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Come si è espansa la macchia nera dell'ISIS sulla Siria

Categorie: Medio Oriente & Nord Africa, Siria, Citizen Media, Giovani, Guerra & conflitti, Politica, Protesta, The Bridge
تصوير عدسة شاب حبي على فيسبوك [1]

Un campo dell'ISIS ad Aleppo.Sorgente della foto: Lens Young Halabi (Facebook)

Questo post fa parte di una serie speciale [2] [it, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] di articoli dell'attivista e blogger Marcell Shehwaro, che descrivono la realtà della vita in Siria durante l'attuale conflitto armato tra le forze fedeli al regime e coloro che vogliono liberarsene.

Quando mi è stato chiesto di scrivere dello Stato Islamico di Siria e Iraq (ISIS), la pagina del mio computer è rimasta aperta e vuota per diversi giorni. Come potevo scrivere dell'ISIS a persone che non ne avevano sopportato la violenza ed il caos? E che responsabilità abbiamo noi, in quanto siriani, rispetto al resto del mondo, per la creazione dell'ISIS?

Ho bisogno di chiarire che i siriani non hanno avuto l'opportunità di andare a fare shopping al ”Supermercato della Vittoria”, dove si vendevano cose tipo ”opzione fuga di Assad, stile Zine El Abidine Ben Ali [3]” oppure ”opzione dimissioni come l'egiziano Hosni Mubarak [4]”. E non avevamo nemmeno abbastanza petrolio per comprare l'opzione NATO, come la Libia. Invece abbiamo comprato Al-Qaeda, trovato avvolto da un nastro giallo nella sezione saldi.

Detto in parole povere noi siriani non abbiamo avuto il privilegio di scegliere, mentre altri progettano di impiantare i loro prodotti velenosi nelle nostre terre, sfruttando il sangue dei nostri giovani.

Sei mesi dopo l'inizio della Rivoluzione siriana, programmata già da quattro anni, è stato mandato un SOS nel giorno chiamato “Friday of International Protection” [5] [en] Si richiedeva una zona anti-volo, la fine della proroga delle scadenze, l'espulsione degli ambasciatori, supporto per l'Esercito Libero Siriano e interventi internazionali.

La Rivoluzione chiedeva a tutti di prendersi le proprie responsabilità verso l'umanità, ed essendo un appello pubblico la risposta è arrivata,ahimè, da Al Qaeda.

Siamo quindi noi siriani gli unici responsabili per la nascita dell'ISIS? L'ISIS non nasce dalle nostre strade, né dai nostri piani. Non avevamo bisogno di loro per terrorizzare gli altri e loro non hanno avuto bisogno del nostro permesso per entrare attraverso i nostri aeroporti blindati.

Al contrario di ciò che dicono in molti sono arrivati a noi liberamente. Sono arrivati da altri aeroporti, con i passaporti dei loro paesi. Sono arrivati grazie ai pregiudizi e la paura verso uomini con la barba, distratti dalla vista del sangue di bambino che l'uomo aveva sulle mani.

Non voglio nemmeno per un secondo discolpare noi siriani per la crescita di questo cancro nelle nostre terre. Molti si sono alleati all'ISIS per povertà. I tirapiedi di Assad – quei leccapiedi amanti del potere- hanno fatto lo stesso, percependo la nascita di una nuova potenza. Per loro non fa molta differenza prendere il controllo in nome dell’ ISIS o di Assad.

I nostri ribelli, ingenui, continuavano a credere che l'ISIS fosse venuto in nostro soccorso e che fosse scortese parlare dei loro difetti, che presto si erano trasformati in crimini. Migliaia di ipocriti, approfittatori e mercanti di religione e guerra continuavano a crogiolarsi nella codardia; un esempio erano gli uomini di chiesa, troppo spaventati per mettere in guardia i giovani dall'allearsi con l'ISIS.

