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I giornalisti di guerra piangono l'esecuzione di reporter spagnoli in Burkina Faso

David Beriain. Foto da TEDx UniversidaddeNavarra su Flickr. (CC BY 2.0)

Il giornalismo di guerra spagnolo è in lutto per l'uccisione dei reporter di guerra David Beriain e Roberto Fraile in Burkina Faso [en, come i link seguenti] il 27 aprile scorso. I due erano stati recentemente premiati da amici e dal National Press Club, che ha conferito loro l'International Journalism Award per il loro lavoro come corrispondenti internazionali. 

Beriain ha seguito importanti conflitti armati in Sudan, Afghanistan e Iraq. Ha anche pubblicato numerosi reportage sulla corruzione in Argentina, sul traffico di droga e sulla guerra in Colombia. Fraile è stato riconosciuto per il suo lavoro come fotografo ad Aleppo, in Siria, dove è stato gravemente ferito mentre riprendeva le truppe ribelli. Fraile ha anche raccontato diversi conflitti armati in Libia, Iraq e Kosovo. Stavano indagando sul bracconaggio in Burkina Faso quando sono stati uccisi.

I giornalisti sono stati catturati ad est del Paese, una zona dove le tensioni e l'insicurezza dovute ai gruppi jihadisti sono aumentate da quando Roch Marc Christian Kaboré ha preso il potere con un colpo di stato nel 2015. Gli attacchi sono perpetrati non solo contro la popolazione civile, ma anche tra gruppi terroristici. Tra questi ci sono Al Qaeda, il Gruppo per il sostegno dell'Islam e dei musulmani (JNIM), lo Stato islamico del Grande Sahara (ISGS) e Ansarul Islam.

A questo problema si aggiunge la generale povertà della popolazione, di cui l'80% guadagna da vivere con l'agricoltura ed è spesso bersaglio di attacchi di questi gruppi criminali.

Questa ondata di violenza minaccia i giornalisti del paese africano, che hanno limitazioni nel viaggiare e nel portare a termine il loro lavoro giornalistico. Allo stesso modo, molti subiscono detenzione e accuse di diffamazione quando riferiscono della situazione in Burkina Faso.

L'assassinio dei due giornalisti spagnoli è stato attribuito al Gruppo per il sostegno dell'Islam e dei musulmani (JNIM), secondo il ministro della Difesa spagnolo Margarita Robles. Beriain e Fraile erano in compagnia di membri dell'Unione Europea, l'ONG Chengeta Wildlife e una pattuglia congiunta formata da truppe del Burkina Faso. Secondo un’indagine del quotidiano spagnolo El Pais, il gruppo è stato messo alle strette dopo aver incontrato un accampamento di Al Qaeda, e gli intrusi sono stati uccisi.

Il primo ad essere fucilato è stato Fraile, e sia Beriain che Rory Young, un ecologista irlandese e fondatore di Chengeta Wildlife, hanno rifiutato di abbandonare il loro amico. Secondo le indagini, Beriain si sarebbe potuto salvare dall'attacco. Tuttavia, ha rifiutato l'idea di abbandonare Fraile, che era stato gravemente ferito.

Venerdì 30 aprile i corpi dei giornalisti deceduti sono arrivati a Madrid, in Spagna, su un aereo militare dal Burkina Faso.

Molte zone dell'Africa presentano gravi rischi per i reporter, con più di cento uccisioni di giornalisti nel continente africano nell'ultimo decennio. Come osserva Reporters sans frontières, nonostante la fine dei regimi totalitari negli ultimi anni, la decriminalizzazione del giornalismo e l'incremento della sicurezza dei giornalisti è ancora un work in progress.

Burkina Faso è al 37esimo posto nell’indice mondiale della libertà di stampa 2021 realizzato da Reporter Senza Frontiere, con le sole due uccisioni di Beriain e Fraile quest'anno nel paese africano. Di contro, la Siria si colloca in 173esima posizione, la Palestina 132esima e la Libia 165esima.

A livello globale, quest'anno sono stati uccisi undici giornalisti e quattro cittadini collaboratori, e altri 324 giornalisti, 102 cittadini giornalisti e 13 collaboratori sono stati incarcerati.

Paura, tortura, rapimento e morte sono alcune delle implicazioni di questa professione, come riflette il giornalista, regista e scrittore Hernán Zin nel suo documentario del 2018 “Morir para Contar” (Morire per raccontare), in cui sono apparsi sia Beriain che Fraile. I giornalisti di guerra e i fotoreporter corrono questi rischi, ma il loro obiettivo è mostrare la verità e combattere per cambiare il mondo.

Nel documentario, Beriain elogia l'amore che riceve dai suoi amici e familiari e la sua fortuna di poter esercitare questa professione, con le sue stesse parole, “liberamente“, suggerendo che il giornalista era consapevole della sua fine potenzialmente minacciosa.

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