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Parte I – Accesso all'informazione sanitaria per le donne durante il COVID-19 in Africa Orientale

Una donna in piedi davanti a un ambulatorio mentre promuove una varietà di servizi e opzioni assicurative, 19 marzo 2018, Nairobi, Kenya. Foto di International Telecommunications Union tramite Flickr CC BY 2.0.

Nota dell'editore: questa storia fa parte di una serie di due articoli sulle donne e le cure sanitarie durante il COVID-19 in Africa Orientale. Leggi la Parte II qui.

La salute materna [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione]è una parte cruciale della salute sessuale e riproduttiva e una componente invisible dei diritti all'assistenza sanitaria. Tuttavia, la mortalità materna continua a minacciare la salute di donne e ragazze a livello globale, soprattutto nell'Africa subsahariana.

Negli ultimi anni, gli stati hanno istituito delle misure prioritarie per ridurre le gravidanze indesiderate e gli aborti pericolosi e per migliorare l'accesso a personale medico qualificato, in linea con gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile dell'ONU.

Ma al fine di assicurare l'efficacia di queste misure, è fondamentale garantire l'accesso alle informazioni a donne e ragazze.

La pandemia di COVID-19 evidenzia gli obblighi principali degli stati per assicurare un'accurata accessibilità alle informazioni, inquadrandola come una componente essenziale dei diritti all'assistenza sanitaria. Ciò richiede una comunicazione proattiva da parte degli stati, in modo tempestivo ed efficace.

Durante la pandemia, alcuni governi hanno avuto difficoltà nel garantire a donne e ragazze l'accesso ininterrotto all'educazione sessuale e riproduttiva e alle informazioni riguardanti queste tematiche, sia online che offline.

In Kenya, non sempre la gente ha ricevuto informazioni chiare, accessibili e regolari riguardo le esenzioni dalle restrizioni del lockdown e del coprifuoco. Sebbene le esenzioni consentano senza riserve alle donne incinte con emergenze ostetriche di lasciare le proprie abitazioni per recarsi nelle strutture sanitarie, la mancanza di informazioni chiare su queste esenzioni e su come applicarle può causare confusione e stress eccessivo.

I kenioti non erano neanche del tutto consapevoli dei doveri e dei ruoli degli agenti di sicurezza e degli operatori di trasporto pubblico per facilitare e assicurare un tragitto sicuro alle strutture sanitarie per donne e ragazze incinte. L'accesso a queste informazioni permetterebbe a donne e ragazze di rivendicare i loro diritti.

Una nuova famiglia fa visita a un ambulatorio con il figlio nato da poco, 19 marzo 2018, Nairobi, Kenya. Foto di International Telecommunications Union tramite Flickr CC BY 2.0.

Escluse dalle risorse online

In primo luogo, diffondere informazioni online, soprattutto tramite i social media, risulta potenzialmente pericoloso perché esclude e discrimina molte donne e ragazze che hanno un accesso limitato o inesistente agli smartphone e ai servizi internet, oppure mancano dell'alfabetizzazione digitale necessaria per accedere a queste informazioni. Alcune hanno mezzi economici limitati o nulli per far fronte ai costi per usufruire di collegamenti a internet.

Secondo la World Wide Web Foundation, nonostante la massiccia crescita globale nell'utilizzo di internet, la presenza online degli uomini è ancora maggiore di quella delle donne, a causa delle disparità di genere esistenti. Nell'Africa subsahariana, solo il 28% delle donne ha accesso a internet. Ciò significa che condividere informazioni online o richiedere agli utenti di collegarsi a internet per avere accesso all'assistenza sanitaria è un processo che spesso esclude le donne.

In Kenya, l'86% delle donne ha accesso ai telefoni cellulari, ma solo il 32% ha accesso ai servizi internet e al loro utilizzo. Non è ben chiaro, tuttavia, se le donne di quest'ultimo gruppo godano di accesso regolare e ininterrotto ai servizi internet che richiedono determinati mezzi economici per pagare i pacchetti internet e l'elettricità per ricaricare gli smartphone.

Telemedicina per tutti?

