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Le scelte di censura online in Giordania: non trasparenti e spesso arbitrarie

Manifestazioni contro l'austerità ad Amman, Giordania, 2 giugno 2018. Crediti: Ali Saadi (CC BY-SA).

Il governo giordano vigila e limita sempre di più l'accesso ai contenuti web, probabilmente come risultato diretto delle proteste della Primavera Araba, durante le quali i manifestanti hanno usato le piattaforme online per organizzare e diffondere le attività.

A volte, questa moderazione sfocia in censura, che si manifesta attraverso il blocco di siti internet giustificato dalla mancanza di una licenza legale di stampa e pubblicazione. Altre volte, si manifesta con la restrizione completa dei servizi, dalle applicazioni di messagistica come WhatsApp durante gli esami Tawjihi [en, come tutti i link salvo diversa indicazione] (universitari) fino al blocco di una rivista digitale LGBTQ (lesbica, gay, bisex, transessuale e queer).

In Giordania, la censura online si è normalizzata e, a volte, diventa arbitraria.

Durante le proteste di fine  2018 contro l'austerità, i giordani hanno denunciato l’impossibilità ad accedere [ar] ai video live di Facebook. Durante le inchieste, i funzionari governativi  hanno dichiarato di non aver posto alcuna restrizione di internet nelle zone in cui avevano luogo le proteste e a loro volta, hanno attribuito l'interruzione ad un “errore tecnico” di Facebook. Tale dichiarazione fu smentita da un'inchiesta indipendente portata avanti dall’ Osservatorio di Interferenza nella Rete (OONI) e dalla  Associazione Open Source della Giordania (JOSA), che ha concluso che la “trasmissione in diretta Facebook ha subito una interruzione momentanea durante le proteste”. Il rapporto dimostrò che il blocco è stato una mossa astuta: è stato impedito unicamente l'accesso agli utenti di Facebook live, ma per il resto l'applicazione continuava a funzionare normalmente.

Senza considerare la prodezza tecnica, il contesto legale giordano permette di bloccare i contenuti web metodicamente. Gli emendamenti del 2012 alla legge di stampa e pubblicazione hanno concesso alla Commissione dei Media di Giordania, la capacità di bloccare siti web che si sono categorizzati come “siti di informazione”, ma che non rispettano le severe condizioni di licenza, come quella di avere un capo di redazione che sia membro dell'Associazione di Stampa di Giordania  (JPA), con almeno quattro anni di anzianità. Come risultato di questa modifica, il Governo bloccò immediatamente 291 siti web. Le autorità hanno continuato ad usare gli emendamenti alla legge per bloccare l'accesso a siti web senza garantire ai cittadini il diritto di appellarsi a queste decisioni.

Nel 2017, la Commissione dei Media inviò un ordine di blocco al sito web della rivista LGTBQ araba MyKali, con sede ad Amman, aggiungendo che non possedeva la licenza necessaria in base alla legge di stampa e pubblicazione. In realtà, il sito subì la censura dopo un’ intervista con Dima Tahboub, parlamentare e rappresentante del partito conservatore  Fronte di Azione Islamica, su Deutsche Welle. Nell'intervista, Tahboub dichiarò apertamente che l'omosessualità non si allineava con “la morale e gli ideali della Giordania”. In seguito a questa intervista, Tahboub continuò ad attaccare la comunità LGBTQ di Giordania e focalizzò le critiche su MyKali, e due settimane più tardi, la Commissione dei Media bloccò il sito.

Per eludere la censura, MyKali imcominciò pubblicare il proprio contenuto tramite Medium.com. Ciononostante, le volontà di censura delle autorità giordane non si fermarono lì. Nel 2018, la Commissione Regolatrice delle Telecomunicazioni (TRC), richiese ai fornitori di servizi internet giordani, il blocco di MyKali su Medium.com. Zain e Orange non obbedirono ma Umniah sí, bloccò completamente il dominio Medium.com, che rimase oscurato per alcune settimane.

Non è la prima volta che viene negato ai giordani l'accesso alle principali piattaforme e siti internazionali. Fra settembre 2016 e gennaio 2017, archive.org è rimasto bloccato. Archive.org è l'archivio internet che permette l'accesso libero a quasi mezzo miliardo di pagine web archiviate, libri digitalizzati, film e musica. CitizenLab, 7iber e l'Associazione Codice Aperto di Giordania hanno indagato senza successo su questo fenomeno: la Commissione dei Media” ha sottolineato che la decisione del blocco non era stata la sua” e che il sito web non era mai stato fuori servizio. Dopo ulteriori pressioni con relazioni tecniche che provavano l'effettivo blocco del sito, il direttore della Commissione dei Media, si limitò a rispondere con un “no comment”. Le ragioni del blocco continuano ad essere un mistero.

Secondo il rapporto di  CitizenLab del 2017, il procedimento per bloccare l'accesso ai siti web, coinvolge solitamente tre entità: la Commissione dei Media, la Commissione Regolatrice delle Telecomunicazioni e le imprese delle telecomunicazioni. Ciononostante, come dimostrano i casi menzionati precedentemente, tali decisioni sono assolutamente arbitrarie e poco trasparenti e in generale, una volta applicato il blocco, gli utenti non possono appellarsi.

In un'epoca sempre più digitalizzata, il cyberspazio è diventato strumento di mobilitazione per gli attivisti e gli utenti, un mezzo per esprimersi e accedere all'informazione. Pertanto, è cruciale fare in modo che l'accesso all'informazione e ai canali digitali, sia ininterrotto e senza censura.

Il governo giordano deve adottare i mezzi per garantire la protezione dei diritti alla libertà di espressione e informazione online, e ciò include chiarire che le autorità hanno il potere regolatore per bloccare i contenuti e dare ai cittadini i canali necessari per appellarsi contro i blocchi. Inoltre, devono correggere le norme per il filtraggio e la censura online in base alle norme internazionali sulla libertà di espressione.

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