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Una donna giapponese di 81 scrive tweet per ricordare gli orrori della guerra

まっちゃこさんと両親と弟。1939年頃、神戸市東灘区にて。許可を得て使用。

Macchako con i genitori e il fratellino. 1939 ca, Kobe. Foto pubblicata dietro autorizzazione.

Quest'articolo è stato pubblicato la prima volta in giapponese nel 2015, esattamente 70 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (ndt).

Il Giappone contemporaneo ha una Costituzione che promuove la rinuncia alla guerra e il Paese non è in guerra da più di 70 anni. Tuttavia, alla base di queste politiche pacifiste, ci sono amari rimpianti per l'ultima guerra. Durante la Seconda Guerra Mondiale [it, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] il Giappone partecipò in maniera aggressiva, invadendo le terra dalla Cina all'Asia sudorientale e combattendo contro le truppe Alleate. All'inizio della guerra, i giapponesi sostenevano con entusiasmo quasi fanatico che le piccole nazioni dell'Asia dovessero unirsi (sotto la guida del Giappone) per sfidare il resto del mondo; le voci che chiedevano la pace venivano brutalmente represse. Le persone che promuovevano discorsi contrari alla guerra venivano arrestate e torturate sotto la Legge per il mantenimento della pace [en] e ostracizzate come “traditori della patria”. Morire per l'Imperatore era dipinto come l'aspirazione suprema, e anche mentre i colori della guerra si facevano sempre più foschi, sotto lo slogan “l'onorevole morte dei cento milioni” (un'espressione che glorificava l'uccisione o suicidio di massa del popolo giapponese) il Giappone continuava a correre verso la sua distruzione. Alla fine le maggiori città vennero rase al suolo dai bombardamenti aerei, su Hiroshima e Nagasaki vennero sganciate le bombe nucleari, e il 15 agosto 1945 l'imperatore Shōwa dichiarò la resa tramite radio.

Provo un senso di vergogna nel pensare a come le persone erano manipolate dal governo e dai media perché glorificassero la guerra, per me la guerra è un'esperienza dolorosa e non voglio che i miei discendenti debbano mai provarla in prima persona. Il Giappone rimase per sette anni sotto occupazione statunitense e in quel periodo venne emanata una nuova Costituzione. Questa costituzione, che propugna la rinuncia alla guerra e al mantenimento di un esercito [en], venne accolta dalle persone con gioia e orgoglio, come la costituzione che, prima nel mondo, creava un Paese dedicato alla pace.

Settant'anni dopo, le persone che hanno provato sulla propria pelle la benedizione della pace dopo la guerra sono diventate una minoranza. Secondo il Ministero degli affari interni e delle comunicazioni, le persone nate dopo la guerra superano di poco l'8% della popolazione giapponese. Le persone della generazione che conserva i ricordi di un'infanzia devastata dagli orrori della guerra, per non parlare di quelle che sono state al fronte, diminuiscono di anno in anno, e in molti vivono nella paura che i ricordi della guerra finiscano per svanire. Il 15 agosto di ogni anno il Giappone celebra l'anniversario della fine della guerra con delle cerimonie commemorative organizzate dal governo in onore dei caduti, e nei giorni precedenti televisioni e giornali pubblicano servizi speciali per ricordare la guerra. Nell'estate del 2015, mentre cresceva la preoccupazione per la legge promossa dall'amministrazione Abe che espandeva il ruolo delle forze armate [en], molte persone della generazione che ricorda quei tempi raccontarono la propria personale esperienza della guerra. Anche mia madre, Macchako, è una di queste persone.

Il giorno prima del settantesimo anniversario della fine della guerra, mia madre pubblicò una serie di brevi tweet [ja, come tutti i tweet seguenti]:

15 agosto 1945, anche quel giorno faceva caldo!

Il tweet venne ritwittato più volte rispetto alle foto di viaggi che pubblica normalmente. Mia madre Macchako, che usa Twitter per comunicare con i molti amici giovani incontrati durante i viaggi e che condividono il suo amore per le commedie, pensò di raccontare ai suoi amici le sue esperienze dei tempi della guerra.

