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La raccolta della frutta al tempo della pandemia: i lavoratori migranti e precari d'Europa

“Germania, strozzati con i tuoi asparagi” si legge su una parete nel distretto di Wedding, Berlino. Foto (c): Maxim Edwards, maggio 2020.

A fine giugno, oltre 1500 lavoratori presso un mattatoio in Germania occidentale hanno contratto il COVID-19. Una volta superato il limite di 50 nuove infezioni per 100.000 abitanti, il blocco della struttura e della cittadina limitrofa è stato successivamente esteso a tutto il distretto di Gütersloh, nello stato del Nord Reno-Westfalia. È stato il primo grande blocco da quando la Germania ha allentato le restrizioni federali il 10 maggio.

La maggior parte delle persone infette nel mattatoio dell'azienda Tönnies erano lavoratori migranti provenienti da Bulgaria, Polonia e Romania. Sono solo una piccola parte delle migliaia di persone provenienti dagli stati orientali dell'UE che ogni anno si recano in Germania per lavorare nell'industria alimentare del paese.

Gli epidemiologi tedeschi hanno avvertito che queste enormi strutture, con la loro scarsa ventilazione, i fluidi in circolazione, le catene di montaggio stipate e le superfici metalliche costantemente toccate, costituiscono terreno fertile per l'infezione. Hanno già notato un numero significativo di infezioni COVID-19 tra i lavoratori del mattatoio, che sono stati ora sottoposti al test in almeno cinque stati federali [de, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione]. Ma ci sono persone, tra le quali il primo ministro del Nord Reno-Westfalia Armin Laschet, che sembrano aver spostato la colpa sui lavoratori stessi (Laschet da allora ha “fatto chiarezza” sulle sue dichiarazioni, rilasciate a giugno, dopo le critiche dei politici federali).

Tönnies ora domina le prime pagine dei principali quotidiani tedeschi; in alcune pubblicazioni e sui social media ormai si ironizza sul fatto che i maiali in Germania hanno una lobby più grande rispetto ai lavoratori precari che li macellano. Ma questo potrebbe cambiare.Il 20 maggio, il ministro del lavoro tedesco Hubertus Heil ha presentato una nuova legge per vietare l'appalto a terzi del lavoro e i processi di assunzione ai subappaltatori, obbligando le aziende di carne tedesche a impegnarsi a standard minimi di lavoro per i migranti.

A causa della pandemia, si è aperto un altro capitolo nella discussione pubblica della Germania sullo status dei lavoratori migranti stagionali. Attivisti del lavoro provenienti da Europa, Oriente e Occidente avvertono che la pandemia di COVID-19 non ha solo gettato luce su queste disparità, ma le ha anche rafforzate.

Strozzatevi con i vostri asparagi

In Germania, l'arrivo della primavera è tradizionalmente associato ad asparagi e fragole. La tradizione più recente sostiene che siano raccolti da lavoratori precari bulgari e rumeni: il settore agricolo tedesco ha assunto 300.000 lavoratori migranti nel solo 2019 [en]. Quindi, quando il governo federale ha chiuso i confini del paese a marzo a causa della pandemia di COVID-19, la lobby agricola tedesca temeva che tonnellate di prodotti potessero essere lasciate marcire nei campi. Pertanto, il 2 aprile, Berlino ha accettato [en] di aprire i confini della Germania a 80.000 migranti stagionali per i due mesi successivi. L'UE ha infatti istituito un'eccezione a livello sindacale riguardo i divieti di viaggio per i lavoratori stagionali.

Quasi immediatamente, migliaia di rumeni hanno risposto alla chiamata. Il 9 aprile, i social media si sono riempiti di immagini [ro] raffiguranti 1800 persone stipate nel piccolo aeroporto internazionale di Cluj-Napoca, pronto a far far decollare quattro aerei diretti in Germania. Secondo alcuni resoconti dei media tedeschi, diversi lavoratori provenivano dalla regione di Suaceava che tecnicamente doveva essere sottoposta a quarantena. Come spiegare la folla di persone all'aeroporto di Cluj quel giorno?

