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Un giovane fotografo mette a fuoco la Mongolia contemporanea

Uomini con gli occhi bendati da khadag. Il khadag (katak in tibetano) è una sciarpa di seta cerimoniale che simboleggia purezza e compassione, offerta dai buddhisti come dono durante cerimonie importanti come nascite, funerali e matrimoni. Foto (c): Kush Zorigt, usata dietro autorizzazione.

L'arte contemporanea non è la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Mongolia.

Ciononostante, oggi il Paese ha una sua vibrante scena artistica. Gli artisti mongoli esplorano l'arte moderna, la moda, la letteratura e le arti visive di tutto il mondo, a volte mescolandole alle forme artistiche della propria tradizione. La maggior parte di questi artisti contemporanei lavora nella capitale Ulan Bator, dove vive più della metà dei tre milioni di persone che popolano questa vasta regione.

Ulan Bator è conosciuta per i suoi quartieri periferici dove le tradizionali tende ger (la iurta mongola) [it] sono raggruppate ai margini della steppa, i loro abitanti attratti dal nuovo benessere economico proveniente in gran parte dall'industria mineraria. Ma la rapida crescita di Ulan Bator ha portato anche a nuove divisioni sociali e livelli pericolosi di inquinamento [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] per cui la capitale è diventata tristemente nota. Questo boom commerciale ha anche dato vita a un panorama urbano ultramoderno non diverso da quello di Seoul, Tokyo, o Pechino.

È proprio questo che il fotografo mongolo Kush Zorigt mira a catturare nelle sue foto, che documentano il panorama urbano, l'esperienza urbana e gli abitanti della città.

L'intervista è stata editata per lunghezza.

Kush Zorigt. Foto (c): Blgunee Hiroshi, pubblicata dietro autorizzazione.

Filip Noubel (FN): Lei è un artista dai molti talenti, che ha cominciato come musicista tradizionale, poi musicista e cantante jazz, poi giornalista e ora fotografo. Perché ha scelto la fotografia? 

Kush Zorigt (KZ): I am on a journey of self-exploration. I found photography to be much closer to myself. I was not a visual person initially, I wasn't drawn to films or photography and had little knowledge when studying music. I did explore a new genre with jazz, but I grew up in a traditional family: my parents are professors of classical Mongolian music, my younger brother is a composer, and I was trained for years to play the morin khuur, our traditional stringed instrument. When I started working as a journalist, I was was interested in covering the arts, so about six years ago, I interviewed people working in fashion. Three years ago, I moved to another media outlet, working on photo essays as an editor, and part of my job involved hiring photographers. This is when I realised the impact of visual art. So two and a half years ago I bought a camera, trained myself, and last year I started thinking about storytelling with photos.

Kush Zorigt (KZ): Sto attraversando un percorso di auto-esplorazione. Trovo la fotografia molto più vicina al mio essere. All'inizio non ero una persona visiva, film e fotografia non mi attiravano e li conoscevo poco quando studiavo musica. Ho esplorato un nuovo genere con il jazz, ma sono cresciuto in una famiglia tradizionale: i miei genitori sono docenti di musica mongola classica, mio fratello minore è un compositore e io sono stato istruito per anni nel morin khuur [it], il nostro strumento a corde tradizionale. Quando ho cominciato a lavorare come giornalista, ero interessato a scrivere di arte, per cui circa sei anni più tardi intervistavo persone che lavorano nella moda. Tre anni fa mi sono spostato ad un'altra testata per lavorare su saggi fotografici come redattore e parte del mio lavoro era assumere fotografi. È stato allora che ho realizzato l'impatto delle arti visive. Perciò due anni e mezzo fa ho comprato una macchina fotografica, ho imparato a usarla da autodidatta e l'anno scorso ho cominciato a pensare a come raccontare storie con la fotografia.

FN: La sua mostra in corso [mn] a Ulan Bator al Red Ger Creative Space esplora i temi dell'inverno e dell'inquinamento nella città. Potrebbe descrivere la sua relazione con la città? 

KZ: I wanted to focus on three things with this photo essay in five parts, which was inspired by the music of the contemporary German-British composer Max Richter. The first is beauty: I want to seek out beauty in the city throughout the year. Except for the short summer, Ulaanbaatar is quite dark, but there is something behind these images of long and cold winters that last four to six months. Winter is interesting because the air is thick, and really really cold, down to minus 40 degrees Celsius sometimes. I wanted to show that light and cold blue that I portray in some of my photos. I want people to feel it.

The pollution and chaos is another thing. The pollution comes from the Ger district [most people use coal to survive the winter inside their tents – ed.] around the city and from too many cars. Last year the pollution situation did improve, but the city is still overpopulated, which is something we have gotten used to and now see as normal. Thus that's something we somehow fail to see, so I want to portray that as well. I made a conscious choice of excluding the Ger district, because it has its own narrative, and I want to to tell another story about this city. The more time passes, the closer the city becomes for me.

KZ: Per questo saggio fotografico in cinque parti, ispirato dalla musica del compositore contemporaneo tedesco-britannico Max Richter [it], ho voluto concentrarmi su tre elementi. Il primo è la bellezza: volevo cercare la bellezza nella città lungo tutto l'anno. Tranne per la breve estate Ulan Bator è piuttosto scura, ma c'è qualcosa dietro queste immagini del lungo e freddo inverno che dura dai quattro ai sei mesi. L'inverno è interessante perché l'aria è densa e molto fredda, a volte fino a -40° celsius. Volevo mostrare quel blu chiaro e freddo che ritraggo in alcune delle mie foto. Voglio che le persone lo percepiscano.

