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In Myanmar bloccato un sito che denuncia la corruzione militare

Schermata dell’homepage del sito Justice for Myanmar

Il sito Justice for Myanmar è stato bloccato [en, come tutti i link successivi] in Myanmar il 27 agosto poiché avrebbe diffuso notizie false.

Il sito era stato lanciato il 28 aprile da un “gruppo segreto di attivisti” che promettevano di denunciare la corruzione sistemica nell'esercito del Myanmar.

We have begun to expose the systemic causes of inequality, violence, war crimes, and crimes against humanity.

Justice for Myanmar and its allies are collecting evidence and exposing the vast business network funding brutal oppression in Myanmar.

Abbiamo iniziato a denunciare le cause sistemiche di diseguaglianza, violenza, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Justice for Myanmar e i suoi alleati stanno raccogliendo prove e smascherando la vasta rete commerciale che sovvenziona la brutale oppressione in Myanmar.

L’esercito del Myanmar governò il paese per decenni finché non venne sostituito da un governo civile nel 2011. Il Partito della solidarietà e dello sviluppo per l'unione, sostenuto dai militari, perse le elezioni nel 2015, ma l’esercito si assicurò seggi nel parlamento grazie a una norma costituzionale stilata e approvata dalla giunta nel 2008.

Alcuni degli articoli recenti del sito includevano documenti che rivelavano presunti interessi commerciali dei figli di alti generali dell’esercito e dettagli di profitti militari da affari internazionali.

Yadanar Maung, portavoce di Justice for Myanmar, ha condannato il blocco del sito:

Our claims are backed up by evidence and we welcome the government to respond to our reports, with evidence. However, instead of engaging in public debate and accountability, the civilian government has chosen repression and is attempting to cover-up the military’s wrongdoing.

Le nostre affermazioni sono supportate da prove e invitiamo il governo a rispondere alle nostre inchieste fornendo delle prove. Tuttavia, anziché impegnarsi in un dibattito pubblico e nella trasparenza, il governo civile ha scelto la repressione e sta cercando di insabbiare gli illeciti dell’esercito.

Myo Swe, portavoce del Ministero delle telecomunicazioni del Myanmar, ha spiegato alla Reuters la ragione per cui hanno ordinato il blocco di un noto sito e di tre indirizzi IP associati. “Il team che monitora i social media ha scoperto che alcuni siti stanno diffondendo fake news”.

La società di telecomunicazioni Telenor Myanmar, controllata dal norvegese Telenor Group, ha rilasciato una dichiarazione per protestare contro la direttiva emessa dal ministero sebbene i siti bloccati non venissero identificati.

Telenor Myanmar has complied with the directive under protest.

Telenor Myanmar views this directive with grave concern. Since receiving the directive we have had multiple dialogues with the authorities protesting the blocking. Our position is that freedom of expression and the right of access to information should be respected. We will continue our efforts to lift the blocking and encourage the government of Myanmar to increase transparency for the public.

Telenor Myanmar si attiene alla direttiva di malavoglia.

Telenor Myanmar guarda a questa direttiva con grande preoccupazione. Da quando abbiamo ricevuto la direttiva abbiamo avuto molteplici dialoghi con le autorità per protestare contro il blocco. La nostra posizione è che la libertà di espressione e il diritto di accesso alle informazioni dovrebbero essere rispettati. Porteremo avanti il nostro impegno per far revocare il blocco e incoraggiare il governo del Myanmar ad aumentare la trasparenza per i cittadini.

Non si tratta della prima volta in cui il governo ha ricorso alla Sezione 77 della Normativa sulle Telecomunicazioni per bloccare un sito. Lo scorso marzo, oltre 200 siti furono bloccati poiché avrebbero diffuso “fake news”. La lista includeva piattaforme mediatiche di minoranze etniche che si occupavano di notizie di comunità remote.

Global Voices ha contattato Justice for Myanmar tramite Twitter e scoperto che ha creato un sito mirror su Github per consentire agli utenti internet in Myanmar di accedere al sito.

Su come il blocco del sito abbia avuto conseguenze sul loro lavoro, dichiarano:

The blocking creates a challenge for us to fully engage with people within Myanmar. It shows the increased intolerance by the government on freedom of expression and that they are trying to cover up the crimes and corruption of the military. This is absolutely disturbing.

Il blocco ci impedisce di dialogare pienamente con il popolo del Myanmar. E’ una prova della crescente intolleranza del governo nei confronti della libertà di espressione e del fatto che sta cercando di coprire crimini e corruzione dell’esercito. Ciò è assolutamente inquietante.

Uno dei loro obiettivi è far pressione sulle aziende internazionali per tagliare i legami finanziari con l’esercito del Myanmar.

We will continue our campaign to dismantle the Myanmar military cartel by exposing their operations and building pressure for international action, including targeted sanctions and divestment. This is essential for Myanmar to achieve federal democracy and a sustainable peace.

Porteremo avanti la nostra campagna per smantellare il cartello dell’esercito del Myanmar, denunciando le loro operazioni e facendo pressione per un’azione internazionale, incluse sanzioni mirate e disinvestimenti. Questo è essenziale affinché il Myanmar possa ottenere una democrazia federale e una pace duratura.

Affermano che ci sono oltre 150 tra aziende internazionali e locali coinvolte in affari in mano all’esercito del Myanmar.

Stanno chiedendo solidarietà alla comunità internazionale:

We call on the international community to support freedom of expression in Myanmar and stand up to censorship, not just for the Justice For Myanmar campaign but also ethnic media sites that continue to be blocked, including Karen News, DMG (Development Media Group) and Narinjara.

Facciamo appello alla comunità internazionale affinché sostenga la libertà di espressione in Myanmar e si opponga alla censura, non solo per la campagna di Justice for Myanmar ma anche per i siti dei media di minoranze etniche che continuano ad essere bloccati, tra cui Karen News e Narinjara.

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