Sia in patria che in Germania, i lavoratori stagionali sono stati accusati di incoscienza e stupidità per aver deciso di lavorare all'estero nel pieno di una pandemia. Gli attivisti per i diritti umani e gli analisti hanno definito imprecisa questa affermazione [en] chiedendo non tanto perché i lavoratori abbiano scelto di correre tali rischi, ma cosa le aziende tedesche che beneficiano del loro lavoro potrebbero fare per proteggerli. Dopotutto erano stati definiti, secondo le parole della direttiva UE [en], che li esentava dai divieti di viaggio, “lavoratori necessari”.

Per molte persone provenienti dalle zone rurali della Bulgaria, della Romania e di altri stati dell'Europa orientale con scarse prospettive occupazionali, la migrazione stagionale è una questione di sopravvivenza.

Polina Manolova, ricercatrice in materia di migrazione all'Università di Tubinga, afferma che la mancanza di misure protettive da parte del governo bulgaro per offrire sostegno sociale ai lavoratori ha intensificato la povertà o la paura dell'impoverimento, durante la pandemia [en]:

These are people who have been laid off recently, people who aren't entitled to any unemployment benefit because there are so many conditions they have to fulfil. A lot of people fall out of the social security net, or work in the grey sector, or are self-employed. I follow recruitment agencies on Facebook, and I have never before seen such massive interest in leaving to work on these jobs.

Si tratta di persone che sono state licenziate di recente, che non hanno diritto a nessuna indennità di disoccupazione, a causa delle troppe condizioni che devono soddisfare. Molte persone escono dalla rete di sicurezza sociale, lavorano nel settore grigio o sono lavoratori autonomi. Seguo le agenzie di reclutamento su Facebook e non ho mai visto un interesse così grande nel lasciare il proprio paese per intraprendere questi lavori.

Come questa donna  ha spiegato [bg] in anonimo alla radio nazionale bulgara ad aprile:

Финансова е причината да искам да замина. С 20 паудна си пазарувам храна за цялата седмица и от нищо не се лишавам, а тук не мога да си позволя да си купя сьомга всяка седмица. На 30-и април летя, имам организиран чартърен полет от фермата. Пътувам за Англия. Тази година ми е девети сезон, ходя в една и съща ферма. Фермата е за ягоди, малини, къпини, боровинки. Не се притеснявам, там сме затворено общество. От познати, които са там, знам, че има карантинен период. Спим в каравани, по шест човека сме, имаме отделно баня, тоалетна

Lo faccio per i soldi. Con 20 sterline posso fare la spesa settimanale e non mi privo di niente.Qui non posso nemmeno permettermi di comprare pesce ogni settimana. Prenderò un volo charter organizzato dalla compagnia il 30 aprile. Questa è la mia nona stagione nella fattoria. Raccogliamo fragole, lamponi, more e mirtilli. Non sono preoccupata perché siamo come una società chiusa lì. I miei amici che sono già lì mi hanno detto che ci sarà un periodo di quarantena. Siamo sei persone in una roulotte, abbiamo un bagno in comune e un water.

Le sue parole suggeriscono anche che, come hanno spiegato diversi analisti a GlobalVoices, le differenze salariali sono un modo necessario ma non sufficiente per spiegare la migrazione stagionale del lavoro. Offre alle giovani famiglie la possibilità di risparmiare, per permettere ai loro figli di avere un'istruzione superiore o una casa. Offre capitale sociale e per i giovani nelle zone rurali può anche essere considerato un rito di passaggio.

