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Migranti venezuelani sotto sfratto in Brasile

In mezzo alla pandemia i militari annunciano che i migranti devono lasciare la comunità “Ka´Ubanoko” entro il 28 ottobre | Foto: Bruno Mancinelle/Amazônia Real)

Questo articolo è di Tainá Aragão ed è stato ripubblicato qui in seguito a un accordo per la condivisione dei contenuti tra Global Voices e l'agenzia Amazônia Real  [pt, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione].

“Sono una donna con poco latte e ricordo che nel rifugio non potevo preparare il latte artificiale per il mio neonato. Chiesi l'autorizzazione per scaldare un po’ d'acqua e mi fu negata. Così scesi in strada alle 6 del mattino, dopo aver partorito da poco, a chiedere alla gente di scaldare un po’ d'acqua così che mio figlio potesse mangiare”.

Questa è la testimonianza di Yidri Torrealba, venezuelana emigrata il 12 gennaio 2018 a Boa Vista, nello stato di Roraima nel nord del Brasile.

Yidri e il figlio hanno vissuto per mesi nel locale offerto da Operação Acolhida , un'azione coordinata dall'esercito brasiliano. Due anni dopo si trova ad affrontare un altro ostacolo, insieme a circa altre 200 famiglie venezuelane. Il 17 settembre, infatti, l'esercito ha comunicato che le famiglie devono lasciare lo spazio che è diventato la loro casa, un vecchio circolo per il tempo libero di funzionari pubblici, abbandonato da più di dieci anni e appartenente al governo di Roraima. A settembre l'esercito brasiliano ha informato la comunità “Ka'Ubanoko”, parola che nella lingua indigena Warao significa “il mio spazio per dormire”, che devono lasciare il locale entro il 28 ottobre. Dopo che gli abitanti si sono opposti al fatto di doversene andare nel mezzo della pandemia del COVID-19, il termine è stato spostato a dicembre.

Operação Acolhida ha proposto di dividere la comunità, creando un rifugio per gli indigeni e ricollocando i non-indigeni in rifugi sotto l'amministrazione dell'esercito. Un'altra alternativa data alla comunità non-indigena è quella di trasferire i migranti in altri stati del Brasile, con la giustificazione che così avrebbero maggiore possibilità di trovare lavoro.

Secondo i dati della Segreteria di Stato del Lavoro e del Benessere Sociale (Setrabes) di Roraima, durante la pandemia circa 1.500 migranti al mese sono stati mandati in altre città del Brasile; la gestione del confine, i rifugi e l'internalizzazione dei migranti sono i pilastri dell'attuale gestione militare adottata dal governo di Jair Bolsonaro, con l'appoggio di agenzie locali e dell'ONU.

La comunicazione dello sgombero per i membri di Ka'Ubanoko è stata data verbalmente da Operação Acolhida insieme ad altre organizzazioni, tra cui l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per Rifugiati (ACNUR) dell'ONU.

La Ka'Ubanoko si differenzia dalle altre occupazioni spontanee perché è una comunità interetnica, composta da circa 160 famiglie di migranti venezuelani non-indigeni (criollos) e da popolazioni indigene di etnia Warao, Pemon, Eñepa e Kariña (circa 132 famiglie). In totale la comunità conta fino a 900 persone.

“Ka'Ubanoko compensa l'assenza di politiche migratorie efficaci” spiega Marcia Oliveira, professoressa del programma di Post-laurea in Società e Frontiere dell'Università Federale di Roraima. “Le occupazioni sono di grande importanza per l'organizzazione sociale, per l'autonomia e per l'autogestione, cose che fanno la differenza in un contesto migratorio in cui le politiche migratorie, tanto da parte dello Stato quanto da parte delle agenzie nazionali e internazionali e degli organismi del governo, non sono efficaci, ma solo emergenziali”.

A Boa Vista, in vari quartieri, si sono formate dieci grandi occupazioni spontanee, delle quali solo due sono attive tutt'ora. Otto sono state già rese inattive e le 1274 persone che ci vivevano sono state ricollocate nei rifugi, hanno ricevuto temporaneamente un sussidio per l'alloggio, o sono state mandate in altri stati brasiliani.

Stando a una nota di Operação Acolhida, inviata all'agenzia Amazônia Real, gli sgomberi sono stati eseguiti secondo un piano sviluppato con il Pubblico Ministero Statale e Federale, la Pubblica Difesa Statale e Federale, l'Avvocatura Generale dello Stato, i governi statali e municipali, istituzioni civili e agenzie. Il documento, secondo la nota, rispetta “tutti i criteri umanitari legali”. Tuttavia, le comunità venezuelane presenti nelle occupazioni non sono state ascoltate.

“So cos'è una consultazione preventiva e quello che stanno facendo non è una consultazione. Ci hanno dato un'informazione e una sola opzione: i rifugi. Pensano di poter decidere per noi perché siamo migranti indigeni, ma noi conosciamo la nostra storia, non siamo migranti ma indigeni dell'America intera, e abbiamo diritto a una consultazione libera, preventiva e informata” enfatizza Leany Torres, venezuelana, vice-capo indigena di etnia Warao nella comunità di Ka'Ubanoko.

