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Le donne indigene in Canada guariscono attraverso l'arte

“Fringe” (“Frangia”), dell'artista Rebecca Belmore. Foto scattata dall'autrice alla mostra “Rebecca Belmore: Facing the Monumental” [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], presso il Museo d'arte contemporanea di Montreal nel 2019.

Durante l'inverno canadese del 2002, chi passava dal centro est di Vancouver poteva vedere Rebecca Belmore, della Nazione Anishinaabe indigena, che fissava il suo lungo abito rosso ad un palo del telefono. Lottava per liberarsi, ed una volta liberata, con il suo abito appeso, ridotto in brandelli, e la sua biancheria intima esposta, in silenzio lesse i nomi delle donne scomparse che aveva scritti sul braccio. Concluse la sua performance urlando i nomi uno ad uno.

Belmore è un'artista multidisciplinare, e questo fa parte della sua opera, chiamata “Vigil” (“Veglia”). Attraverso quest'opera, commemora le vite delle donne indigene scomparse ed assassinate che sono sparite dalla strade di VancouverVuole “far sapere ad ogni donna che non è stata dimenticata: il suo spirito viene rievocato, e le viene ridata vita tramite il potere di nominarla”.

La performance, ora presentata in un video nelle mostre di Belmore, può sorprendere gli osservatori distratti, ma la realtà è che in Canada — spesso classificato ai primi posti delle liste sugli indici di qualità di vita globale — donne indigene subiscono alti tassi di violenza. Nel 2014, la Règia Polizia a Cavallo Canadese (RPCC) confermò che 1017 donne indigene erano state assassinate e che 164 erano scomparse dal 1980, nonostante le donne indigene costituiscano solo il 4.3% [fr] della popolazione femminile del paese.

“Vigil” (“Veglia”), dell'artista Rebecca Belmore. Foto scattata dall'autrice alla mostra “Rebecca Belmore: Facing the Monumental“, presso il Museo d'arte contemporanea di Montreal nel 2019.

La ricerca condotta dall'Associazione delle Donne Indigene del Canada (ADIC) ha constatato che le donne aborigene sono uccise da uno sconosciuto quasi tre volte di più rispetto alle donne non-aborigene. Donne e ragazze vengono assassinate da sconosciuti (16.5% delle volte), conoscenti (17%), o dal proprio partner (23%).

La ricerca di ADIC conclude che le donne aborigene sperimentano violenza sia da parte di criminali aborigeni che non-aborigeni, la stragrande maggioranza dei quali sono uomini. Rivela anche che solo il 53% dei casi di omicidio che coinvolgono donne e ragazze aborigene si sono conclusi in accuse di omicidio — ben al di sotto del 84% del tasso di liquidazione nazionale per omicidi nel paese.

L'associazione Donne Aborigene del Quebec (DAQ) ha dichiarato [fr] che prima dell'arrivo degli europei, le donne indigene giocavano un ruolo essenziale nella salute, spiritualità, istruzione, economia e politica delle loro comunità. Questa dinamica cambiò drasticamente attraverso l'imposizione di politiche di “patriarcato europeo” [fr], che continua fino ad ora.

Secondo ricercatori di varie università canadesi, come Marie-Pierre Bousquet [fr] e Sigfrid Tremblay [fr], politiche colonialiste sistematiche imposte dal governo federale canadese hanno cercato di assimilare gli indigeni ad uno stile di vita euro-canadese, in modo da intaccare la cultura e l'identità nativa.

Una politica di questo genere è la Legge sugli Indiani, in vigore dal 1876,  che detta sulle regole del governo federale in materia relativa agli indigeni. Originalmente con l'obbiettivo di una progressiva estinzione [fr] della popolazione indigena del Canada, l'antropologo Pierre Lepage afferma [fr] che questa legge ancora colpisce la loro capacità legale e mina la loro autonomia.

DAQ chiama [fr] questa “ideologia di cancellazione”, che iniziò con “il progressivo saccheggio dei territori” di donne indigene e le forzò ad andare “di perdita in perdita” di risorse, autonomia, identità e cultura.

Per DAQ, le conseguenze del colonialismo includono il contesto socio-economico svantaggioso in cui le donne indigene vivono oggi, che a sua volta porta a rischi maggiori per la propria esistenza. Di fatto, la violenza nei confronti di donne indigene in Canada è stata definita genocidio [fr].

Per superare la loro sofferenza, donne indigene hanno denunciato e resistito ad un sistema colonialista, razzista e sessista [fr]. Poco a poco, l'arte è diventata uno strumento importante sia per espressione e catarsi, permettendo loro di rivendicare una versione alternativa, incisiva e strazziante della loro storia, che per accettare il ruolo della società nelle proprie sfide. Di seguito alcune delle loro espressioni artistiche più commoventi:

“1181”, di Rebecca Belmore (2014)

I chiodi – tutti 1181 – furono martellati da Belmore su un tronco d'albero, ciascuno a rappresentare un caso di donne assassinate e scomparse secondo i dati della polizia.