Questo pilastro della vita rurale in Romania e Bulgaria non avrebbe mai potuto essere interrotto dalla pandemia. I gruppi di Facebook che reclutano lavoratori agricoli nel Regno Unito, in Germania e nei Paesi Bassi pullulano di lavoratori entusiasti che chiedono consigli su come dirigersi all'estero. Una manciata di commenti sulla pagina Facebook Brigada UK in lingua bulgara esprimono preoccupazione per il coronavirus e le misure di distanziamento sociale, ma la maggior parte delle persone sembra imperterrita, persino nei commenti di aprile, quando la pandemia era di gran lunga peggiore in molti paesi.

“Con la quantità di sostanze chimiche che spruzzano lì, non c'è modo di prendere il COVID-19!” scherza un uomo sulla stessa pagina.

La vita nei campi

Quando i lavoratori stagionali sono arrivati in Germania, sono state fatte delle precisazioni. I regolamenti dell'UE, nonché le istruzioni elaborate dal Ministero tedesco dell'Agricoltura, li obbligavano a fare un test sanitario generalizzato prima di entrare nel paese. Dopo di che sarebbero dovuti rimanere in autoisolamento per due settimane. Solo voli charter erano consentiti, vietando i lunghi viaggi in autobus intrapresi dalla maggior parte dei lavoratori migranti.

Eppure quasi nulla è cambiato. I lavoratori stagionali sono stati comunque assunti da subappaltatori e intermediari piuttosto che dalle fattorie o dai macelli in cui lavoravano. Ufficialmente ricevevano il salario minimo tedesco di 9,35 euro, ma si lamentano del fatto che gran parte di tale somma viene in realtà detratta – non sempre in modo trasparente – per coprire voli, vitto e alloggio che i lavoratori considerano scadenti. Dominique John, coordinatore del progetto di Faire Mobilität, una ONG che richiede condizioni di lavoro eque per i lavoratori migranti in Germania, ha dichiarato a GlobalVoices che i suoi colleghi hanno notato un aumento delle denunce di questo tipo negli ultimi mesi.

Fondamentalmente, questo rapporto di lavoro precario non è cambiato durante la pandemia. Come un agricoltore tedesco ha affermato al tabloid nazionale Bild in aprile:

Deutsche kann ich nicht gebrauchen. Stundenlang gebückt auf dem Feld zu arbeiten, sind die meisten Deutschen nicht gewohnt. Sie klagen schnell über Rückenschmerzen… Der Spargel muss alle ein bis anderthalb Tage gestochen werden. Deutsche fordern die Woche ein, zwei Tage frei. Das geht in der Hochsaison nicht. Rumänen ackern auch sonn- und feiertags

Non posso contare sui tedeschi. La maggior parte di loro non è abituata a lavorare duramente nei campi per ore e ore. Si lamentano quasi subito del mal di schiena. Ma gli asparagi devono essere raccolti ogni giorno o ogni giorno e mezzo. I tedeschi chiedono uno o due giorni liberi a settimana. Ma nella stagione del raccolto questo non basta. Invece i rumeni lavorano la domenica e anche nei giorni festivi.

Secondo un documento del 2 aprile, redatto dal Ministero dell'Agricoltura tedesco mostrato a Global Voices, i migranti che lavorano stagionalmente avrebbero dovuto essere dotati di dispositivi di protezione individuale (DPI) e avrebbero dovuto poter lavorare e vivere a distanza di sicurezza l'uno dall'altro. Tuttavia, considerati gli standard di alloggio per tali lavoratori, i ricercatori e gli attivisti come Manolova dubitano che misure sanitarie ancora più severe possano essere applicate su tutta la linea.

