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Juan Pablo Mazorra: “Fare l'attore di teatro è una vera e propria professione di resistenza”

Foto di Juan Pablo Mazorra, utilizzata con il permesso dell'autore David Ruano.

Il lavoro dell'artista si vede sempre rappresentato nella sua vetrina finale, come un condensato dei successi nel processo creativo, ed è questo che arriva in mano al pubblico in forma integrale ed immacolata per il suo apprezzamento. Avendo l'opportunità di conoscere colleghi artisti e di conoscere i loro tempi, qualche volta il mio cammino si incrociò con quello dell'attore, regista e pedagogo teatrale Juan Pablo Mazorra, che è originario della città di Puebla, Messico.

Il suo interesse per i diversi linguaggi teatrali lo porta a vivere in Spagna. Nel suo cammino, ha calpestato luoghi di prestigio come l’Institut del Teatre [ca, Istituto del Teatro] ed il centro Moveo [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] entrambi a Barcellona. Attualmente è attore di una delle compagnie teatrali indipendenti più antiche d'Europa, Els Joglars [I Menestrelli].

Mazorra è anche fondatore e direttore artistico della compagnia di teatro indipendente Parece una tontería [Sembra una sciocchezza] e pedagogo di teatro. Nel 2018 ricevette il premio al miglior attore per il monologo “MIGRANTE” nel IX Festival di Teatro Indipendente MUTIS. Sono riuscito a chiacchierare con lui e questo è ciò che ci ha raccontato.

“Set Segons. In God We trust” [Sette Secondi. Ci Fidiamo di Dio] di Falk Richter. Regia di Ruben Pérez. Foto di Markel Cormenzana. Utilizzata con il permesso.

Alejandro Barreto: Perché scegliesti come professione il teatro e che compromessi devi fare per questo?  

Juan Pablo Mazorra: Porque honestamente, a los actores nos gusta sentirnos exhibidos, contar una la historia donde es el protagonista, sentir la interacción entre público y el mensaje que estás dando. Es un juego de dos, el actor y el público que ha pagado por entrar a verte, es un acto de comunión. Me gusta cuando actúo ver las caras del público, los gestos, la respiración, las risas, eso me apasiona.

Ahora bien, aunque suene idílico, creo que el teatro cambiará al mundo, o al menos un mundo, el de una persona. Lo imagino cuando la gente se acerca al final de la obra para felicitarte, darte sus puntos de vista y saber que quizás ese día llegará a su casa y durante la cena contará algo sobre lo que sintió o reflexionó gracias a una obra de teatro. La gente que va verlo, asiste con una expectativa, al menos pasar el rato, y ese es un buen momento para decirle que aparte de divertirse, vamos a reflexionar sobre un tema, o yo voy a plantear también las inquietudes que me preocupan, porque al final el teatro no plantea respuestas, sólo preguntas. El teatro modifica de muchas formas, yo me siento mejor persona gracias a él, es un trabajo de empatizar, me obliga a ponerme la piel de un personaje, entenderlo y no juzgarlo.

Juan Pablo Mazorra: Perché onestamente, a noi attori piace metterci in mostra, raccontare una storia di cui uno è protagonista, sentire l'interazione tra il pubblico ed il messaggio che stai passando. È un gioco a due, l'attore ed il pubblico che ha pagato per entrare a vederti, è un atto di comunione. Mi piace quando recito vedere le facce del pubblico, i gesti, la respirazione, le risate, quello mi appassiona.

Adesso, sebbene suoni idillico, credo che il teatro cambierà il mondo, o almeno un mondo, quello di una persona. Lo immagino quando la gente si avvicina alla fine dell'opera per congratularsi, darti i suoi punti di vista e sapere che magari quel giorno tornerà a casa e durante la cena racconterà qualcosa di quello che ha sentito o pensato grazie ad un'opera di teatro. La gente che va a vederlo, assiste con una aspettativa, per lo meno passare il tempo, e quello è un buon momento per dirgli che oltre a divertirsi, rifletteremo su un tema, o che io esporrò anche le inquietudini che mi affliggono, perché alla fine il teatro non presenta risposte, solo domande. Il teatro cambia in molti modi, io mi sento una persona migliore grazie a lui, è un lavoro per sentire empatia, mi obbliga a mettermi la pelle di un personaggio, capirlo e non giudicarlo.

“Migrante” diretto da Neilor Moreno e Giselle Stanzione. Foto di Mayra Luna, utilizzata con il permesso.

 AB: In che situazione si trova il teatro?

JPM: He tenido el privilegio de pisar algunos países y durante mi formación he podido intercambiar ideas con personas de muchas nacionalidades, y es triste reconocer que el común al hablar de la situación del teatro es siempre complicada e incierta. Pareciera que los artistas somos de los últimos eslabones en la cadena humana. El común denominador en México, en España y en casi todos lados, sigue siendo el mismo: pagos miserables, falta de interés por parte de los programas de gobierno para las artes, el poco hábito de la gente para ir al teatro, teatros que se ven obligados a cerrar, contratos inexistentes, pagos atrasados…. No se equivoca ninguno al decir que esta es una verdadera profesión de resistencia.

JPM: Ho avuto il privilegio di calpestare alcuni paesi e durante la mia formazione ho potuto scambiare idee con persone di molte nazionalità, ed è triste dover riconoscere che comunemente quando si parla della situazione del teatro questa è sempre complicata ed incerta. Sembra che noi artisti siamo gli ultimi anelli della catena umana. Il comun denominatore in Messico, in Spagna e da quasi tutte le parti, continua ad essere lo stesso: pagamenti miserabili, mancanza d'interesse da parte dei programmi del governo per le arti, la poca abitudine della gente ad andare a teatro, teatri che si vedono obbligati a chiudere, contratti inesistenti, pagamenti in ritardo… Non ci si sbaglia a dire che questa è una vera professione di resistenza.

