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“Nei bar risuoneranno delle tue canzoni”: l'addio dei Caraibi a Kenny Rogers

Sunset horse.

Immagine di Yatheesh Gowda da Pixabay

Nota dell'editor: la musica country gode di grande popolarità in alcune parti dei Caraibi anglofoni. A giudicare dalle centinaia di cover reggae di classici country [en, come tutti gli altri link successivi, salvo diversa indicazione], festival come il Pure Country Fest di St. Lucia, e l'elevata percentuale di brani di musica country su jukebox e playlist, perfino in angoli sperduti di campagna, c'è qualcosa sui temi e sulle storie della musica country con cui alcuni caraibici si identificano fortemente. La versione originale dell’articolo che segue è stata pubblicata sulla pagina Facebook dell'autore.

Oh cavolo ragazzi, Kenny Rogers [it]. Se Trinidad l'avesse avuta vinta, in questo momento “The Gambler” starebbe esplodendo a tutto volume da tutte le piccole casse e tutti i grandi speaker da Icacos a Matelot. Comincerebbero con calma con la solita versione groove e piena di percussioni di Busy Signal, una testimonianza di quanto sei amato nei Caraibi, per finire con il tuo dolce canticchiare. E nessuna voce sarebbe sommessa nel cantare delle tue picche tenute in mano e dei tuoi quadri lasciati, i tuoi jack scartati e i fiori sparsi come schiuma del mare schizzata sulle rocce ruvide, le ruvide rocce della vita. Chi ti ha detto di morire durante questi difficili periodi di pandemia, signore? Come possiamo piangerti in modo appropriato nei grandi bar e nei piccoli angoli della nostra 868, senza poterci riunire per bere qualcosa, e senza poter aprire una nuova bottiglia di rum White Oak da versare in tuo onore?

Lasciare questo mondo come hai fatto tu, sulla soglia di un fine settimana, significa che le feste al fiume e in spiaggia, ora vietate, ti avrebbero portato al settimo cielo, confortato dal gorgoglio di anatra al curry che cuoce, dalle macinate di pepe nel cibo e dal rumore del ghiaccio nel secchio a ritmo delle tue melodie country. Anche se non sono solo gli uomini locali ad amare i tuoi testi (pochi scritti da te, ma a chi interessa quando è la tua voce a cantarli?), è molto probabile che qualsiasi ragazza, crescendo, abbia imparato qualcosa su di te, ascoltando prima le tue canzoni via radio, poi la loro versione rozzamente stonata dal padre, dal nonno, dallo zio, e alzando il volume e picchiettando le mani a ritmo ascoltandole nel pomeriggio durante il tragitto in auto da scuola.

Era perché eri un vero uomo, Kenny? Ammetto di non sapere molto di te, personalmente, e ho un po’ paura di googlarti nel caso in cui scoprissi qualcosa che non potrei ignorare. È stato perché gli uomini che vivono sulla mia isola, uomini che altrimenti non oserei guardare due volte per il timore di mettermi in pericolo, ti hanno amato e sono stati ammorbiditi da te in tutti i modi in cui lo potevano permettere; considerato da tutti un burbero, sdolcinato e ubriaco di whiskey e robusto abbastanza da essere ancora un uomo, ma con dei sentimenti che potevi permetterti di avere, se non altro per la lunghezza combinata di “The Gambler”, “Islands in the Stream” e “Coward of the County”?

Ho visto gli avventori del bar formare un semicerchio conviviale, le braccia sulle loro bottiglie di Carib e Stag in offerta speciale, o sui loro Mackesons al Supligen, intenti a cantare a squarciagola la tua musica ben oltre i toni convenzionali, il volto rosso, i ventri pieni di birra che trasbordano di sentimenti, le porte di auto e camion aperte fino a far vibrare ogni finestra con i bassi delle loro radio, facendosi maledire dai vicini che dovevano dormire per andare a lavorare la mattina successiva. Li ho ascoltati e talvolta li ho odiati, sono stata curiosa nei loro confronti e degli altri, ancora spaventata e senza fiducia in loro, e stando attenta quando li avevo attorno, ma Kenny. Kenny, ciò che è altrettanto vero è che una notte, lontano da qualsiasi bar, anni fa, ho messo una delle tue canzoni (non ho nemmeno bisogno di dirti quale) e l'ho lasciata andare il loop su YouTube, e ho… ho… ho semplicemente pianto senza sosta tutta la notte.

E l’importante è questo, Kenny Rogers, che quando il coronavirus lascerà l'enorme tavolo da gioco della vita, dopo aver preso fin troppi di noi, i bar si riempiranno delle tue canzoni. Prakash e Forbes, Ramdial e Chan, Rishi e Salty Bag ed Harry figlio, e l'uomo doppio di Quito, ma non io (anche se ascolterò), suoneranno la tua musica, dannatamente alta, perché tanto nessuno qui si prende la responsabilità di far applicare le regole sull'inquinamento acustico, in questo posto, bloccati e imprigionati dal crimine, dalla corruzione, dall'attesa secolare di un passaporto, dall'appropriazione indebita di fondi pubblici, dalle strade dissestate e piene di buche, senza acqua nelle tubature, col sole troppo caldo, il tanfo del traffico, quelli che ti derubano, a cui hai offerto la saggezza del *sapere*. Di sapere quando tenere. Quando lasciare. Quando andar via. Quando scappare.

E a volte, nonostante fossimo tutti molto stupidi, testardi e con il cuore spezzato (inclusa me e gli uomini al bar), abbiamo ascoltato i tuoi consigli.

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