“1181”, dell'artista Rebecca Belmore. Foto scattata dall'autrice alla mostra “Rebecca Belmore: Facing the Monumental“, presso il Museo d'arte contemporanea di Montreal nel 2019.

“Fringe” (“Frangia”), di Rebecca Belmore (2007)

L’opera è una foto di una donna semi-nuda stesa di lato, schiena alla videocamera, su cui ha una cicatrice cucita dalla spalla in giù, e dalla quale furiescono gocce rosse, simbolizzanti il sangue.

Belmore afferma dell'opera, “[È] il corpo a non scomparire.” Nelle sue opere, l'artista spesso raffigura il corpo femminile con ferite in processo di guarigione, come quelle di molti sopravvissuti, a dimostrare la resilienza delle donne indigene.

“Walking with our Sisters” (“Camminando con le nostre Sorelle”), di Christi Belcourt (2012-presente)

L'artista Christi Belcourt, una Métis, che è di razza mista (bianca ed indigena), produsse un'installazione che posiziona circa 1763 paia di tomaie di mocassini finemente decorate per terra, ciascuna a rappresentare una donna scomparsa o assassinata, come anche i bambini che non sono mai tornati a casa dopo essere andati in  scuole residenziali, responsabili della sistematica separazione dei bambini indigeni dalle proprie famiglie e cultura.

“REDress Project”, di Jamie Black (2011)

Questa installazione coinvolse la collezione di 600 abiti rossi, un colore che simbolizza protezione contro la violenza, attraverso donazioni della comunità. Tramite l'assenza di corpi femminili che indossino gli abiti, crea una memoria visiva del gran numero di donne mancanti.

Immagini del progetto “ReDress” (“Abito Rosso”). La foto a sinistra fu scattata da Jamie Black e quella a destra da Sarah Crawley. Utilizzo autorizzato.

“The Three Graces” (“Le Tre Grazie”), di Kent Monkman (2014)

Monkman, un artista Cree e irlandese, è conosciuto per creare una forte critica visiva che include versioni alternative alla narrativa dominante del colonialismo, tutto ciò da una prospettiva personale ed indigena.

Attraverso l'ironia, Monkman denuncia la violenza nei confronti di donne indigene, compreso lo sfruttamento sessuale ed il pregiudizio nei confronti delle donne che lavorano nell'industria del sesso. Il suo dipinto “Le petit déjeuner sur l’herbe”, ad esempio, mostra prostitute nude sdraiate di fronte ad un hotel a Winnipeg, una provincia in cui circa il 70-80% della prostituzione su strada viene condotta da donne indigene.

In “The Three Graces” (“Le Tre Grazie”), la versione di Monkman del dipinto omonimo di Rubens, le dee del fascino, della bellezza e della creatività sono rappresentate come tre donne indigene di corporatura diversa. Con quest'opera, Monkman onora le “sorelle scomparse ed assassinate”. “In Canada”, afferma, “c'è molta violenza nei confronti delle donne indigene […] più di 1300 scomparse ed assassinate.”

Come critica diretta alla mancanza di comprensione della società nei confronti degli indigeni, Monkman si batte anche per evidenziare il potere della femminilità delle donne indigene, che è fortemente rispettata nella tradizione indigena.

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"Every year on this day, we remember our missing and murdered sisters. Our relatives on unceded Wet’suwet’en lands hung red dresses to hold the spirits of the thousands who have been lost, but never forgotten. Their camp was illegally invaded and the dresses torn down. But we remember our sisters, children, daughters, mothers, partners, aunties, friends, and grandmothers. We remember them always. The Unist’ot’en do not consent to industrial work camps on their territories. These man camps increase violence against our sisters all across our lands. Those protecting their sisters also protect the land. They do it with love, sâkihiwêwin. They do it for all of us." – Miss Chief Eagle Testickle https://unistoten.camp/mancamps/ https://www.mmiwg-ffada.ca/final-report/ The Three Graces Kent Monkman 2017 Acrylic on canvas 60” x 48” #MMIW #MMIWGT2S #highwayoftears #Indigenousrights #UNDRIP #WETSUWETENSTRONG

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L'arte indigena è terapia per la sofferenza sia individuale che collettiva. Secondo la Commissione di Sanità e Servizi Sociali [fr], promuove resilienza ed ha un effetto positivo sull'identità, l'autostima, il benessere emotivo e la salute fisica e mentale. L'arte come strumento educativo, può anche servire al governo canadese a considerarsi responsabile per le proprie politiche e a promuovere un processo di riconciliazione autentico.

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