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La comunità LGBTQ+ libanese teme un futuro cupo dato il presente difficile

Immagine: Giovana Fleck/Global Voices

Il seguente articolo è stato pubblicato [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] inizialmente su Raseef22, una piattaforma araba indipendente, il 27 luglio 2021, e una versione modificata è ripubblicata ai sensi di un accordo sulla condivisione di contenuti.

Nonostante la rivolta lebanese a ottobre 2019 abbia fornito una finestra per molti della comunità LGBTQ+ per parlare apertamente e farsi sentire, molti altri vivono ancora nella paura della repressione, della violenza, dell'intimidazione da parte delle autorità, dei servizi di sicurezza e della milizia.

Rory, una donna transessuale, evita di esprimere la sua opinione durante le emergenze politiche del paese. Riconosce di essere a rischio e di essere facilmente presa di mira e attaccata a causa della discriminazione e marginalizzazione che i transgender e altri membri della comunità queer affrontano.

Parlando a Raseef22, Rory descrive la repressione sociale e politica di questo gruppo di persone:

Many like me are afraid to express their opinions due to religious and political pressures. When you are unable to be yourself within your own home, with your family and in society, and are afraid of being attacked while also wanting to express your opinion publicly and are unable to do so, this negatively affects your psyche and your interactions with family and society.

Molta gente come me ha paura di esprimere la propria opinione a causa delle pressioni religiose e politiche. Non poter essere te stesso a casa tua, con la tua famiglia e nella società,  la paura di essere attaccato e al contempo il desiderio di esprimerti pubblicamente e non potere farlo, influenzano negativamente la tua psiche e i rapporti con la famiglia e la società.

Durante la rivolta, sviluppatasi tra il 2019 e il 2021, Rory era all'inizio del suo processo di transizione. Ha provato a partecipare il più possibile alle proteste, ma il massiccio dispiegamento dei servizi di sicurezza tra i manifestanti e gli arresti l'hanno spaventata poiché i tali servizi di sicurezza sono rinomati per la loro ostilità verso i membri della comunità LGBTQ+, dato che ne violano i diritti, li arrestano e li aggrediscono, soprattutto per quanto riguarda i trans.

In merito alla sorveglianza elettronica, in particolare rispetto a quella dei membri della comunità queer, Rory ha affermato:

As of late, I feel that we are being monitored through social media. Every day activists are being summoned by one of the branches of the security apparatus or attacked by party loyalists and supporters.

Ultimamente ho il presentimento di essere controllata tramite i social. Ogni giorni degli attivisti vengono convocati da una delle branche dell'apparato di sicurezza o attaccati dai fedeli del partito e dai suoi sostenitori.

Tra la paura e la repressione, Rary non ha grandi speranze circa il fatto che i membri della comunità LGBTQ+ – e in particolare i trans – guadagneranno una rappresentanza politica o che riescano a mantenere delle posizioni lavorative a livello statale, giuridico e legale.

Identità di genere come sfida politica

Per l'attivista politico e membro della comunità LGBTQ+ Doumit Azzi Draiby, esprimere un'opinione all'università o attraverso i social significa essere soggetti a campagne di bullismo e attacchi contro il proprio orientamento sessuale.

Tali tentativi di repressione, ha affermato, lo hanno spinto a pubblicizzare la sua omosessualità come una “sfida politica, parte della mia battaglia contro il regime”. Non è stato facile, soprattutto da quando si è reso conto dei rischi che avrebbe affrontato.

Molto tempo prima che si interessasse all’ ambito politico, Doumit ha vissuto dei momenti difficil con la sua famiglia a causa della sua omosessualità. Nato in una famiglia religiosa conservatrice che vede l'omosessualità come un “taboo” e discrimina la comunità LGBTQ+, era timoroso e spaventato della loro reazione se avesse fatto coming out e annunciato la sua identità sessuale, preoccupato che lo emarginassero come molta altra gente che è stata cacciata dalla propria casa e soggetta a violenza economica.

