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Il COVID-19 colpisce anche le donne migranti indigene del Venezuela

Un bambino con la sua famiglia in una delle tre tende dell'UNICEF a Rumichaca, Ecuador, dalla parte della frontiera con la Colombia. Foto: Unicef Ecuador/Flickr, sotto licenza CC.

Leggi la copertura speciale di Global Voices sull’impatto globale del COVID-19 [it].

Si è parlato tanto della crisi migratoria venezuelana e dell'aumento dei camminatori venezuelani [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], ma non si sa molto della situazione delle migranti indigene, la maggior parte delle quali appartengono alle etnie Wayúu, Warao, Yukpa e Pemón.

In Venezuela, la cosiddetta “Emergenza Umanitaria Complessa” ha allontanato più di 4.7 milioni di venezuelani dal 2015. Questa migrazione forzata è stata definita dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) come l’esodo più grande della storia recente della regione.

Come se non bastasse, a causa della pandemia di COVID-19 le frontiere del Venezuela con il Brasile e la Colombia sono chiuse da metà marzo, il che peggiora la situazione delle migranti indigene. Non potendo attraversare i valichi di frontiera, come quello di Cúcuta in Colombia, per cercare farmaci, alimenti e altri beni di prima necessità dall'altra parte del confine, è aumentato l'uso di scorciatoie e passaggi illegali e, di conseguenza, i pericoli da affrontare.

Anche se le donne indigene costituiscono una piccola percentuale di questi milioni di migranti, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) osserva [pt] che fanno parte di uno dei gruppi più vulnerabili, vista la loro condizione concomitante di indigene, migranti e donne.

Secondo il Ministero della Sanità colombiano, è stato diagnosticato il COVID-19 a due indigeni dell'etnia Yukpa alla frontiera colombo-venezuelana. Stando al rapporto del giornale locale LaFm, a Norte de Santander sono stati messi in isolamento a scopo preventivo circa 174 abitanti della zona, inclusi bambini e donne indigene incinte.

Anche se hanno dichiarato di essere alla ricerca dei pazienti sintomatici per evitare la diffusione del virus, le autorità colombiane segnalano le difficoltà a cui devono far fronte, aggiungendo che gli Yukpa, che si trovano in stato di indigenza in circa 15 città colombiane, sono seminomadi e per questo l'applicazione della quarantena è difficile.

Le migranti indigene sono state costrette a lasciare i propri territori ancestrali in Venezuela a causa di fame, malattie, violenze e minacce legate allo sfruttamento del loro habitat e delle loro risorse, secondo quanto scoperto dalle inchieste dell’UNHCR e del Programma Venezuelano di Educazione-Azione per i Diritti Umani (Provea).

Eligio Tejerina, leader indigena di etnia Warao, che ora si trova a Boa Vista, ha raccontato all'UNHCR:

Decidimos venir a Brasil porque nuestros hijos estaban muriendo de hambre. Ellos lloraban por el hambre. Solo comían una vez al día, por la noche. Únicamente una pequeña porción.

Abbiamo deciso di venire in Brasile perché i nostri figli stavano morendo di fame. Piangevano dalla fame. Mangiavano solo una volta al giorno, la sera. C'era soltanto una piccola porzione.

Secondo il Comitato per i Diritti Umani di la Guajira, la migrazione di massa degli indigeni ha portato alla disgregazione forzata di famiglie e comunità, che comporta sensazioni di vuoto e solitudine difficili da accettare se si considera l'organizzazione collettiva caratteristica di queste società.

Johanna Reina, assistente per la protezione di UNCHR Colombia, afferma che:

Se enfrentan a desafíos de pérdida de identidad, incluyendo su idioma, y un dramático deterioro de sus estructuras organizacionales.

Affrontano sfide come la perdita dell'identità, inclusa la loro lingua, e un drammatico deterioramento delle loro strutture organizzative.

Secondo l'UNHCR, altri ostacoli da affrontare sono le limitazioni linguistiche (molte donne parlano solo le lingue vernacolari delle loro comunità e dipendono dagli uomini indigeni bilingue per comunicare) e la mancanza di documenti d'identità che non permettono loro di accedere a politiche pubbliche di cui potrebbero beneficiare.

La strada delle donne indigene

Secondo la Federación Fraternidad Humanitaria Internacional, lungo il loro percorso le migranti subiscono restrizioni, furti e abusi da parte delle autorità e di gruppi armati. Arrivano spaventate, stanche, affamate e in disperato bisogno di aiuto, soprattutto nelle città di frontiera di Colombia e Brasile. All'arrivo raccontano come in Venezuela abbiano dovuto sopportare tragedie come la perdita di figli e figlie perché non potevano accedere alla sanità e trovare prodotti alimentari e igienici di prima necessità, stando al rapporto dell'IOM [pt].

Decine di donne sono accompagnate da figli piccoli o sono incinte, una situazione che aumenta la loro vulnerabilità. Human Rights Watch riferisce che, durante il loro lungo viaggio, le migranti sono arrivate a camminare in media 16 ore al giorno per circa 13 giorni.

Di notte, i bambini e le madri migranti si riuniscono in una delle tende dell'UNICEF a Rumichaca, Ecuador, dalla parte della frontiera con la Colombia. Foto: Unicef Ecuador/Flickr, sotto licenza CC.

Quando giungono a destinazione, corrono ancora dei rischi, anche se minori. L’IOM [pt] e Provea hanno osservato che alcune autorità e la popolazione delle città d'accoglienza sentono preoccupazione e disagio nei confronti della presenza degli indigeni venezuelani, e ciò ha causato focolai di xenofobia e violenza.

Entrambe le organizzazioni fanno presente anche che le migranti indigene possono essere vittime di indigenza e sfruttamento del lavoro, e possono essere riportate in Venezuela senza la corretta applicazione delle norme legali. Corrono un rischio maggiore di essere vittime di prostituzione e abuso minorile dato che fanno parte di una minoranza etnica e linguistica e vista la vicinanza dei rifugi alle reti di traffico di esseri umani.

A ciò si aggiungono le difficoltà precedenti alla crisi migratoria. Storicamente, nei Paesi d'accoglienza il rapporto con i popoli indigeni è complicato, soprattutto a causa degli stereotipi persistenti, la cui origine risale alle politiche sistematiche di assimilazione, secondo l’IOM [pt].

Per tutti questi motivi, il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite raccomanda [en] alle autorità di sanzionare la xenofobia e il razzismo nei confronti dei migranti e di adottare un'impostazione di genere, mentre l'IOM suggerisce [pt], in particolare, di adeguare l'assistenza alle migranti indigene alla loro condizione di minoranza etnica, linguistica e di genere.

I popoli indigeni godono di diritti fondamentali come il diritto a una vita senza discriminazione e violenza, e il diritto alla libera circolazione e all'assistenza.

Hanno, inoltre, diritti speciali relativi alla loro identità indigena binazionale (venezuelana e colombiana, ad esempio), come il diritto a un trattamento paritario e non assimilazionista, alla terra e all'autonomia.

Nonostante le difficoltà, nel 2018 le migranti indigene hanno dichiarato all'UNHCR che la nuova situazione in Brasile e Colombia è migliore di quella che vivevano in Venezuela poiché riescono a soddisfare i loro bisogni primari grazie alla coordinazione tra i governi e le organizzazioni. Tuttavia, più di 100.000 famiglie indigene in Colombia ora affrontano nuovi rischi a causa della pandemia di COVID-19.

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