Il 15 agosto di 70 anni fa, io ero una studentessa di quinta elementare. Quel giorno noi e i bambini del vicinato ci eravamo messi in cerchio e giocavamo a kagome kagome. L'8 dicembre di quattro anni prima (quando ero in prima) il Giappone era entrato in guerra. Ce l'aveva raccontato con tono grave in classe il signor Fujita, il coordinatore di classe. Dato che eravamo in guerra da un po’ di tempo, non fu un grande shock.

Negli anni '30 il Giappone, sfruttando l'incidente di Mukden aveva invaso la Cina, dando inizio alla Seconda guerra sino-giapponese. La popolazione era animata da un forte sentimento bellico e in occasione della firma del Patto tripartito con Italia e Germania nel 1940 anche i bambini piccoli festeggiavano sventolando bandiere in corteo.

Quando ero all'asilo ci facevano cantare una canzone che diceva: “Giappone, Germania e Italia saranno amici per sempre”. Anche dopo aver finito l'asilo, andavo lì a giocare e aiutavo a realizzare le bandiere dei tre Paesi (per le processioni). Ciò che preferivo era disegnare il cerchio della bandiera giapponese. All'epoca il Giappone non era ancora entrato in guerra. Tutti e tre i Paesi persero la guerra. La Germania di Hitler! Se ci penso ora, provo disgusto.

Nata e cresciuta nella città di Kobe, nella prefettura di Hyogo, Macchako visse il grande bombardamento di Kobe [en]. Fu uno dei bombardamenti aerei condotti dagli Alleati contro le aree metropolitane del Giappone nella fase finale della Seconda guerra mondiale, rappresentato anche nel film Ghibli “Una tomba per le lucciole“.
I genitori di Macchako gestivano il negozio di dolci di famiglia nel distretto di Higashinada a Kobe, in famiglia erano in cinque compresi il fratellino e la sorellina di Macchako. Il padre era stato dispensato dalla leva militare per una malattia cronica, ma quando entrò in vigore il razionamento degli alimenti gli affari cominciarono ad andare male. Verso la fine della quarta elementare (nel 1944) spesso le sirene antiaeree cominciavano a suonare e i bambini venivano mandati a casa da scuola.
L'anno dopo, quando Macchako ne aveva 11, il padre divenne il custode di una residenza in assenza del suo ricco proprietario, e la famiglia si trasferì a vivere lì. Il grande bombardamento avvenne di mattina presto una settimana dopo.

La mattina del 5 giugno 1945 scappammo nel rifugio mentre suonava la sirena antiaerea. La casa stava bruciando! “Io e mamma spegniamo il fuoco, voi tre fuggite al tempio del monte Shonin!” ci disse papà, ma con la mia sorellina di quattro anni in spalla non riuscivo a fare nemmeno un passo. Prendendo per mano lei e il mio fratellino che andava in prima mi incamminai verso il monte, ma davanti a noi c'era un mare di fuoco! Delle piccole palle di fuoco rimbalzavano come delle monete.

Il tempio del monte Shonin si trovava a 2-3 km dal monte, ma erano inseguiti dai colpi di mitragliatrice e non riuscirono ad arrivarci.

Lungo la strada per il tempio c'erano delle splendide residenze. In lontananza sentivamo il rimbombo delle bombe a orologeria. Ci infilammo in un canale; il mio fratellino e la mia sorellina, distesi a pancia in giù, si infilarono i pollici nelle orecchie e con le altre dita si coprirono gli occhi. Alzando lo sguardo, vidi 30 metri più avanti degli amici che erano fuggiti verso il cimitero. Li imitammo e fuggimmo nel rifugio antiaereo del cimitero. Sulla destra la residenza in stile occidentale delle industrie Nomura bruciava.

Il rifugio antiaereo era largo, e all'interno c'era la statua di un Buddha. Vi si erano rifugiate 20 persone. Una bambina più piccola di me teneva in braccio un neonato. Un'anziana malata di mente gridava “Buddha, abbi pietà di noi”; all'improvviso si girò verso di me e gridò: “Tu sei più grande, perché non lo tieni tu il bambino!”. “Non è della nostra famiglia” le risposi con un filo di voce.