Il Ministero della Salute keniota ha pubblicato delle linee guida riguardo la continuità di assistenza medica riproduttiva, materna, neonatale e di pianificazione famigliare durante la pandemia di COVID-19, includendo l'uso della telemedicina, un modello innovativo promosso da numerosi paesi per assicurare l'accesso ai servizi sanitari anche durante il COVID-19.

La telemedicina è fondamentale per garantire l'accesso alle informazioni in tema di salute, incluse le modalità per usufruire dei servizi di emergenza durante il travaglio e per facilitare il contatto tra operatori sanitari e pazienti.

Tuttavia, le linee guida per la telemedicina sono diffuse prevalentemente online, ma non tutti hanno accesso a internet. Ciò significa che molte comunità potrebbero non essere a conoscenza dei numeri telefonici da chiamare per accedere a tali servizi.

Inoltre, la telemedicina non è accessibile alle donne che non hanno un telefono cellulare, né a quelle con fondi limitati necessari per effettuare le telefonate, qualora i numeri non siano gratuiti.

Standard per il diritto all'assistenza sanitaria

Gli Stati sono vincolati dalle convenzioni e dai trattati sui diritti umani che hanno ratificato. Di conseguenza, gli enti che monitorano il rispetto dei trattati a livello regionale e a livello globale dell'ONU hanno sviluppato degli standard accettati universalmente dagli Stati per valutare e facilitare la realizzazione dei diritti alle cure sanitarie, inclusa la salute materna.

Il Comitato per i diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite e il Comitato per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne hanno sviluppato rispettivamente il Commento Generale n° 14 e il Commento Generale n° 22 e la Raccomandazione Generale n° 24, sottolineando gli obblighi degli stati e gli standard da rispettare per garantire i diritti sanitari.

A livello regionale, la Commissione africana per i diritti umani e dei popoli, nel 2014, ha prodotto il Commento Generale n° 2 sul diritto alla salute, inclusa la salute riproduttiva, prevista nell'Articolo 14 del rivoluzionario Protocollo del 2003 alla Carta africana per i diritti umani e dei popoli riguardante i diritti delle donne in Africa, comunemente noto come Protocollo Maputo.

Insieme, questi strumenti per i diritti umani definiscono gli obblighi degli stati africani per assicurare che l'assistenza sanitaria di alta qualità sia accessibile, accettabile e disponibile per tutti, incluse l'informazione e l'educazione in ambito sanitario.

Le informazioni devono essere disponibili per tutti i cittadini su base paritaria e senza discriminazioni, soprattutto per le popolazioni più vulnerabili ed emarginate, come quelle che vivono in povertà, in aree rurali e remote e le persone con disabilità.

Impegno pubblico e diretto

L'uso di diverse forme di comunicazione e diffusione delle informazioni garantisce che tutte le donne, giovani e anziane, che abitano in zone rurali, periurbane o urbane e con qualsiasi livello di reddito, abbiano accesso a informazioni sanitarie rilevanti.

Nel complesso, gli Stati potrebbero fare di più per assicurare la fruibilità di informazioni accurate da parte del pubblico, incluso l'utilizzo di media convenzionali come la televisione, la radio e i giornali e l'invio massiccio di messaggi di testo tramite i servizi di SMS e USSD.

L'impegno con leader, attivisti, gruppi e volontari e operatori sanitari delle comunità supporta anche il flusso aperto e trasparente di informazioni in quelle comunità con accesso limitato ai telefoni cellulari, ai televisori, alle radio, ai giornali, eccetera.

L'accesso regolare alle informazioni sanitarie, soprattutto per donne e ragazze, migliorerà senza dubbio l'accesso ai servizi sanitari materni. E la cosa probabilmente riuscirà a mitigare l'aumento della mortalità e della morbilità materna e neonatale in Africa durante la pandemia di COVID-19.


Lydia Muthiani e Nelly Warega sono avvocatesse dei diritti umani e vivono e lavorano in Kenya. Sono specializzate nel progresso dei diritti di donne e ragazze e fanno parte dell'Utu Wetu, un collettivo di esperti di diritti umani che lavora in particolare per i diritti delle donne.

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