I seguenti esempi, secondo gli attivisti per i diritti dei lavoratori, sono rappresentativi  delle condizioni di vita dei migranti stagionali che lavorano nelle fattorie in Germania e nella vicina Austria:

ErntearbeiterInnen sind meist unsichtbar, bestenfalls sieht mensch kleine Gruppen von ihnen am Feld arbeiten. Gestern…

Geplaatst door Sezonieri – Kampagne für die Rechte von Erntehelfer_innen in Österreich op Vrijdag 12 juni 2020

 

Ieri am fost împreună cu Oskar Brabanski, Sevghin Mayr, IG BAU și WirtschaftsWoche în vizită la muncitorii din…

Geplaatst door Marius Hanganu op Vrijdag 10 juli 2020

Ad aprile, altri attivisti del lavoro hanno espresso preoccupazione per le potenziali conseguenze sulla salute del rigoroso regime di lavoro nei campi [en]:

La storia dell'orrore dei lavoratori migranti stagionali in Germania continua:
1. Giorni di quarantena: uno. Poi subito nei campi.
2. Forzati a lavorare 14 ore al giorno, 100 ore a settimana!
3. Se si rifiutano di lavorare sotto la pioggia fredda vengono immediatamente licenziati.

L'11 aprile, un uomo rumeno che lavorava come raccoglitore di asparagi nello stato meridionale di Baden-Württemberg è stato trovato morto, e si è rivelato positivo al coronavirus. Si ritiene che sia entrato nel paese molto prima, il 20 marzo. Lo stesso mese, i lavoratori rumeni di Suceava che lavorano nella medesima fattoria hanno scritto la seguente lettera a Monitorul de Suceava [ro], un giornale locale, lamentandosi delle condizioni di lavoro durante la pandemia. Il subappaltatore che li aveva spediti lì, hanno spiegato, non rispondeva più alle loro telefonate:

Vă scriu pentru că suntem într-o mare dilemă, suntem în locul în care a murit acel bărbat din Suceava, aici nu sunt condiții de protecție, sunt oameni în izolare care muncesc singuri pe câmp. Astăzi a izolat o echipă întreagă de oameni, aici este o femeie care se simte rău și așteaptă medicul de azi dimineață și nu vine nimeni să o vadă. Se lucrează și în hală la sortat sparanghel, aici oamenii stau unul lângă altul, avem măști pe care le purtăm de 5 zile. Au închis porțile firmei și au pus bodyguard, au mers apoi la oameni în câmp și le-au spus că dacă vine poliția să le spună că e totul bine. Vrem să mergem acasă, nu vrem să murim aici pe capete.

Le scrivo perché abbiamo un grande dilemma. Siamo nel luogo in cui è morto quell'uomo di Suceava. Non ci sono mezzi di protezione; ci sono persone in auto-isolamento che lavorano da sole nei campi. Oggi un'intera squadra di persone è stata isolata; c'è una donna che si sente male, sta aspettando che arrivi il dottore da questa mattina e nessuno viene a vederla. Le persone smistano gli asparagi nell’ingresso e stanno uno accanto all'altro. Abbiamo maschere che indossiamo da cinque giorni. Hanno chiuso i cancelli del complesso e ci hanno messo delle guardie a controllarli, poi sono andati dalle persone nei campi per informarli che se la polizia fosse arrivata, avrebbero dovuto dire loro che tutto andava bene. Vogliamo andare a casa. Non vogliamo morire qui.

Ci sono motivi per ritenere che l'orario di lavoro sia migliorato nei mesi successivi. Ma alla luce del rapporto di lavoro, una domanda chiave rimane: cosa accadrebbe se un lavoratore agricolo in Germania si ammalasse di COVID-19?

L'anno scorso, la Federal Employment Agency ha dichiarato che quasi il 70% dei lavoratori agricoli stagionali in Germania era marginalmente impiegato in “mini lavori” a breve termine e quindi non aveva i requisiti per l'assicurazione sanitaria e le garanzie di previdenza sociale tedesche. Inoltre, il periodo massimo durante il quale i lavoratori stranieri sono autorizzati a lavorare in Germania senza che questi o i loro datori di lavoro contribuiscano al sistema di sicurezza sociale è stato aumentato da 70 a 115 giorni durante la pandemia, prolungando potenzialmente la loro situazione precaria.

Per tutto il mese di maggio e giugno, l'interesse pubblico per il destino dei lavoratori migranti stagionali è aumentato, così come i timori che i lavoratori in arrivo avrebbero portato il COVID-19.