L'inquinamento e il caos costituiscono un'altro elemento. L'inquinamento arriva dai quartieri iurta (dove molte persone usano il carbone per sopravvivere all'inverno nelle loro tende, nda) intorno alla città e dalle troppe automobili. L'anno scorso la situazione è migliorata, ma la città è ancora sovrappopolata, qualcosa a cui ci siamo abituati e che ora vediamo come normale. Di conseguenza non riusciamo a vedere questa situazione, è per questo che volevo ritrarla. Ho fatto la scelta consapevole di escludere i quartieri iurta, perché hanno la propria narrazion e io volevo raccontare un'altra storia di questa città. Più il tempo passa, più sento la città vicina.

Questa donna a Ulaanbaatar indossa una maschera non a causa della COVID-19 ma dell'inquinamento estremo. Foto: (c) Kush Zorigt, pubblicata dietro autorizzazione

FN: Una parte importante del suo lavoro fotografico, visibile anche sul suo account Instagram, riguarda il corpo e l'identità di genere. Ci può dire di più sul suo lavoro e su come è percepito in Mongolia? 

KZ: Queerness is not something I can articulate well in words, it is much easier to do in pictures. For me they are a more natural way of describing it. I am indeed more interested in portraying male bodies and portraits. In the photoessay called Spring, there is an expression of queerness: there are five young, vulnerable, pure, blooming young men who are also blind [they are blindfolded in the photos – ed.] and hidden.

They don't know they are blooming, which is a reference to my personal story of hiding and showing.

I also work as a fitness trainer: I wanted to have this type of body, so I trained for 10 years, then studied to become a personal trainer. I also want to have a professional and scientific approach to this line of work. But I noticed that people are intimidated by overall masculine photos, which is a feeling I share. So I thought of giving a different image of health and fitness, something much friendlier. So my photos I use to promote my work as a fitness trainer are also much more on the artistic side.

KZ: L'esperienza queer non è qualcosa che si possa articolare bene a parole, è molto più facile farlo con le immagini. Per me è un modo più naturale di descriverla. Sono sicuramente più interessato a rappresentare corpi e ritratti maschili. In questo saggio fotografico chiamato Primavera, c'è un'espressione dell'identità queer: ci sono cinque giovani uomini, vulnerabili, puri e nel fiore degli anni, che sono anche ciechi (bendati nelle foto, nda) e nascosti.

Non sanno di stare sbocciando, un riferimento alla mia storia personale tra il nascondersi e il mostrarsi.

Lavoro anche come istruttore di fitness: volevo questo tipo di corpo, per cui mi sono allenato per 10 anni e poi ho studiato per diventare personal trainer. Voglio anche adottare un approccio professionale e scientifico a questo mestiere. Ma ho notato che le persone sono intimidite dalle foto maschili in generale, una sensazione che condivido. Per cui ho pensato di offrire un'immagine diversa di salute e fitness, qualcosa di più amichevole. Così anche le foto che uso per promuovere il mio lavoro di istruttore di fitness hanno un aspetto più artistico.

FN: La percezione generale del mondo esterno è che la Mongolia sia un Paese isolato, stretto tra due giganti, la Russia e la Cina. In che modo questa posizione influenza lo sviluppo dell'arte contemporanea, che si tratti di arti visive, performative o altro?

KZ: We shared a lot with China until the early 20th century, in our culture, music, architecture, and history. From our 1921 independence to the 1990 democratic revolution, we lived under a strongly Soviet-style system with a clear ideology, but it helped us advance in [western]  classical music. Those two neighbours certainly impacted us culturally. Now we have had a 30 year period of democracy in which we are still trying to define our cultural identity. Today we have jazz which attracts international performers and researchers alike. It's something very new. We have photography classes. But photography as an urban art is very new: most Mongolian professionals are landscape, wedding, or fashion photographers. Now we have a new wave [in photography] thanks to Instagram, so if you check the hashtags of #instameetulaanbaatar or #ubeveryday, you will see a lot of photos. This is why I want to focus on artistic photography. Last year I worked on a short film, and I want to focus on urban stories, on world citizenship, and hope to show my work outside Mongolia too.

KZ: Condividevamo molto con la Cina fino al XX secolo, nella nostra cultura, musica, architettura e storia. Dalla nostra indipendenza nel 1921 alla rivoluzione democratica del 1990 abbiamo vissuto in un sistema con un forte stampo sovietico e un'ideologia ben definita, che però ci ha aiutati a fare passi avanti nella musica classica [occidentale]. Questi due vicini hanno certamente avuto un impatto sulla nostra cultura. Oggi abbiamo una scena jazz che attrae sia musicisti che ricercatori internazionali. È qualcosa di molto nuovo. Abbiamo corsi di fotografia. Ma la fotografia come arte urbana è molto nuova: molti professionisti mongoli sono paesaggisti, fotografi per matrimoni o per la moda. Ora abbiamo una nuova ondata grazie a Instagram, per cui se date un'occhiata agli hashtag #instameetulaanbaatar o #ubeveryday, vedrete un sacco di foto. È per questo che voglio concentrarmi sulla fotografia artistica. L'anno scorso ho lavorato a un cortometraggio e voglio concentrarmi sulle storie urbane, sulla cittadinanza mondiale e spero di esporre il mio lavoro anche fuori dalla Mongolia.

Seguite l'account di Instagram di Kush Zorigt qui

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