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Le strazianti storie delle collaboratrici domestiche africane in Libano

Foto della collaboratrice domestica Hellina Desta. Sette anni fa, Hellina è emigrata dall'Etiopia per lavorare a Beirut, in Libano, e lavora per il suo attuale datore di lavoro dal 2015. Foto scattata a Beirut, Libano, il 18 agosto 2015. Foto di UN Women/Joe Saade via Flickr CC BY-NC-ND 2.0.

Nove donne nigeriane al momento dormono per le strade di Beirut, in Libano, dopo essere state licenziate dal loro impiego di collaboratrici domestiche durante il picco della pandemia di coronavirus.

Secondo un'inchiesta di Middle East Eye del 23 giugno, le donne avevano contattato l'Ambasciata nigeriana per ricevere assistenza, ma sono state respinte. Stando alle testimonianze, l'ambasciatore nigeriano in Libano, Goni Modu, avrebbe detto alle donne [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] di “tornare dai loro padroni” mentre attendevano di essere evacuate.

Attualmente, il Libano sta attraversando una grave crisi finanziaria, inasprita dalla pandemia che ha generato un aumento della disoccupazione.

Tuttavia, queste nove collaboratrici domestiche non hanno lavori normali. Le domestiche africane che lavorano nei Paesi arabi e del Golfo sono fondamentalmente delle schiave domestiche; e le leggi sul lavoro in questi Paesi perpetuano lo sfruttamento e gli abusi.

Schiavitù domestica nei Paesi arabi e del Golfo

Ad aprile, Temitope Olamide Ariowolo, una donna nigeriana di 31 anni, è stata messa in vendita per 1000 dollari su Facebook da Wael Jerro, un uomo libanese.

Jerro ha postato il passaporto internazionale della Ariowolo sul gruppo Facebook “Buy and Sell in Lebanon” (compra e vendi in Libano), come si vede dagli screenshot [ar] ottenuti da Middle East Eye prima che il post venisse cancellato.

In Libano, un uomo è stato arrestato per aver apparentemente messo in vendita una domestica nigeriana. In un post pubblicitario su Facebook, l'uomo aveva scritto che la collaboratrice domestica di 30 anni poteva essere acquistata per 1.000 dollari. Per saperne di più: https://t.co/ZOpBkzFIgi

Dopo quel post, Jerro è stato arrestato. 

Ultime notizie sulla ragazza nigeriana vittima di traffico illegale e messa in vendita su Facebook da un libanese. Il Governo libanese ha appena annunciato l'arresto del Sig. WAEL JERRO, accusato della vendita illegale di un essere umano, una giovane donna nigeriana. 1/2 https://t.co/BBkIscyGHr

Ma la Ariowolo si è rifiutata di tornare in Nigeria, anche dopo che la Commissione della diaspora nigeriana (NIDCOM) era intervenuta offrendole l'evacuazione.

Abike Dabiri, capo della NIDCOM, ha affermato che sono state fatte rientrare in Nigeria 69 domestiche vittime di abusi.

50 donne nigeriane vittime di sfruttamento sono state soccorse in Libano e riportate a casa. Sono state tutte messe in quarantena a titolo precauzionale contro il coronavirus. Il mese scorso, una donna nigeriana che lavorava come domestica in Libano è stata soccorsa dopo essere stata messa in vendita su Facebook al prezzo di 1000 dollari.

All'inizio di questo mese, l'Ambasciata libanese in Nigeria ha sospeso i visti di lavoro per le domestiche per “affrontare i diritti, gli abusi e le violazioni” del personale domestico nigeriano in Libano.

Ma questi abusi sulle collaboratrici domestiche non sono ad appannaggio esclusivo del Libano; è un fenomeno dilagante in tutta la regione del Golfo.

Cari Geoffrey Onyeama, naptipnigeria e abikedabiri, per favore aiutate le donne nigeriane trattate come schiave sotto forma di domestiche in Libano e in Oman a tornare a casa. Molte di loro sono depresse, hanno bisogno del vostro aiuto per fare ritorno a casa. Grazie.

Nell'agosto 2018, due domestiche nigeriane emigrate sono state uccise a Riyad dai loro padroni di casa sauditi.

Di solito, le ragazze vengono assunte come domestiche da agenzie registrate in Nigeria. Il quotidiano nigeriano Daily Trust ha rivelato che in base al contratto, nei primi 24 mesi di impiego, le domestiche “non devono chiedere un aumento salariale, smettere di lavorare e scappare via, o rifiutarsi di lavorare o terminare il contratto, anche per un solo giorno”.

Il sistema della kafala e il lavoro migrante

Il sistema di sponsorizzazione della kafala consente a un migrante di lavorare nei Paesi arabi e del Golfo vincolando il loro permesso di soggiorno al loro datore di lavoro. Le condizioni sono simili alla schiavitù, poiché normalmente il lavoratore migrante cede gran parte dei propri diritti in cambio di un contratto, permettendo così abusi che resteranno impuniti.

Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti (EAU), Giordania e Libano partecipano tutti attivamente a questo sistema che fornisce lavoro temporaneo e a basso costo in tempi di prosperità economica e di cui poi ci si sbarazza in periodi meno floridi: 

The migrant worker cannot enter the country, transfer employment nor leave the country for any reason without first obtaining explicit written permission from the kafeel [employer]. The worker must be sponsored by a kafeel in order to enter the destination country and remains tied to this kafeel throughout their stay. The kafeel must report to the immigration authorities if the migrant worker leaves their employment and must ensure the worker leaves the country after the contract ends, including paying for the flight home. Often the kafeel exerts further control over the migrant worker by confiscating their passport and travel documents, despite legislation in some destination countries that declares this practice illegal.

Il lavoratore migrante non può entrare nel Paese, cambiare impiego, né uscire dal Paese per nessun motivo senza prima ottenere il consenso esplicito per iscritto dal kafeel [datore di lavoro]. Il lavoratore deve essere sponsorizzato da un kafeel per poter entrare nel Paese di destinazione e resta vincolato a questo kafeel per l'intera durata del suo soggiorno. Il kafeel deve avvisare le autorità per l'immigrazione se il lavoratore lascia il proprio impiego e deve assicurarsi che il lavoratore lasci il Paese dopo la terminazione del contratto, pagandogli anche il volo di ritorno a casa. Spesso il kafeel esercita un ulteriore controllo sul lavoratore migrante confiscandogli il passaporto e i documenti di viaggio, sebbene in alcuni Paesi di destinazione la legge dichiari illegale tale pratica.

Questo sistema, che prevede la dipendenza assoluta del lavoratore dal suo datore di lavoro, è un chiaro esempio di schiavitù dei tempi moderni. Promuove l'abuso dei lavoratori migranti.

Ad esempio, questa donna tanzaniana è stata obbligata a lavorare “come un robot” in Oman per tre anni, senza riposo né giorni liberi. Ogni volta che chiedeva cibo o migliori condizioni di lavoro, il suo datore di lavoro le ricordava continuamente: “Ti ho comprata per 1560 rial (4052 dollari) da Dubai. Restituiscimeli e poi potrai andartene”. 

Pertanto, i lavoratori migranti hanno due drammatiche opzioni tra cui scegliere: sopportare le condizioni di sfruttamento o scappare.

Ma chi scappa non ha diritto al risarcimento. Infatti, “possono essere multati, detenuti a tempo indefinito e deportati”, afferma Migrant Rights, un'organizzazione di sostegno. E non finisce qui: i migranti abbandonati dai loro sponsor possono “restare bloccati per anni”, poiché non possono permettersi il costo di un biglietto aereo per rientrare nei rispettivi Paesi.

Non c'è dubbio che le leggi sul lavoro col sistema di sponsorizzazione della kafala perpetuino lo sfruttamento delle collaboratrici domestiche africane. Tuttavia, gli stessi stati africani sono spesso complici.

Il giornalista etiope Zecharis Zelalem ha rivelato che, nel 2007, il Governo etiope ha assunto una ditta di pubbliche relazioni con sede negli Stati Uniti, che ha fatto pressione sul Congresso statunitense per “annullare un progetto di legge che condannava la situazione dei diritti umani in Etiopia”.

Per pagare la ditta di PR, si sono appropriati di oltre 600.000 dollari dal suo consolato a Gedda, in Arabia Saudita. I fondi intascati erano stati raccolti da Ethiopians in Diaspora per prestare soccorso alle “collaboratrici domestiche etiopi abbandonate in Libano”, come appreso da Zelalem.

Il caso è stato dibattuto su Twitter:

Dopo un'ondata di suicidi tra le collaboratrici domestiche etiopi in Libano, gli etiopi del posto hanno raccolto 640.000 dollari per sostenere la loro comunità.

Poi questi fondi sono scomparsi. Nessuno sapeva dove fossero finiti, fino ad ora.

In molte nazioni africane, inclusa la Nigeria, politiche confusionarie, una normativa carente e la sua debole attuazione, combinate alla disperazione delle vittime che emigrano verso pascoli più verdi all'estero, hanno alimentato questo traffico di esseri umani mascherato da lavoro domestico.

Collaboratrici domestiche migranti marciano per chiedere migliori condizioni di lavoro e una normativa sul lavoro a Beirut, in Libano, 19 novembre 2015, via Migrant Domestic Workers su Flickr CC BY-ND 2.0.

Il sistema kafala contravviene direttamente le Norme internazionali del lavoro dell'OIL, che promuovono il “lavoro rispettabile e produttivo, in condizioni di libertà, eguaglianza, sicurezza e dignità”.

Purtroppo, dall'adozione della Convenzione C189 sul lavoro dignitoso per le lavoratrici e i lavoratori domestici nel 2011, solo 29 Paesi l'hanno ratificata. Dall'altro lato, paesi arabi e del Golfo come Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Libano, insieme alle loro controparti africane come Etiopia, Nigeria e Tanzania, devono ancora ratificare la legge e integrarla nella normativa domestica.

La fine di una triste storia di esclusione e ingiustizia per le lavoratrici domestiche migranti sembrerebbe improbabile. Ma Myrtle Witbooi, presidentessa della Federazione internazionale per le lavoratrici domestiche (IDWF) è ottimista: “Un giorno, saremo tutti liberi”, ha detto.

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