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Pesce d'aprile, il COVID-19 e la “minoranza recalcitrante” di Tobago e Trinidad

Foto di Dr. Eric Williams da Joop van Bilsen / Anefo – http://proxy.handle.net/10648/aa1a0844-d0b4-102d-bcf8-003048976d84, CC0, Link. Schermata da Dictionary.com. Remixato da Georgia Popplewell.

La versione originale [en, come i link seguenti] di questo articolo è stato pubblicato sul blog dell'autore.

Potreste rimanere scioccati nell'apprendere quanto la parola “recalcitrante”, soprattutto accanto al termine “minoranza”, faccia parte del vocabolario più famoso di Trinidad e Tobago.

Come scrisse il noto studioso Gordon Rohlehr nel 1997, la frase “minoranza recalcitrante” ha una particolare risonanza nello “stato giovane, multietnico, multiculturale e che ha ottenuto recentemente l'indipendenza” (Rohlehr 1997, 849). Trinidad e Tobago ha ottenuto l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1963, ma la descrizione che Rohlehr ha fatto della società nel 1997 come “giovane” e “neo-indipendente” è ancora valida se si considera la lunga visione della storia. Cento anni nella vita di una civiltà sono un tempo breve, e le realtà culturali, le gerarchie sociali e gli atteggiamenti pubblici che vorremmo cambiassero (in meglio) non cambiano.

Il 1° aprile 2020, il Primo Ministro Keith Rowley, in una delle ormai consuete conferenze stampa sul COVID-19, ha aperto il suo intervento con una discussione su una serie di questioni. Ha contestualizzato la situazione globale del coronavirus, le lotte delle economie turistiche, le considerazioni del governo su delle condizioni più umane per i detenuti, oltre a un'importante giustificazione dell'approccio dello Stato di usare la persuasione morale piuttosto che la punizione e la disciplina con lo strumento della legge in questo momento.

Durante il suo discorso, Rowley ha anche usato l'espressione “minoranza recalcitrante”. Io ascoltavo il discorso con la mia famiglia, io e i miei fratelli abbiamo pensato: “Cavolo”. Conosciamo il peso storico di questo termine. E ci siamo preparati al contraccolpo dei social media.

Quelli che separano le intenzioni della formulazione del linguaggio dai suoi esiti e dalle sue risonanze potrebbero riferirsi alla scelta della frase di Rowley come ad una “gaffa nei confronti del pubblico”. Quelli che provano gli stessi sentimenti del popolo potrebbero definirlo un termine culturalmente offensivo. E, naturalmente, quelli che si sentono offesi da questo termine, potrebbero accusarlo di essere razzista.

Il termine “minoranza recalcitrante” è specifico nella storia di Trinidad e Tobago e nel Pesce d'Aprile (1° aprile), ed è indissolubilmente legato al Movimento Nazionale del Popolo (PNM), il partito politico guidato da Rowley e dal suo fondatore, Eric Williams, che è diventato il primo primo ministro del Paese.

Prima della prospettiva dell'indipendenza di un singolo Stato a Trinidad e Tobago, Williams ha condotto una campagna per la Federazione delle Indie Occidentali [it], un progetto durato ben poco che prevedeva la formazione di un'unità politica composta da diverse colonie britanniche dei Caraibi.

Nel marzo 1958, il Partito Democratico del Lavoro (DLP), in una campagna duramente combattuta che alimentava i rancori razziali e la sfiducia, sconfisse il PNM guidato da Williams e il Partito del Lavoro Federale delle Indie Occidentali affiliato alle elezioni federali. La sconfitta del DLP, che ha ricevuto un sostanziale sostegno da parte degli indo-tridadiani, scioccò Williams e incoraggiò i suoi critici. Rafforzò anche la convinzione di Williams che la visione politica del “nazionalismo delle Indie occidentali” fosse stata minata da alcune forze nazionali e razziali che si opponevano a un progetto federale.

Il 1° aprile 1958, in un discorso ai suoi sostenitori presso l'Università di Woodford Square, Williams cercò di spiegare le possibili ragioni dei risultati elettorali che, a suo avviso, “costituiscono una pericolosa minaccia per la stabilità del nostro Paese e della nuova nazione”. Spesso si crede erroneamente che Williams abbia utilizzato l'intero discorso per denigrare gli indo-trinbagoniani. Quello che cercava di fare, infatti, era paragonare l'India di Jahawarlal Nehru e la “nazione indiana” degli attivisti locali, chiamando i primi progressisti e investendo nella solidarietà interrazziale, a differenza dei secondi.