Ma ciò che è passato veramente inosservato è che l'Europa orientale ha avuto relativamente molto successo [en] nella sua lotta contro la pandemia. Nonostante i miti diffusi sul fatto che i migranti “portino la malattia” in Europa, erano più che altro i raccoglitori di asparagi rumeni e bulgari, non i consumatori, ad essere maggiormente a rischio lavorando in Germania, dove il numero di infezioni da COVID-19 [en] era molto più alto che nelle loro terre d'origine.

Una volta che i raccolti sono stati sottratti al pericolo e i loro salvatori sono tornati nei loro paesi d'origine, potrebbe valere la pena ripercorrere le parole di questo utente Twitter:

Devo riflettere su queste immagini difficili da comprendere delle ultime settimane, in cui migliaia di lavoratori migranti si trovano schiena contro schiena negli aeroporti rumeni. E mi chiedo: quanto è probabile che un lavoratore migrante rumeno andrà dal medico in questo paese se dovesse avere la tosse? Chi lo aiuterà allora?

Ottima domanda. Se, in effetti, uno di quei lavoratori decidesse di farsi visitare da un medico in Germania, nulla non sorgeranno problemi di traduzione: il sistema sanitario tedesco, proprio come molti altri in Europa, è gestito con l'aiuto di migliaia di medici rumeni, arrivati in cerca di un salario dignitoso. Nel frattempo, la Romania combatte il COVID-19 con una carenza di personale medico [en].

Il nuovo precariato

Parliamo di esempi tedeschi, ma si tratta di un problema che tutta l'Europa condivide.

Nel mio paese d'origine, la Gran Bretagna, la questione del lavoro precario nell'Est Europa è diventata radicata in una guerra di cultura a causa della Brexit. Temendo per la raccolta della frutta, il governo ha lanciato la campagna “Pick for Britain” [en] a maggio, esaltando lo spirito patriottico come soluzione in un periodo dove i confini devono rimanere chiusi. Pochi inglesi hanno risposto alla chiamata. Così, sono state rapidamente fatte eccezioni alla chiusura delle frontiere [en] per i lavoratori migranti stagionali, con grande disappunto di alcuni sostenitori della Brexit. Per i filo-europei, il rifiuto degli avversari di lavorare nei campi era la prova più forte della loro ipocrisia; i migranti precari del lavoro rappresentano un cosmopolitismo europeo idealizzato che sta andando alla deriva. Tra le righe, affermano gli esperti, si è persa una conversazione più olistica sui diritti dei lavoratori per i migranti stagionali.

Valer Simion Cosma, un antropologo che lavora con i  migranti nella Romania rurale e anche dipendente del Museo di Storia e Arte di Zalău, spera che la pandemia possa sensibilizzare l'opinione pubblica sulla segmentazione dell'economia del lavoro in Europa:

The management of fresh food supply chains in Europe's transnational agribusiness relies on cheap, non-unionised, and privately managed labour from low-wage Eastern European countries. The costs and benefits of this material structure are under-appreciated. West European farming benefits from massive EU and national subsidies, crowding out agricultural exports from the Global South. Yet pay and work conditions in the parts of European food supply chains that are not yet automated (such as fresh produce or meatpacking) remain precarious. International supermarkets pit producers against each other, who in turn rely on wage suppression to defend the sectors’ relatively small margins. While in theory, the East European workers enjoy the legal protections awarded to formal labour by EU law, the COVID-19 pandemic has exposed, and in some cases sharpened, their often exploitative work conditions. This occurred not just in countries with large informal sectors, weak labour unions a dual labor markets such as Greece, Spain or Italy, but also in countries like Germany, where economic informality is low and, for all the recent erosion, labour relations.