Autonomia e rifugi

Quando hanno ricevuto la notizia di un possibile sgombero, i capi di Ka'Ubanoko hanno scritto una lettera, che è stata inviata alle autorità. Il documento presenta una forma di organizzazione comunitaria, attraverso comitati e con ripartizione dei compiti, e spiega perché i migranti sono contrari alla ridistribuzione degli abitanti nei rifugi.

“Vogliamo discutere alternative e proposte a proposito dei possibili effetti negativi di cui potremmo soffrire quando andremo a vivere in un rifugio. (…) Tra di noi ci sono persone che non si adatteranno mai alla vita nel rifugio e ciò le porterà a vivere per strada e a creare un altro problema per lo Stato. Il processo di internalizzazione è inefficace rispetto alla crisi umanitaria che il migrante venezuelano vive. È interesse di tutti che questo spazio continui a esistere” dice il documento.

La proposta iniziale di ricollocamento dei migranti venezuelani era di separare criollos e indigeni allo scopo di evitare i conflitti storici esistenti tra questi due gruppi. Intanto, però, il documento fa notare come la convivenza nelle aree occupate abbia fatto sì che i gruppi cambiassero prospettiva. “Dopo quasi due anni di convivenza, abbiamo scoperto l'importanza di superare i conflitti storici così da costruire, insieme, un futuro migliore per i nostri figli” continua la lettera.

La migrazione venezuelana verso il Brasile si è intensificata a partire dal 2014. Stando ai dati di Operação Acolhida, dei 10.000 venezuelani che ora sono a Roraima 7.000 vivono in 13 rifugi, mentre i restanti si trovano in case affittate, per strada, in casa di amici o parenti, oppure vivono sul posto di lavoro. Attualmente ci sono tre tipi di rifugi: per famiglie, per singoli e per indigeni. La gestione degli spazi è divisa: il Ministero della Cittadinanza e l'ACNUR sono responsabili di accoglienza e assistenza, le Forze Armate di logistica e sanità.

Ex-colonnello critica l'attivismo

Nonostante la struttura basilare offerta da Operação Acolhida, questo modello non lascia spazio a un'autogestione da parte dei migranti. Secondo Roger Hamilton Herzer, ex-segretario aggiunto della Segreteria di Stato del Lavoro e del Benessere Sociale ed ex-colonello dell'esercito, il modello di autogestione non funziona per Ka'Ubanoko proprio perché si tratta di una comunità in parte indigena.

Herzer pensa che il maggior ostacolo allo sgombero della comunità sia la questione indigena, che coabita nello spazio. “Tutte le occupazioni avevano un'organizzazione, ma oggi con la bandiera che hanno lì, degli indigeni, sono più mobilitati, ci sono alcuni attivisti lì in mezzo” dice. “Oggi abbiamo un problema molto grande a Roraima: è uno stato indigeno con un'economia bloccata perché ha un'intera area indigena delimitata; pensare di creare un territorio indigeno per gli indigeni venezuelani è una cosa complicata per lo Stato”.

Il 24 settembre Roger Hamilton Herzer ha concesso un'intervista ad Amazônia Real. Il 29, è stato licenziato. La segretaria, intervistata, ha dichiarato che il licenziamento è avvenuto per “adeguamenti amministrativi”.

Diritto all'abitazione

A inizio settembre i capi della comunità Ka'Ubanoko hanno cercato la Pubblica Difesa dello Stato per avere delle risposte e richiedere sostegno e protezione sociale per le famiglie a rischio di sfratto.

“Cerchiamo di promuovere la cultura indigena, e l'abitazione costituisce una garanzia della sua tutela, perché la tutela della cultura passa attraverso il vivere assieme” spiega Natanael Ferreira, il difensore d'ufficio.

La Legge 14.010/20, attuata a giugno di quest'anno dal Senato, proibiva lo sfratto di inquilini fino al 30 ottobre del 2020 per via del riconoscimento dello stato di calamità pubblica dovuta al nuovo coronavirus. Questa legge copre le proprietà urbane (commerciali e residenziali), ma apre una lacuna per quanto riguarda gli sfratti da proprietà pubbliche.

“Operação Acolhida non può effettuare lo sfratto senza un'autorizzazione giudiziaria” spiega Ferreira.

Dall'inizio dell'anno i militari coinvolti in Operação Acolhida hanno cominciato a convocare ogni giorno riunioni con chi abita nelle zone occupate allo scopo di discutere dello sfratto. I venezuelani si sentono vittime di minacce e intimidazioni, ma la comunità resta organizzata e ferma nel proposito di un'autogestione.

“Vogliamo essere integrati nella società brasiliana, vogliamo essere autonomi e partecipare allo stesso modo di tutti i brasiliani. Vogliamo pagare luce e acqua, vogliamo il diritto di avere una casa, vogliamo un'educazione formale per i nostri figli, vogliamo dare il nostro contributo al paese” dice Yidri Torrealba, incinta di otto mesi al momento dell'intervista.

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