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Il verdetto del caso di George Floyd porta i netizen a riflettere sulla brutalità della polizia nei Caraibi

Un memoriale per George Floyd a South Minneapolis. Foto di Chad Davis su Flickr, CC BY-SA 2.0.

Il 20 aprile, quasi un anno dopo il caso di George Floyd [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], l'uomo di origini afroamericane che è stato tenuto a terra con un ginocchio premuto sul collo per 9 strazianti minuti da un poliziotto bianco, nonostante avesse più volto ripetuto che non riusciva a respirare, un tribunale dello stato del Minnesota ha giudicato Derek Chauvin colpevole di tutte e tre i capi di accusa a lui imputati — omicidio di secondo e terzo grado e omicidio colposo.

L'assassinio di Floyd del 25 maggio, avvenuto in pieno giorno nel mezzo di una strada di città sotto gli occhi dei passanti che supplicavano Chauvin di fermarsi — e degli altri agenti che si sono tenuti in disparte e che hanno deciso di non intervenire– ha sollecitato proteste di massa anti-razzismo sia negli Stati Uniti che a livello internazionale, incluso nei Caraibi.

Chauvin è apparso incredulo alla lettura del verdetto. Invece, al di fuori del tribunale, dove centinaia di persone si erano raccolte a sostegno del movimento #JusticeForGeorgeFloyd, il verdetto è stato accolto con gioia. Molte persone, inclusi alcuni dei membri della famiglia di Floyd, hanno atteso l'annuncio da casa e si sono dimostrati vivamente sollevati nell'apprendere l'esito del verdetto unanime di colpevolezza.

Le reazioni nei Caraibi sono state simili; Franka Philip dallo stato di Trinidad e Tobago ha dichiarato su Facebook:

I feel relief for my friends in the US who have been awaiting justice, not just for George Floyd but for so many others who had no justice on earth.

Sono sollevata per i miei amici negli USA che hanno atteso che fosse fatta giustizia, non solo per George Floyd, ma anche per i molti altri per i quali ciò non è mai avvenuto.

Nel frattempo, gli utenti dei social media si sono resi conto che la giustizia ricevuta in questo frangente non è sufficiente affinché il vero cambiamento avvenga. Susan Goffe difensore giamaicana dei diritti umani ha retwittato:

Questo:
L'identificazione da parte dei politici della trionfale risoluzione dell'omicidio di George Floyd come una vittoria per l'America e per Minneapolis, non fa altro che spostare l'attenzione dal vero responsabile della vicenda, ovvero lo stesso sistema che ha permesso che ciò accadesse.

Sindaco Jacob Fray: “George Floyd è venuto a Minneapolis per migliorare la propria vita. Ma alla fine è la sua vita che ha contribuito a migliorare la nostra città. La giuria si è unita alla convinzione comune che ha animato Minneapolis per i trascorsi 11 mesi. Si sono rifiutati di lasciar correre e hanno affermato che Floyd sarebbe dovuto essere qui oggi.”

Alex Moe:” Grazie George Floyd per aver sacrificato la tua vita per noi. Grazie a te e a moltissimi altri in tutto il mondo che hanno preteso giustizia, il tuo nome sarà per sempre sinonimo di giustizia”

L'attivista LGBTQ+ di Trinidad  Jason Jones ha dichiarato su Facebook:

THANK YOU! GUILTY! Justice is served but we have nothing to celebrate as nothing can ever give back the life taken away.

GRAZIE! COLPEVOLE! La giustizia ha trionfato ma non abbiamo nulla da celebrare poiché nulla potrà mai restituire le vite che sono state strappate via.

Nonostante tutto, Jamaica Bonita si è dimostrata soddisfatta per la giustizia ottenuta — specialmente perché il razzismo istituzionale la rende spesso elusiva:

C'è bisogno di un giusto e equo trattamento di fronte alla legge. Nei casi in cui ciò non accade allora c'è bisogno che sia fatta giustizia. E per coloro che non sanno cosa significhi, questa è GIUSTIZIA. RIP George Floyd. Giustizia è fatta. Ringraziando Dio che ci ha comandato di amarci l'un l'altro.

Così come la giamaicana Lisa Soares Lewis che ha tweettato:

Giustizia! Fuori uno, e così sarà per molti altri!

Alcuni di quei  “molti altri “ sono stati vittime della violenza della polizia all'interno della regione:

Sulla scia del verdetto del caso di George Floyd mi chiedo quando, le oltre 2000 famiglie i cui cari sono stati uccisi dagli ufficiali del Corpo di Polizia Giamaicana negli ultimi 20 anni, quando otterranno GIUSTIZIA?

Il corpo di polizia giamaicana  (JCF) non è l'unico organo di polizia regionale imputato per un presunto abuso dei sui poteri. Nella parte meridionale dell'arcipelago, a Trinidad e Tobago, l’ ispettore Mark Hernandez, capo della squadra speciale per le operazioni di intervento  attivo  (SORT), è stato recentemente accusato di comportamento scorretto all'interno dell'ufficio pubblico, per la morte di  Andrew Morris e Joel Balcon, che si trovavano in custodia della polizia per essere sottoposti ad un interrogatorio riguardo il rapimento e l'uccisione di Andrea Bharatt nel gennaio 2021.