La gestione delle catene di approvvigionamento di prodotti alimentari freschi nel settore agroalimentare transnazionale europeo si basa su manodopera a basso costo, non sindacalizzata e gestita privatamente, la maggior parte proveniente da paesi dell'Europa dell'Est a basso salario. I costi e i benefici di questa struttura materiale sono sottovalutati. L'agricoltura dell'Europa occidentale trae vantaggio dai massicci sussidi nazionali e dell'Unione Europea, escludendo le esportazioni agricole dal Sud del mondo. Tuttavia, le condizioni salariali e lavorative nelle parti delle catene di approvvigionamento alimentare europee non ancora automatizzate (come i prodotti freschi o il confezionamento della carne) rimangono precarie. I supermercati internazionali mettono i produttori in competizione l’uno con l’altro. Questi a loro volta si affidano alla soppressione dei salari per difendere i margini relativamente ridotti dei settori. Mentre in teoria i lavoratori dell'Europa orientale godono delle tutele legali accordate al lavoro formale dal diritto comunitario, la pandemia COVID-19 ha messo a nudo, e in alcuni casi anche acuito, le loro condizioni di lavoro spesso di sfruttamento. Questo si è verificato non solo in Paesi con grandi settori informali, sindacati deboli, un doppio mercato del lavoro come la Grecia, la Spagna o l'Italia, ma anche in Paesi come la Germania, dove l'informalità economica è bassa.

Secondo Hein de Haas, professore di sociologia all'Università di Amsterdam e direttore dell'Istituto per le migrazioni, il ruolo dei lavoratori stagionali migranti in un'epoca di frontiere chiuse sottolinea il fatto che l'autarchia completa è diventata una fantasia:

There's a chronic demand for labour across Europe, and this shows it. You can have Brexit or no Brexit, you're still going to need those workers, and there are few remaining places in Europe other than Romania where you can get them. Over the past 30 years, we've been through a process of liberalisation of economies, there have been much more short-term labour contracts and flexibility to recruit migrant labourers, and that's in total opposition to the publicly stated desire to have less immigration; you can't have both. You cannot on the one hand liberalise the economy and give more leeway to labour movement and then say that you want less immigration. Politicians play this game about closing borders because there's political benefits, but at the same time it's clear.

Trade unions also have to accept that local workers aren't available for those jobs. It's also not true that if the wages and conditions were improved, local workers would do that work — look at its social status. Perhaps students will do it, but once they graduate they're not going to do this. Politicians can say that they want unemployed people to do that work, but the problem is that picking strawberries, asparagus isn't an easy job! It requires getting up very early and being very motivated, and actually requires some skills. You won't often find that among other workers. It has proven a complete illusion that you can do without this. We're talking about very specific sectors — agriculture is one, care work is another, restaurants and dishwashing, hotel industry is another. These sectors can only exist because of that labour coming in.

La domanda di manodopera in tutta Europa è altissima, e questo lo dimostra. Brexit o non Brexit, avrai comunque bisogno di quei lavoratori, e ci sono pochi posti in Europa, oltre alla Romania, dove puoi trovarli. Negli ultimi 30 anni abbiamo attraversato un processo di liberalizzazione delle economie, ci sono stati molti più contratti di lavoro a breve termine e flessibilità per reclutare lavoratori migranti, e questo è in totale opposizione al desiderio pubblicamente dichiarato di avere meno immigrazione; non si possono avere entrambe le cose. Non si può da un lato liberalizzare l'economia e dare più spazio alla circolazione dei lavoratori e poi dire che si vuole meno immigrazione. I politici giocano a questo gioco di chiusura delle frontiere perché ci sono vantaggi politici, ma allo stesso tempo è chiaro.

