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Per questa rifugiata siriana, la traversata in gommone verso la Grecia “sembrava un viaggio senza fine”

Giovane rifugiata siriana che ha raggiunto la Grecia in gommone.

Rena Khalid Moussa

GlobalPost, un'organizzazione giornalistica internazionale imparentata con PRI, ha raccolto le testimonianze di cinque giovani siriani che hanno preso la sofferta decisione di lasciare il proprio paese e intraprendere un pericoloso viaggio attraverso Turchia, Grecia ed Europa meridionale.

Restare in Turchia non era più possibile e l'idea di andare in Europa diventava sempre più martellante. In Turchia, se non hai una laurea, trovare un lavoro è utopia.

Il mio viaggio iniziò a Istanbul e la prima tappa fu Izmir, sul Mar Egeo. Qui vivevano quelli che erano i miei vicini di casa in Siria, allora li chiamai per chiedergli se potevo stare da loro qualche giorno, in attesa di essere contattata dal trafficante che mi avrebbe aiutata a lasciare il paese. Dopo due giorni, l'intermediario del trafficante chiamò per dirmi di andare al luogo dell'incontro. Ero da poco uscita di casa, quando mi telefonò di nuovo per dirmi che il viaggio di quella notte era stato annullato a causa del cattivo tempo. Così, tornai a casa dei miei amici.

Il giorno dopo mi chiamò ancora. Mi disse che saremmo partiti quel giorno. Così preparai il mio zaino e indossai il giubbotto di salvataggio, il quale mi costò un sacco di soldi. C'era traffico e arrivai a destinazione con mezz'ora di ritardo. Il trafficante era arrabbiato con me. Disse che il mio zaino era troppo pesante e che non avrei potuto portarlo. Gli dissi che avevo cose importanti nel mio zaino, aggiungendo che, essendo donna, avevo bisogno di molte più cose rispetto a un uomo.

“L'dea di un viaggio sicuro e del bel tempo era solo una scusa. Sapevo che erano tutti dei bugiardi che si arricchivano grazie alla tratta degli essere umani.”

Salimmo su un taxi per andare all'appuntamento con gli altri. Lungo la strada gli diedi 1200 euro: il prezzo per attraversare il mare fino in Grecia, dove avrei potuto iniziare a farmi strada in Europa. Prima di arrivare alla costa, lui ricevette una telefonata da altri trafficanti. Gli dicevano di tornare indietro perché il viaggio era stato annullato ancora una volta. Abbiamo dovuto pagare il taxi: altre 200 lire turche (20 euro circa).

Non ero sorpresa, mi aspettavo qualunque cosa da un viaggio illegale. Presi i miei soldi e decisi di cercare un altro trafficante che mi aiutasse a lasciare la Turchia. L'idea di un viaggio sicuro e del bel tempo era solo una scusa. Sapevo che erano tutti dei bugiardi che si arricchivano grazie alla tratta degli esseri umani.

Finalmente, dopo più di due giorni, trovai una barca. Andai in una piccola moschea e da lì ci portarono in una casa abbandonata. Qui ci radunammo tutti in un unico posto e poi ci fecero salire in un grande furgone, come un gregge di pecore. Arrivammo alle 21 in un luogo isolato, si sentivano solo i rumori del mare e del vento. Non ci fu consentito di parlare o accendere una torcia, così indossammo i nostri giubbotti di salvataggio nell'oscurità. I trafficanti chiesero agli uomini presenti di aiutarli a gonfiare il gommone. Ci impiegarono circa due ore. Quando finirono, ci dissero di scendere giù in spiaggia a piccoli gruppi senza far rumore, dopodiché ci disposero all'interno del gommone fin quando non fu pieno. Non so esattamente quanti ne fossimo perché era buio, ma penso circa 60, bambini inclusi.

Gli uomini sedevano sul bordo del gommone e le donne in basso. Io ero accanto al motore, nella parte più bassa, più vicina all'acqua. Pensavamo che il viaggio sarebbe durato solo una o due ore, forse anche meno. Ma quando mi accorsi, nonostante fosse buio pesto,  che non eravamo ancora in mare, ma in una specie di fiume o canale, realizzai che le nostre vite, per queste persone, erano soltanto un gioco. Il motore fu avviato dall'autista, che di solito è uno dei rifugiati che si offre di guidare la barca in cambio di un viaggio gratuito. Questa volta però era uno dei trafficanti. Due di loro vennero con noi  fino a che arrivammo al punto in cui pensavamo che il fiume sfociasse nel mare.

Presi il mio telefono e attivai il GPS: rimasi scioccata nello scoprire che il canale era così lungo e lontano dal mare. Per raggiungerlo abbiamo impiegato più di due ore a causa del motore che si bloccò molte volte tra le sterpaglie. Quando arrivammo al mare, un'altra barca ci stava aspettando per prendere l'autista turco e rimpiazzarlo con un rifugiato algerino. Quando il nuovo autista prese il comando del gommone, questi accelerò creando delle onde. Tutte le persone a bordo andarono in panico e chiesero di tornare indietro. Ma nessuno sembrò ascoltarci. Finalmente, l'algerino prese il controllo del gommone e iniziammo a calmarci. Ma ora eravamo in mare e le onde erano così alte che a volte sentivo come se la barca fosse sulla cima di una montagna per poi precipitare giù. Non c'era alcuna luce, a parte la luna. Le stelle brillavano in cielo.

“Quando la barca venne portata su e giù dalle onde, le persone si unirono in preghiera. Non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sia ipocrita l'atteggiamento di chi ricorda Dio soltanto nelle difficoltà.”

Non so perché, ma non ero così impaurita. Prima di salire sul gommone pensavo che la parte più difficile del viaggio sarebbe stata quella in mare, specialmente di notte. Quando la barca venne portata su e giù dalle onde, le persone si unirono in preghiera. Non ho potuto fare a meno di pensare a quanto sia ipocrita l'atteggiamento di chi ricorda Dio soltanto nelle difficoltà. Le preghiere divennero più forti quando il gommone fu alto sulle onde. Gli uomini dissero di poter vedere le luci dell'isola.

È difficile rimanere calmi quando sei impegnato in una battaglia con la vita e la morte. Sembrava un viaggio senza fine. Dopo più di due ore vedemmo le luci della nave della guardia costiera greca. Eravamo salvi, finalmente. La nave non si avvicinò troppo al gommone per evitare di generare onde che avrebbero potuto capovolgerlo. Piuttosto si posizionò dietro di noi e accese le luci in direzione dell'isola, in modo che potessimo vederla. Era vicina adesso. Non so come, ma mi appisolai per alcuni minuti, anche se dormire era l'ultimo dei nostri pensieri.

Con l'aiuto della guardia costiera, dopo più di un'ora, arrivammo all'isola sani e salvi. Dopo cinque pericolose ore, eravamo grati e felici di essere vivi. Quella era l'unica cosa che contava in quel momento.

 Testimonianza di Rena Khalid Moussa, 29 anni

Attualmente Rena vive a Minden, ma sta progettando di trasferirsi presto a Bielefeld, nel nord ovest della Germania. Rena ha avuto il suo colloquio con il servizio immigrazione un paio di mesi fa, ed è in attesa del suo permesso di soggiorno triennale. 

Leggi la prossima testimonianza della serie: Il giorno in cui sono diventata un dannato numero: il viaggio di una rifugiata siriana in Europa [it]
Per maggiori informazioni consulta la copertura speciale di Global Voices dedicata alla crisi migratoria: Streams of Refugees Seek Sanctuary in Europe [en]

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