Quando il bombardamento si fermò, ritrovarono la mamma che era andata a cercarli.

Quando il bombardamento sembrò essersi fermato, uscimmo dal rifugio e nella sala principale del tempio i monaci offrirono a ognuno un pezzo di frittura. Io ricevetti una radice di loto fritta, ma istintivamente la diedi a una bambina più piccola. All'epoca avevo il vizio di voler sembrare una in gamba xD A un certo punto da nord arrivò piangendo la mamma, che credeva fossimo scappati sul monte. Il suo viso era nero per la pioggia sporca che cadeva dal cielo.

Sia la residenza a cui suo padre faceva da custode, sia il negozio di dolci di famiglia erano ridotti in cenere.

Quando gli aerei nemici volarono via e noi provammo a tornare alla casa rasa al suolo, c'erano ancora dei piccoli fuochi che bruciavano. Mio padre tornò nella casa bruciata per portare in salvo qualcosa, prese due album di fotografie e un barile contenente diciotto chili di riso. Dopo un po’ di tempo aprimmo il coperchio e ne uscì una nuvola di fumo. Piansi per il mio povero padre. O forse piansi per me stessa, che non avevo da mangiare?

Dopo aver ricevuto commenti da amici che erano rimasti commossi leggendo i tweet, in seguito Macchako pubblicò altri tweet ancora più traumatici.
Il giorno dopo il bombardamento, i suoi genitori andarono a controllare se i loro vicini stessero bene, e si resero conto di non riuscire a trovare una di loro, quasi una di famiglia. Era una donna con cui non avevano legami di sangue che viveva nel loro negozio di dolci senza pagare l'affitto e si prendeva cura dei bambini.

“Qualcuno ha detto che al culmine del raid è uscita dal rifugio antiaereo, forse qui…?” diceva papà, e mentre esaminava i resti inceneriti del negozio (completamente bruciato) con una vanga, apparve un osso. La zona intorno allo stomaco era diventata una massa marrone scuro mezza bruciata. Io, che andavo in quinta elementare, in tutta la mia vita non avevo mai visto un cadavere ridotto in quelle condizioni. (1/2)

Anche se era un'epoca in cui non si parlava apertamente, le vittime provavano scontento nei confronti del sistema.

Anche se i miei genitori, su richiesta dei parenti, si prendevano cura di quella donna, lei non aveva nessuno al mondo. Si lamentava sempre che la razione giornaliera di 330 g di riso era poca. Poco tempo dopo la razione divenne di 300 g e i suoi lamenti raddoppiarono. Si prendeva buona cura del mio fratellino e della mia sorellina, una volta aveva messo un giornale con sopra un'immagine di Sua Maestà l'Imperatore a cavallo sotto il vaso da notte e mentre faceva fare la pipì alla mia sorellina diceva “Se mi scoprissero mi arresterebbero per lesa maestà”.

(Non era strano usare vecchi giornali inutilizzati per i vasi dei bambini, ma le foto dell'Imperatore all'epoca erano considerate sacre).

Dopo aver perso la casa la famiglia si appoggiò per diversi giorni in una stanza a casa di parenti. Poi evacuarono nella Prefettura di Shimane, nel villaggio di un conoscente che non aveva parenti, e aspettarono lì la fine della guerra. Vivere da rifugiati in un luogo così remoto era dura, ma a differenza dei protagonisti di “Una tomba per le lucciole” poiché i genitori erano sani e salvi, non morirono di fame. Macchako evitò per un soffio quella sorte, e 70 anni dopo può cantare le lodi di un Giappone in pace.

A dire il vero, da quando ero bambina ho ascoltato fino alla nausea da mia madre la storia del bombardamento. “Anche se in futuro diventerò rimbambita e non ti riconoscerò più, ripeterò la storia del bombardamento a tutti i costi” mi dice lei. “L'atmosfera di questi tempi comincia a somigliare a quella di allora. Non dobbiamo mai permettere che torni la guerra”.

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