Colin Palmer, in Eric Williams and the Making of the Modern Caribbean (2006), racconta l'episodio come segue:

…Williams went on to denounce the Trinidadian advocates of “an Indian nation” as “the recalcitrant and hostile minority of the West Indian nation masquerading as ‘the Indian nation’ and prostituting the name of India for its selfish, reactionary political ends.” This was arguably, the most controversial and criticized speech that Eric Williams delivered during his long political career. (266)

…Williams ha continuato a denunciare i sostenitori trinidadiani di “una nazione indiana” come “la minoranza recalcitrante e ostile della nazione dell'India occidentale che si maschera da “nazione indiana” e si prostituisce al nome dell'India per i suoi fini politici egoistici e reazionari”. Questo è stato probabilmente il discorso più controverso e criticato che Eric Williams abbia mai pronunciato durante la sua lunga carriera politica. (266)

Palmer sostiene che questo “spiacevole utilizzo del linguaggio” sia stato sfruttato dai critici di Williams come un'espressione di quello che credevano fosse il suo atteggiamento generale nei confronti dell’ “intera razza” degli indo-trinbagoniani. Secondo Palmer, “è improbabile che questa fosse la sua intenzione, dato che il PNM comprendeva molti pro-federazione e indo-trinidadiani – così come il DLP” (266). È interessante notare l’ interpretazione un po’ diversa di Gordon Rohlehr:

“It is not clear to this commentator whether by “recalcitrant minority” he meant Indo-Trinidadians or the cadre of French Creoles, other whites, off-whites and coloreds…” (857).

“Non è chiaro a questo commentatore se lui per “minoranza recalcitrante” intendesse gli indo-tridadiani o il gruppo dei creoli francesi, degli altri bianchi, della gente che aveva la pelle con varie tonalità di bianco o della gente che ha la pelle di colore…” (857).

I ricordi su Williams sono complessi, proprio come il suo rapporto con la diversità dei gruppi etnici e sociali nella multietnica Trinidad e Tobago. Egli ha sostenuto, ad esempio, la piena partecipazione degli indo-trinidadesi nella vita politica e culturale della società e del suo partito politico, ma ha scoraggiato l'insegnamento formale dell'hindi nelle scuole, temendo che ciò potesse compromettere l'etica nazionalista dell'educazione. Per Williams, fare distinzioni culturali tra indiani (e africani) era una disgrazia per il nazionalismo. Eppure il suo desiderio di un nazionalismo non razziale era ancora fondamentalmente costruito in termini afro-creoli.

Una prova del contesto storico della frase “minoranza recalcitrante” aiuta ad illustrare la realtà culturale di Trinidad e Tobago negli anni '50, ed è anche la sfida che tutti noi dobbiamo affrontare nel 2020. La posta in gioco qui non è né l'intento del linguaggio, né il significato letterario di queste due paroline: siamo qui, piuttosto, per capire, criticare e imparare dalle sue risonanze culturali. Le differenze etniche, razziali, culturali, di genere e di età fanno parte di tutte le società. La conoscenza storica è solo un presupposto per lavorare attraverso esse.

Chi avrebbe mai pensato che un discorso pronunciato il 1° aprile 1958 si sarebbe ripetuto il 1° aprile 2020 attraverso un discorso pronunciato da un altro leader dello stesso partito politico? La mia intenzione qui non è quella di discutere se il primo ministro avesse o meno cattive intenzioni nell'uso del termine – non riesco a leggergli nel pensiero. Ma posso leggere la sua formulazione della lingua e metterla in un contesto storico. Sto scrivendo per respingere le risposte storiche dell'opinione pubblica che hanno copiato, incollato o pubblicato la schermata di Dictionary.com del termine “recalcitrante” per sostenere le loro argomentazioni secondo cui il termine “minoranza recalcitrante” non è offensivo per gli Indo-Trinbagoniani.

La formulazione della lingua non è qualcosa di neutrale. I significati politici fanno parte della lingua. Che si tratti della descrizione di Hillary Clinton dei giovani (neri) delinquenti degli anni '90 come “superpredatori” o del cane razzista di David Cameron – il fischio del cane razzista contro Sadiq Khan alle elezioni del sindaco di Londra del 2016 – le piattaforme politiche danno un contesto maggiore alla lingua perché i discorsi presentati riflettono l'intento e le ideologie della politica pubblica – o almeno la mentalità dei decisori pubblici.

Ecco le parole del Primo Ministro Rowley nella conferenza stampa del 1° aprile:

I want to say that if it turns out that the biology is against us we will take further measures if it turns out that we cannot encourage and control the recalcitrant minority (that famous phrase) then the force of law is with us [emphasis added].

Voglio dire che se si scopre che la biologia è contro di noi, prenderemo ulteriori misure. Se si scopre che non possiamo incoraggiare e controllare la minoranza recalcitrante (quella famosa frase), allora la forza del diritto è con noi [enfasi aggiunta].

Il fatto che abbia detto “quella famosa frase” dimostra la sua consapevolezza del peso storico e politico del termine – non era un'affermazione errata, ma un uso deliberato della lingua. Ma qual è l'utilità di questo termine in una conversazione nazionale? Come può rendere più efficace il messaggio? Quando la divisione etnica e l'incomprensione fanno parte della nostra società, in che modo questa scelta del linguaggio mette in discussione questi problemi?

La sfida al Primo Ministro a considerare la sua scelta di parole rappresenta una sfida a tutti i leader pubblici a usare consapevolmente un linguaggio che includa, piuttosto che escludere. Lavarsi le mani può aiutare a fermare la diffusione di COVID-19, ma non possiamo lavarci le mani della nostra storia.

Riferimenti:
Palmer, Colin A. 2006. Eric Williams and the Making of the Modern Caribbean. Kingson, Jamaica: Ian Randle Publishers.
Rohlehr, Gordon. 1997. “The Culture of Williams: Context, Performance, Legacy.” Callaloo (Autumn): 849-888.

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