in Arabia Saudita, prima sono stata venduta a un padrone. Sono scappata da quella casa dopo aver subito molti abusi. Poi mi hanno presa e mi hanno rivenduta a una compagnia per 600.000 taka bangladesi (circa 6500 euro). So che là fuori ci sono centinaia di altre ragazze come me costrette a prostituirsi. In un'occasione sono riuscita a telefonare a mio marito e gli ho raccontato tutto. Lui ha contattato l'ambasciata bangladese in Arabia Saudita e alla fine sono stata salvata.

La BRAC [it], conosciuta per essere l'organizzazione non governativa per lo sviluppo più grande del mondo, che opera anche con i lavoratori bangladesi emigrati in Arabia Saudita, ha pubblicato un breve video che riporta le molte facce degli abusi subiti dalle donne bangladesi trasferitesi in Arabia Saudita per lavorare:

L'unica possibilità per queste donne è denunciare gli abusi alla polizia, cosa non facile a causa dei problemi di lingua. In più, come dice l'ambasciatore del Bangladesh in Arabia Saudita, molte vittime sono così traumatizzate da voler tornare subito a casa, e molte di loro non rimangono nel paese per il periodo necessario al procedimento legale. Per questo, nella maggioranza dei casi non viene intrapresa alcuna azione nei confronti dell'aggressore. Sempre secondo l'ambasciatore bangladese, il governo saudita è al corrente di questi casi.

L'introduzione delle collaboratrici domestiche in Arabia Saudita

Fin dagli anni '70, un gran numero di uomini ha lasciato il Bangladesh per l'Arabia Saudita in cerca di lavoro. Nonostante la storia delle donne unitesi alla forza lavoro bangladese sia molto più breve, il loro numero è oggi considerevole. Dal 2015, ci sono più di 200.000 donne di servizio bangladesi in Arabia Saudita.

Negli anni, diversi casi di abusi fisici subiti in Arabia Saudita da appartenenti alla popolazione di lavoratori migranti, stimata in 9 milioni, hanno catturato l'attenzione del pubblico. Precedentemente, le collaboratrici domestiche giungevano qui principalmente dall'Indonesia e dalle Filippine. Ma, nel 2015, citando casi di abuso e tortura, l'Indonesia ha vietato l'invio di forza lavoro femminile in Arabia Saudita. Lo Sri Lanka e le Filippine avevano interrotto l'invio di manodopera femminile ancora prima. Il mercato del lavoro saudita era stato chiuso al Bangladesh dal 2008; tuttavia, nel 2015, l'Arabia Saudita si è offerta di assumere lavoratori provenienti dal Bangladesh nella misura di 1 donna ogni 2 uomini. Il governo bangladese ha accettato la proposta ed è stato fissato un salario base ufficiale di 800 rial sauditi (circa 190 euro) al mese per le lavoratrici — molto meno di quanto percepiva chi proveniva dalle Filippine o dall'Indonesia.

Un articolo della Saudi Gazette ha riportato che le collaboratrici domestiche bangladesi erano le più richieste nel paese a causa del fatto che erano le meno costose da assumere.

Il Bangladesh non istituirà l'embargo contro l'invio di lavoratrici in Arabia Saudita

Si è dibattuto molto nel paese a questo proposito, a causa dell'aumento delle lavoratrici che fanno ritorno in Bangladesh. Il giornalista Syed Ishtiaq Reza condanna l'invio di donne in Arabia Saudita in nome del rilancio dell'economia:

The country's economy is indeed enriched by exporting manpower abroad. The economy of Bangladesh depends heavily on these foreign currency earnings. But the question is, should we continue to turn a blind eye to these abuses for the sake of the adverse impact on our economy it can bring? My question to the nation – What are the legal rights of these abused female workers? What platform they can lean on to defend themselves and their rights and finally get justice?

