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Lo yorùbá e i prestiti lessicali: come si evolvono le lingue

L'àkàrà o la torta di fagioli sono la colazione principale in Nigeria. Foto: Atimukoh via Wikimedia Commons, CC BY 2.0., 11 luglio 2013.

Le relazioni tra le lingue sono esistite per centinaia di anni. Pensate alla parola francese “restaurant” [ristorante], presa in prestito dall'inglese. Oggi, questo prestito lessicale [en, come i link seguenti] — parola di una lingua entrata in un'altra senza essere tradotta — è molto diffuso in inglese, come se fosse un termine proprio.

Prestiti linguistici simili possono essere attribuiti all'immigrazione, al commercio e agli scambi, che esposero i popoli a diverse lingue e culture. Tramite queste interazioni, le persone sono state esposte a vari contesti linguistici, con parole e frasi prese in prestito per favorire questi incontri.

Il caso dello yorùbá non fa eccezione. Parlato in Nigeria da circa 40 milioni di parlanti, la lingua yorùbá ha subito l'influenza dell'inglese parlato dai britannici, che colonizzarono la Nigeria dal 1914 al 1960.

Più della metà del lessico dello yorùbá deriva dall'inglese. Pensate alla parola “cup” [tazza], addomesticata in kó̩ò̩pù. La parola “telefono” è fóònù, “palla” è bó̩ò̩lù, e “televisione”, tra gli altri, è te̩lifís̩ó̩ò̩nù.

Queste parole yorùbá “prese in prestito” dall'inglese hanno, con il tempo, ampliato il suo vocabolario. In yorùbá ci sono anche esempi di prestiti linguistici dalla lingua hausa, parlata da 44 milioni di persone nel nord della Nigeria. Questa lingua deriva fortemente anche dall'arabo, con parole come àlùbáríkà (“benedizione”), àlùbó̩sà (“cipolla”) e wàhálà (“problema”).

La bellezza dei prestiti lessicali dello yorùbá sta nel fatto che i parlanti, avendoli ora assorbiti nella loro lingua, li usano nelle conversazioni quotidiane. Non è inusuale sentire: “m yn mú bó̩ò̩lu”,o “Aiuta il bambino a prendere la palla” in inglese. Sebbene la parola sottolineata, bó̩ò̩lu, non sia in realtà una parola yorùbá, i parlanti sono riusciti ad adattarla nella loro lingua.

Una delle sfide dello yorùbá, riguardo ai prestiti lessicali, è che i madrelingua stessi amano tradurre parole dello yorùbá in inglese usandole al posto del termine originale yorùbá. Un esempio è la parola àkàrà, che la maggior parte dei parlanti traduce, soprattutto agli stranieri, con “torta di fagioli”.

Usare le parole nella loro forma originale aiuta a far sì che la quella cultura, tenuta viva tramite la lingua, non muoia. Per esempio, nessuno chiama il sushi giapponese con un altro nome. Il sushi è il sushi.

Se questo fosse anche il caso di molte parole yorùbá, la sua lingua e cultura potrebbero prosperare oltre la Nigeria e il mondo yorubufono. Per esempio, l’àmàlà è un famoso piatto yorùbá, sopravvissuto nonostante le migrazioni. Come parola potrebbe facilmente entrare nel lessico di altre lingue, se solo i parlanti dello yorùbá lo volessero: tradurlo con “farina di igname” riduce infatti il suo significato e la sua radice linguistica, la sua “yorubasità.”

Pensate alla parola yorùbá inglesizzata “fanimorious,” che sta diventando sempre più popolare e compare nell'Urban Dictionary. Significa “attraente,” o “bellissimo,” e viene dallo yorùbá fanimó̩ra.

Potrebbe trattarsi di fonomorfologia: lo yorùbá non permette consonanti a fine parola e gruppi di consonanti. Perciò, alla radice della parola è stato aggiunto il suffisso inglese -ious . Comunque, rimane il fatto che derivi dallo yorùbá. E per questa lingua è una vittoria.

Recentemente, altre parole anglo-nigeriane sono state aggiunte nell'Oxford English Dictionary.

Lo yorùbá farà passi da gigante solo se suoi parlanti contribuiranno alla sua crescita. Il suo uso nei media è importante, anche perché il mondo diventa sempre più globalizzato. E questo darà un'ulteriore spinta alla ricerca sulla lingua del Congo e della Nigeria.

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