Molti internauti, quindi, comprendono come un verdetto di colpevolezza non rappresenti una soluzione decisiva — non negli Stati Uniti e certamente nemmeno nei Caraibi:

Questo NON riporterà di certo George Floyd indietro. Tuttavia potrebbe dare inizio finalmente ad un dibattito riguardo la brutalità della polizia e le relazioni razziali. Cambiare il modo in cui le persone di colore vengono trattate.

Un membro della diaspora trinbagoniana negli Stati Uniti, Sonya Sanchez-Arias, si è sentita allo stesso modo, spiegando:

I think it was the offending police officer’s audacity that shook us. The nerve to murder someone in front of our eyes. It was his stubborn, unrelenting unwillingness to ease the pressure on Floyd’s neck that stopped us in our tracks.

In the nine minutes and 29 seconds it took for George Floyd to asphyxiate, everything shifted. It felt like the entire world saw red. Enough was enough. […]

Black Lives Matter was striving to challenge and change an American system that perpetuates violence and consistently excuses killing, but it was also asking, in its simplest terms, for equality, for humanity.

This week offered all of us the oddest conundrum: to have watched a man being murdered and wonder whether or not the murderer would be convicted, whether justice as we know it would be served or the officer protected. […]

His legal guilt is the first step on a long road to true justice. I recognize the guilty, guilty, guilty verdict is not a bandage for systemic inequality, but guilty, guilty, guilty sends a clear message: America will not tolerate this. Now There Is Legal Justice for George Floyd. So Why Do I Still Feel So Hollow?

Why? Because deep inside I know George Floyd is just the tip of the iceberg of so many black lives lost and the injustice and toxicity of too many years of systematic racism and white privileged complacency. There is so much work to be done!

Credo sia stata l'audacia dell'ufficiale di polizia a scuoterci. Il fegato di uccidere qualcuno di fronte ai nostri occhi. È stata la sua ostinata e spietata riluttanza ad alleviare la pressione sul collo di Floyd a lasciarci di sasso.

Nei 9 minuti e 26 secondi che ci sono voluti a George Floyd per soffocare, tutto è cambiato radicalmente. È sembrato come se tutto il mondo avesse visto rosso. Quando è troppo è troppo.  […]

Il movimento del Black Lives Matter si sforzava di provocare e di cambiare il sistema americano che perpetua la violenza e giustifica continuamente l'omicidio, ma chiedeva anche, semplicemente, uguaglianza e umanità.

Questa settimana ci siamo posti di fronte ad un'assurda questione: dopo aver assistito all'assassinio di un uomo, ci siamo chiesti se il colpevole sarebbe stato condannato o meno, e se la giustizia come la conosciamo avrebbe trionfato o se l'ufficiale sarebbe stato in qualche modo protetto […]

La dichiarazione di colpevolezza è solo il primo passo di un lungo cammino verso la vera giustizia. Riconosco che il verdetto di colpevolezza non è una soluzione per la disuguaglianza del sistema, ma allo stesso tempio invia un messaggio chiaro: l'America non tollererà queste azioni. Giustizia è fatta per George Floyd. Allora perché sento ancora un vuoto dentro di me?

Perché? Perché nel profondo so che George Floyd è solo la punta dell'iceberg di tante vite nere perse e dell'ingiustizia e della tossicità dei troppi anni di razzismo e autocompiacimento privilegiato dei bianchi. C'è così tanto lavoro da fare!

C'è stato almeno un utente giamaicano di Twitter che ha riconosciuto l'enorme debito nei confronti di Darnella Frazier, la giovane adolescente di colore che ha filmato l'incidente con il proprio telefono, nonostante le intimazioni a fermarsi ricevute dai poliziotti:

Sapete, non stiamo ringraziando abbastanza Darnella Frazier. Il suo coraggio in quel momento è stato impareggiabile. Non si è mai tirata indietro e non si è lasciata intimidire dalla polizia. Il video ha contribuito il modo significativo al verdetto di oggi.

Ciò nonostante, dopo che Juliet Holness — Membro del  Parlamento e moglie del Primo Ministro Andrew Holness — ha pubblicato un tweet riguardo il ” persistente problema della violenza in Giamaica, […] che risale ai giorni della schiavitù,” il dibattito online si è acceso:

La Giamaica è uno stato violento. Il Parlamento ha ereditato questa violenza dagli uffici coloniali e continua a supportare e diffonderla ancora oggi.

Per violenza ereditata dai giorni di schiavitù, intende la violenza messa in atto da coloro che erano al potere? La stessa violenza implicitamente scritta nella legge? Oppure intende la violenza del sistema penitenziario? O ancora forse intende quella delle forze dell'ordine nei confronti dei cittadini.

Dato l'aumento della violenza di genere in Giamaica, il tweet è stato interpretato come fuori luogo- ma è chiaro, almeno per gli internauti regionali, che i verdetti di colpevolezza nel caso George Floyd costituiscono solo un piccolo passo nello smantellamento dei sistemi razzisti che generalmente permettono che tali ingiustizie rimangano impunite.

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