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Perché non mi identifico con il femminismo, anche quando è intersezionale

Categorie: Attivismo, Citizen Media, Diritti gay (LGBT), Diritti umani, Donne & Genere, Etnia, Idee, The Bridge
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Dettaglio di una foto pubblicata su Pixabay. Licenza CC0 Creative Commons.

Questa è la versione rivisitata di un articolo di Ayomide Zuri, originariamente pubblicato su Afroféminas [2] [es].

Molte donne – specialmente donne bianche che si definiscono femministe intersezionali [3] [it, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] – rimangono stupite quando affermo di non essere femminista. Si chiedono perché non faccia parte del movimento e hanno anche cercato di convincermi dell'erroneità delle mie posizioni, ricorrendo ad argomentazioni tratte da studi accademici e sociali secondo cui, presumibilmente, dovrei essere femminista.

Ad esempio mi ricordano che le donne ancora guadagnano meno di un uomo, a parità di educazione. Che le donne continuano a subire lo sguardo inquisitorio della società che scruta ciò che fanno con i loro corpi. Che la violenza contro le donne è un'epidemia globale. O che le barriere sociali e culturali impediscono alle donne di avere successo in vari campi e che le discriminazioni di genere sono la normalità in molti paesi e comunità religiose.

Sono consapevole di tutto questo. Lo so, so che è vero, poiché l'ho vissuto in prima persona molte volte. Sono una donna nera.

Tuttavia quando menziono la razza, il razzismo, le donne nere cisessuali [4], transessuali, LGBTIQ o discendenti della diaspora africana e il modo in cui siamo sempre state segregate e discriminate, quando faccio presente che abbiamo subito abusi fisici, emotivi e verbali sia fuori che all'interno del movimento femminista, molte donne bianche e intersezionali restano in silenzio.

Concordano sul fatto che le donne, tutte le donne, dovrebbero unirsi per far sentire la propria voce e cantare “Kumbuyah, my Lord [5]” per i diritti di ognuna di noi, ma non vogliono parlare della razzializzazione messa in atto dallo Stato e della violenza di genere di cui le donne nere sono doppiamente vittime. O di come le donne nere, e altre donne di colore, guadagnano meno degli uomini e delle donne bianchi. O di come le ragazze nere e immigrate sono più frequentemente sospese dalla scuola a causa di un evidente problema di integrazione. O di come le donne appartenenti alla comunità nera hanno una maggiore probabilità di subire violenza domestica rispetto alle donne bianche.

Se voglio uguaglianza per tutte le donne, tutti gli uomini e tutte le razze, io – come donna nera – non posso condividere gli ideali di un movimento che è focalizzato sulle donne bianche e che si rifiuta di considerare le diseguaglianze di genere e sociali. Non voglio combattere per essere inclusa in uno spazio teso verso le femministe bianche e da cui, io e molte altre donne nere, siamo state rifiutate più volte. Proprio come Sojourner Truth [6] ha affermato nel 1951 nel suo discorso “Non sono forse una donna? [7]” [en], mi rifiuto di far parte di un movimento che storicamente disumanizza e aliena le donne nere o di gruppi che si appropriano con successo delle nostre culture e tradizioni con lo scopo di affermare i propri programmi etnocentrici.

Non voglio più insegnare alle femministe bianche l'importanza dell'incrocio di razza e genere, perché alcune continuerebbero a ignorare la rilevanza delle donne nere all'interno del movimento femminista. Sebbene il femminismo intersezionale sia stato creato per includere donne di altre etnie e per distinguersi quindi dal movimento tradizionale, ha ancora la parola “femminismo” nel suo nome. Preferisco dissociarmi completamente dal femminismo per vivere in pace in uno spazio womanista [8] creato con la mia pelle scura, piuttosto che difendere un paradigma bianco e femminista così pervasivo che l'intersezionalità è venerata come un'invenzione contemporanea.

Adesso, più che mai, è tempo per noi donne nere di definirci alle nostre condizioni e di riunirci in uno movimento creato da noi per noi. Come Clenora Hudson-Weems, autrice di “Africana Womanism: Reclamiamoci [9]” afferma che dobbiamo difenderci e definirci secondo la nostra volontà, le donne nere possono trovare sicurezza solo in quegli spazi in cui le loro qualità culturali, mentali, emotive, fisiche e anche spirituali sono valorizzate.

Alcune femministe bianche e intersezionali grideranno al separatismo e alla segregazione dopo aver letto tutto questo. Per favore, cogliete quest'occasione per riflettere sull'ipocrisia e sulle contraddizioni del  movimento femminista bianco nei riguardi delle donne nere.

All'interno di un movimento womanista posso elevare le donne nere e le donne di altre etnie, perché in questo paradigma mi sento riconosciuta. Mi sento riconosciuta perché ho la pelle scura e perché sono donna. E in uno spazio in cui la mia vitalità non è mancata di rispetto, ignorata o scartata, io, come donna nera, posso sbocciare.