I sindacati devono anche accettare il fatto che i lavoratori locali non sono disposti a fare questi lavori. Allo stesso tempo non si può nemmeno dire che se i salari e le condizioni fossero migliori, i lavoratori locali farebbero quel lavoro – basta guardare al suo status sociale. Forse gli studenti sarebbero disposti, ma una volta laureati smetterebbero subito. I politici possono anche sperare che i disoccupati intraprendano quel lavoro, ma il problema è che raccogliere fragole e asparagi non è un lavoro facile! Bisogna alzarsi molto presto, essere motivati, e possedere alcune competenze. Non è facile trovare qualcuno con queste qualità. Si è dimostrata una completa illusione che si possa fare a meno di questa manodopera. Stiamo parlando di settori molto specifici – l'agricoltura è uno, l'assistenza è un altro, i ristoranti, il lavaggio delle stoviglie, l'industria alberghiera un altro ancora. Si tratta di settori che esistono solamente grazie a questa manodopera.

Per il filosofo rumeno Vasile Ernu, la pandemia porta a scomode realizzazioni sulla posizione del suo paese nell'economia globale e sulle speranze frustrate della transizione al capitalismo di mercato. L'Europa dell'Est, ha concluso in una rubrica di aprile [ro] per il tabloid Libertatea, fornisce il precariato del continente:

Însă resursa umană cu care România a mai rămas nu mai este una super calificată, adică bine plătită, ci o resursă umană necalificată numită „forţă de muncă ieftină”. Aş spune chiar foarte ieftină şi prost plătită. Atât de ieftină, încît se vinde „sezonier”, „en-gros”, aproape ca buştenii. Dar dacă buştenii se reîntorc în ţară sub forma unor mărfuri prelucrate în fabrici şi cu un preţ mai mare, cetăţenii, „forţa de muncă ieftină”, revin în ţară mai obosiţi, mai bolnavi, mai bătrâni, chiar dacă cu ceva bani adunaţi. Citeşte întreaga ştire: Noul proiect de ţară este neoiobăgia. Statul nu face diferența între bușteni și oameni… […] Avem stare de urgenţă, sau dispare la un telefon din Germania? […] Ce garanţii au aceşti oameni, ce asigurări, ce condiţii sanitare etc.? Ei pleacă pentru câteva luni, căci sunt “sezonieri”: cine le plăteşte carantina când se întorc? Statul german, angajatorii sau statul român? […] Care este proiectul nostru de ţară?

Le risorse umane che rimangono alla Romania non sono più altamente qualificate, o meglio, ben retribuite, ma sono risorse non qualificate note come “manodopera a basso costo”. A basso costo o mal pagata. Così a buon mercato che viene venduta “stagionalmente” e “all'ingrosso”, quasi come i tronchi. Ma se i tronchi tornano nel loro paese d'origine sotto forma di merce lavorata nelle fabbriche, per essere poi venduti a un prezzo più alto, i cittadini della “manodopera a basso costo” tornano nel loro paese più stanchi, malati e invecchiati, nonostante abbiano raccolto un po’ di soldi. Il nuovo progetto del nostro paese è il neo-feudalismo. Lo Stato non distingue tra tronchi ed esseri umani. […] Allora, abbiamo lo stato di emergenza o scompare con una telefonata dalla Germania? […] Quali garanzie hanno queste persone? Quale assicurazione, quale assistenza sanitaria? Se ne vanno dopo qualche mese, perché sono solo “stagionali”. Chi paga la quarantena al loro ritorno? Lo Stato tedesco, lo Stato rumeno o i loro datori di lavoro? […] Qual è il nostro progetto nazionale?

Con la chiusura delle frontiere in tutta Europa, alcuni dei lavoratori più vulnerabili del continente si sono visti etichettati da Bruxelles e Berlino come “necessari” ed “essenziali”. È stato un riconoscimento sicuramente lusinghiero, ma che ha implicitamente invitato a fare un confronto con i loro diritti lavorativi tutt'altro che lusinghieri e la loro esistenza precaria.

Se il mondo post-pandemico dovesse tornare alla “normalità”, è doveroso che gli europei si interroghino ancora una volta su come è nata la nostra normalità e a spese di chi – a spese di chi, inosservato, lavora duramente. Meglio che nutrire la nostra illusione che questo possa continuare per sempre.

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