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“Basta mettere a tacere le voci del MENA”, affermano gli attivisti in una lettera aperta a Twitter e Facebook

Un cellulare con le maggiori piattaforme social. Foto di Tracy Le Blanc da Pexels, database di foto gratuite.

Diciassette organizzazioni per i diritti umani del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) giovedì hanno rilasciato un comunicato congiunto a Facebook e Twitter, denunciando di aver messo a tacere le voci di alcuni dissidenti attraverso la chiusura dei loro account.

La lettera [en, come i link seguenti] firmata anche da Global Voices, spicca nel decimo anniversario della cosiddetta Primavera Araba, che ebbe inizio in Tunisia e si propagò poi nell'intera regione. Negli ultimi dieci anni, attivisti e pacifici contestatori si sono affidati ai social media per denunciare corruzione e brutalità della polizia nel proprio Paese, ma anche per organizzare dimostrazioni di massa che hanno abbattuto dittature di lungo corso e distrutte delle altre. Durante le insurrezioni che hanno travolto la regione, i social media sono stati adoperati in una maniera talmente massiccia per organizzare e comunicare, che questo periodo è stato soprannominato “rivoluzioni Facebook”

Mentre negli ultimi anni libertà e diritti sono venuti meno in molti Paesi, le piattaforme social rimangono una finestra verso il mondo per le voci dissidenti. Tuttavia, il gruppo di firmatari ha segnalato come Twitter e Facebook abbiano preso di mira utenti attivisti e oppositori.

“Mentre ci avviciniamo al decimo anniversario della Primavera Araba, noi, i sottoscritti attivisti, giornalisti e organizzazioni per i diritti umani, ci siamo uniti per dar voce alla nostra frustrazione e al nostro sgomento per come le politiche della piattaforma e la moderazione dei contenuti molto spesso finiscano col far tacere e cancellare le voci dissidenti, appartenenti a comunità marginalizzate e oppresse del Medio Oriente e del Nord Africa”, scrivono i firmatari.

Il comunicato aggiunge:

Arbitrary and nontransparent account suspension and removal of political and dissenting speech has become so frequent and systematic that they cannot be dismissed as isolated incidents or the result of transitory errors in decision-making.

Sospensioni di account arbitrari e non trasparenti insieme a rimozione di interventi politici e dissidenti sono diventati frequenti e sistematici, tanto da non poter essere archiviati come incidenti isolati o come risultato di errori temporanei nei processi decisionali automatizzati.

Insieme a Global Voices, tra i firmatari della lettera aperta ci sono gruppi appartenenti all'intera regione del Grande Medio Oriente, come Access Now, Arabic Network for Human Rights Information (ANHRI), Article 19, 7amleh, Daarb bees, Tahrir Institute for Middle East Policy (TIMEP), Gulf Centre for Human Rights e altre principali organizzazioni per i diritti umani e giornalisti.

Elencando una serie di incidenti accaduti in Tunisia, Siria, Palestina e Egitto, nei quali attivisti e giornalisti hanno visto i propri account Facebook e Twitter disabilitati, la lettera dichiara che “esempi come questi sono fin troppi, e contribuiscono alla percezione, ampiamente condivisa tra attivisti e utenti del Grande Medio Oriente e del Sud del mondo, che queste piattaforme non siano interessate alla loro condizione e spesso non proteggano gli attivisti per i diritti umani al sorgere delle problematiche.”

Il comunicato costata anche che le due popolari piattaforme social, Facebook e Twitter, spesso si precipitano nel rispondere a manifestazioni di pubblica protesta provenienti da attivisti occidentali o esponenti di organizzazioni per i diritti umani, mentre esponenti del Grande Medio Oriente sono per lo più ignorati, rendendo gli utenti finali “spesso non informati di quali regole abbiano violato, e non vengano forniti gli estremi per appellarsi ad un moderatore umano.”

La lettera segnala inoltre:

Remedy and redress should not be a privilege reserved for those who have access to power or can make their voices heard. The status quo cannot continue.

Soluzioni e risarcimenti non dovrebbero essere un privilegio riservato a coloro che hanno accesso al potere o possono far ascoltare la loro voce. La situazione attuale non può proseguire.

Esortando Facebook e Twitter a non “essere complice di censura e cancellazione di storie e narrazioni di comunità oppresse,” i gruppi hanno invitato i due giganti dei social media a seguire quattro principali misure al fine di affrontare le nascenti preoccupazioni in una regione descritta come avente “i peggiori risultati in materia di libertà di espressione”

Le misure proposte dagli attivisti includono che Facebook e Twitter non intervengano in discriminazioni arbitrarie e sleali, intervenendo attivamente insieme ad utenti locali, attivisti, esperti di diritti umani, accademici e società civile del Grande Medio Oriente per visionare i reclami, così come affidarsi ad esperti locali e regionali in modo da sviluppare e incrementare linee guida per la moderazione dei contenuti contestualizzate che siano allineate con il contesto umanitario della regione del Grande Medio Oriente.

La lettera ha anche invitato le piattaforme  a “prestare un'attenzione speciale ai nascenti casi che provengono da zone di guerra e conflitto al fine di garantire una moderazione dei contenuti che non stigmatizzi in maniera sleale le comunità marginalizzate.”

Al momento della stesura, Twitter e Facebook non hanno risposto alla lettera.

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