I poveri soldati dell'Esercito Libero Siriano erano sconvolti dall'attrezzatura dei combattenti dell'ISIS che, confrontati coi loro miseri fucili, sembravano usciti dal video game Counter-Strike. Gradualmente hanno iniziato a rinunciare al loro senso di appartenenza alla patria e alcuni di loro hanno cominciato ad appartenere agli assassini.

Hanno portato avanti la nostra politica sanguinosa e le nostre divisioni ideologiche fino a farci affogare nell'odore del sangue, fino a che alcuni di noi non sono stati disposti ad allearsi col diavolo pur di porre fine alla guerra. E questo è ciò che è successo: ci siamo conformati al nemico. Ci hanno fatto guardare con timore alla nostra laicità, insinuando che avrebbe distrutto la nostra unità. E per proteggere le priorità della battaglia, ci hanno fatto temere il nostro sogno di uno stato democratico e civile.

Se tutto questo è responsabilità nostra, allora siamo anche quelli che hanno pagato col sangue pur di sconfiggere questa entità. E fino a poco fa eravamo gli unici a pagarne l'estremismo e l'occupazione delle nostre terre. Abbiamo anche sofferto per i loro tentativi di lavaggio del cervello ai nostri giovani. E siamo stati noi ribelli che, in un batter d'occhio, siamo diventati ricercati di due stati, mentre chiedevamo agli altri paesi di mostrare dell'interesse in un futuro che eravamo sicuri sarebbe stato un crimine, non solo per noi come nazione ma per tutta l'umanità. A cosa avrebbe portato questo estremismo? E quali innocenti ne sarebbero stati le vittime?

L'ISIS ha occupato le nostre terre perché credeva che i siriani non appartenessero a nessuna nazione. Per loro ciò che avevamo era un prodotto del perfido Occidente. L'occupazione del paese è stata annunciata ad Al Jazeera il 9 aprile 2013 e da quel momento l'ISIS ci ha combattuti. Ci hanno combattuti come una rivoluzione che non approvavano, bruciando le nostre bandiere e rapendo e facendo sparire i nostri ribelli.E diversamente dagli altri nostri oppositori, nessuno osa fare domande.

Mi ricordo ancora quando facevo avanti e indietro tra Aleppo e la Turchia attraverso la strada di campagna e vedevo moltissimi posti di blocco dell'ISIS lungo la strada, rendendomi conto dolorosamente che avevano cambiato i nomi dei paesi. Ci sono poche cose che provano che questa sia ancora la Siria. Hanno colorato di nero tutte le bandiere della rivoluzione. Hanno rimosso i nomi dei paesi ,cambiandoli con grosse pietre nere con la scritta: ”Lo Stato Islamico di Iraq e Siria vi da il benvenuto”.

Ho paura di ridicolizzare questa occupazione sconsiderata. Ho paura, perché una volta i palestinesi avevano ridicolizzato quello che pensavano fosse un concetto di nazione impossibile da mettere in pratica sulla loro terra e perché i ribelli iraniani una volta avevano riso all'idea che uno stato teologico avrebbe potuto ingoiarsi la loro rivoluzione. Ho paura di ironizzare su questa situazione e sono pietrificata al pensiero di entrare nel primo stadio della sofferenza, la negazione, per finire poi a baci, abbracci e compromessi.

Le parole dell'autista dellautobus, che aveva notato la mia tristezza, risuonano ancora nelle mie orecchie. ”Domani pioverà e tutto questo nero sparirà” mi ha detto. E io prego che piova su Al Raqqa, Al Bab, Manjib e Mosul e su tutte le aree occupate dall'ISIS. Ma prima di tutto, perché le nuvole li raggiungano, deve piovere su Damasco.

Il blog di Marcell Shehwaro è marcellita.com [6] [en] e i tweet all'indirizzo @Marcellita [7] sono principalmente in arabo. Leggi gli altri post della serie qui [2].