L'economia del paese si arricchisce senza dubbio grazie all'esportazione di forza lavoro all'estero. L'economia del Bangladesh dipende pesantemente da questi guadagni in valuta straniera. Ma la domanda è: dovremmo continuare a far finta di non vedere questi abusi in nome del conseguente impatto negativo sulla nostra economia? Chiedo alla nazione: quali sono i diritti legali di queste lavoratrici abusate? A chi possono rivolgersi per difendere se stesse e i loro diritti, per ottenere finalmente giustizia?

Muntaha Jahan ha scritto su Twitter [bn]:

Il 31 ottobre, il cadavere della collaboratrice domestica Parvin Akter è stato riportato in Bangladesh dall'Arabia Saudita. Il suo certificato di morte parla di “suicidio”. Ma la sua famiglia non ci crede. Molte volte, dicono, si è lamentata degli abusi subiti sul posto di lavoro.

Vorrei che nessuna lavoratrice andasse più in Arabia Saudita, mai più. 🙏😭

Il Dr. M R Karim Reza ha chiesto al governo perché non stia facendo di più per cambiare la situazione [bn]:

Perché il governo non sta prendendo provvedimenti per smettere di mandare collaboratrici domestiche nella barbara Arabia Saudita?

Secondo Selim Reza, segretario del Ministro per il Benessere degli Espatriati, il governo bangladese ha istituito delle case sicure in Arabia Saudita per le donne abusate e ha adottato misure per stilare una lista nera di “cattivi datori di lavoro” e per perseguirli.

In tutto questo, il Bangladesh non è pronto per fermare l'esportazione di forza lavoro in Arabia Saudita, ha detto [bn] il ministro degli esteri bangladese. La giornalista Ishrat Jahan Urmi ha scritto su Facebook:

## [..] Today, the Foreign Minister mentioned that thousands of workers are going to Saudi Arabia. He asked – “How many have complained that we should stop the market? What is the percentage?”

## The dead bodies that have returned had death certificates mentioning the cause of death as “suicide” or “heart attack”. The investigation stops there. The Saudi nationals are above law.

## A Saudi landlord has to pay expenses and fees of 170,000 BDT (USD 2,000) to get a Bangladeshi maid. They deem that they have bought a slave and can do anything with her.

## Many sexually abused workers return home only to find that her family doesn't want her back (stigma against raped women). This year the BRAC safe home program helped around 1300 female returnees.

## Above all we have our privileged society. [..] They think that these poor women are greedy and they go abroad for anything. These people are plenty in this society.

Against all these odds, we want that the export of female workers to Saudi Arabia be stopped. I don't know whether this cry would be heard by many. But what more can we do?

## […] Oggi il primo ministro ha detto che migliaia di lavoratori stanno per andare in Arabia Saudita. Ha chiesto: “Quanti di loro si sono lamentati che dovremmo fermare questo mercato? Qual è la percentuale?”

## I certificati di morte delle salme che sono rientrate riportavano come causa del decesso “suicidio” o “attacco di cuore”. Le indagini si fermano lì. I cittadini sauditi sono al di sopra della legge.

## Un padrone di casa saudita deve pagare spese e commissioni paria a 170.000 BDT (circa 1.800 euro) per ottenere una colf bangladese. Questo gli fa ritenere di aver comprato una schiava e di poter fare ciò che vuole con lei.

## Molte lavoratrici abusate sessualmente tornano a casa solo per scoprire che le loro famiglie non le rivogliono indietro (stigmatizzazione delle donne violentate). Quest'anno il programma per un ritorno a casa sicuro dell'organizzazione BRAC ha aiutato circa 1300 donne rimpatriate.

## Oltre a tutto questo, c'è la nostra società privilegiata. […] Pensano che queste povere donne siano spinte ad andare all'estero dall'avidità. È pieno di gente così in questa società.

Contro tutte queste ingiustizie, vogliamo che l'esportazione di lavoratrici in Arabia Saudita venga fermata. Non so se saranno in tanti ad ascoltare questo grido. Ma cos'altro possiamo fare?

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