“ZENIT” della compagnia Els Joglars. Foto di David Ruano. Fotografia utilizzata con autorizzazione.

AB: Perché decidesti di andare all'estero per crescere professionalmente?

JPM: La razón principal por la que vine a España fue para estudiar. Quería profesionalizarme en un tipo de teatro muy específico y su estudio en México era complicado y/o inexistente. Fue un posgrado en teatro y educación, y un diplomado en mimo corporal dramático y teatro físico las que me hicieron viajar a Europa. Mientras vivía aquí, la compañía de teatro Els Joglars  convocaron a casting y tras un largo proceso de filtros, me contrataron, así que tuve la oportunidad, al finalizar mis estudios de seguir viviendo en este país.

JPM: La ragione principale per cui venni in Spagna fu per studiare. Volevo professionalizzarmi in un tipo di teatro molto specifico ed il cui studio in Messico era complicato e/o inesistente. Fu una specializzazione in teatro e pedagogia, ed un diploma in mimo corporale drammatico e teatro fisico che mi fecero viaggiare in Europa. Mentre vivevo qui, la compagnia di teatro Els Joglars convocò per un casting e dopo un lungo processo di filtri, mi ingaggiarono, così ebbi l'opportunità, alla fine dei miei studi, di continuare a vivere in questo paese.

“BRUELS”. Testo e regia di Oriol Morales. Foto di María Alzamora. Fotografia utilizzata con autorizzazione.

 AB: Il concetto della migrazione è tornato a far parte del discorso del tuo lavoro. Come vivi quella realtà?

JPM: Considero que muchos de los trabajos personales que desarrollo como artista siempre están permeados de una fuerte necesidad de hablar de una problemática social porque considero que todo artista es un ser político. Con la obra “Intermitentes” nos aventuramos a hablar del suicidio juvenil, con “ese lugar que nadie escucha” sobre la violencia contra la mujer, en “Tafus” sobre el duelo tras la muerte… y no es que la migración se haya vuelto mi discurso de la noche a la mañana. Creo que ser mexicano y no tener en la cabeza la palabra migración, se debe a que vives de manera muy privilegiada, o porque no has querido mirar la realidad que te rodea. La idea de que alguien tenga que dejar su lugar natal, por las razones que sea, ha sido siempre algo que he reflexionado mucho; pero hasta que me convertí en parte de esta estadística, fue que decidí convertir esa idea en un espectáculo. Así nace “Migrante” uno de mis proyectos personales al que más tiempo le he dedicado y qué más satisfacciones a nivel personal y artístico me ha dejado. Los artistas tenemos una gran capacidad de migrar, ojalá nadie tuviera que hacerlo por supervivencia, sino por placer y por la curiosidad de descubrir el mundo.

JPM: Considero che molti dei lavori personali che realizzo come artista sono sempre permeati da una forte necessità di parlare di una problematica sociale perché considero che ogni artista è un essere politico. Con l'opera “Intermitentes” [Intermittenti] ci avventurammo a parlare di suicidio giovanile, con “Ese lugar que nadie escucha” [Quel posto che nessuno ascolta] di violenza contro le donne, in “Tafus” del dolore dopo la morte… e non è che la migrazione sia diventata mio discorso dalla sera alla mattina. Credo che essere messicano e non avere in mente la parola migrazione, significhi che vivi in maniera molto privilegiata, o che non hai voluto guardare alla realtà che ti circonda. L'idea che qualcuno debba lasciare il proprio paese natale, per qualsiasi ragione, è sempre stato qualcosa su cui ho riflettuto molto; però nel momento in cui mi convertii in parte di questa statistica fu quando decisi di trasformare questa idea in un spettacolo.. Così nasce “Migrante”, uno dei miei progetti personali a cui più tempo ho dedicato e che più soddisfazione a livello personale ed artistico mi ha lasciato. Noi artisti abbiamo una gran capacità di migrare, magari nessuno lo dovesse fare per sopravvivenza, ma per piacere e per la curiosità di scoprire il mondo.

AB: Il tuo [percorso di] apprendimento come attore, drammaturgo e regista in Spagna è pensato per essere portato in Messico?

JPM: Las pocas veces que he vuelto a México para visitar a mi familia, me las he arreglado para siempre impartir algunos talleres o compartir algo de mi trabajo; nada me haría más feliz que trabajar en México. Me encantaría que me inviten a dirigir una obra, llevar algún espectáculo mío de gira por allá o ir e impartir clases. Muero de ganas de regresar y aportar mi granito de arena, modificar y dar un punto de vista diferente en la situación teatral de mi país.

JPM: Le poche volte che sono tornato in Messico per visitare la mia famiglia, ho sempre pensato di fare alcuni laboratori o condividere qualcosa del mio lavoro; niente mi renderebbe così felice come lavorare in Messico. MI piacerebbe moltissimo che mi invitassero a dirigere un'opera, portare in giro da quelle parti qualche mio spettacolo o dare lezioni. Muoio dalla voglia di tornare e contribuire con il mio granello di sabbia, modificare e dare il mio diverso punto di vista sulla situazione teatrale del mio paese.

A chi interessa il suo lavoro è possibile seguire la sua pagina Facebook.

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