Doumit ha raccontato di essere stato “più privilegiato” rispetto ad altri omosessuali, dato che gli fu permesso di annunciare la sua identità e di “essere in prima linea durante le campagne di bullismo e omofobia”. La mentalità della sua famiglia è addirittura passata, grazie a lui, da uno stato di rifiuto totale della comunità LGBTQ+ a uno stato di supporto per lui.

Secondo Doumit, le leggi del Lebano non gli impediscono direttamente di prendere una posizione pubblica, e aggiunge che la sua decisione di rivelare la sua identità è stata presa per lottare contro il sistema patriarcale esistente. Ha asserito:

I came out with my true identity so that this clarity would help break down barriers, and pave the way for those who will come after us. I do not want future generations of the LGBTQ+ community to suffer the same way I have.

Ho confessato la mia vera identità in modo che tale chiarezza possa aiutare a rompere le barriere e a spianare la strada per coloro che verranno dopo. Non voglio che le generazioni future della comunità LGBTQ+ soffrano come ho sofferto io.

Doumit Azzi Draiby ha aggiunto che il coinvolgimento dei membri della comunità LGBTQ+ negli affari pubblici costituisce un avanzamento di qualità nel sistema politico lebanese, e anche il segno di un cambiamento che ha iniziato a influenzare la società. “C'è una battaglia che deve cominciare oggi stesso”, ha affermato.

Testo legislativo ambiguo

Karim Nammour, avvocato di Legal Agenda, ha parlato a Raseef22 circa l'Art. 534 del Codice Penale, il quale è spesso usato in Lebano per perseguire i membri LGBTQ+ sulla base di “rapporti sessuali che contraddicono le leggi della natura”. Messo in atto dalla legislatura francese a inizio ‘900, punisce coloro che sono giudicati colpevoli fino a un anno di prigione.

Secondo Nammour, i giudici devono abrogare la legge che è utilizzata “in maniera molto generale e conservatrice”, aggiungendo “rapporti sessuali che contraddicono le leggi della natura”:

in an ambiguous sentence, when no text in the Penal Code can be vague or ambiguous. And if it is, it is interpreted in favor of the accused. Therefore, at the bare minimum, the act of intercourse should be present and proven, but the judges have punished people by simply accusing them of their identity without evidence of having intercourse.

[…] in una frase ambigua, quando un testo del Codice Penale non deve essere vago o ambiguo. E qualora lo fosse, è interpretato a favore dell'accusato. Pertanto, come minimo, l'atto di sessuale dovrebbe essere provato, ma i giudici hanno punito gente semplicemente accusandoli della loro identità senza alcuna prova di un eventuale rapporto sessuale.

Per quando riguarda le possibilità degli omosessuali di avere una carriera politica e di arrivare a posizioni di alto rango, Karim ha commentato dicendo che ciò è possibile a patto che riescano a celare la loro vera identità sessuale, “ma non eviterà che sfruttino tale identità contro il loro lavoro politico o per minacciarli”.

Karim Nammour ha quindi sottolineato il bisogno di stabilire un meccanismo che protegga le persone della comunità LGBTQ+ dalla discriminazione. “Vincolare dei trattati internazionali al Lebano significa pattuire la non-discriminazione per varie ragioni, inclusi l'orientamento sessuale e l'identità”, ha affermato.

“I principi morali” – la “scusa” dello stato

Il Lebano è stato sotto pressione da parte di gruppi internazionali per i diritti umani per attenersi ai trattati internazionali, i quali confidano il rispetto delle identità di genere di ogni individuo.

Rasha Younes, ricercatrice del Programma per i Diritti LGBTQ in Medio Oriente e in Nordafrica a Human Rights Watch, ha raccontato a Raseef22 che i funzionari giustificamo ampiamente le violazioni contro la comunità con un dovere morale “che non è in linea con l'impegno libanese, né con la protezione delle libertà che rivendica”.

Un esempio di affermazione dei funzionari libanesi per “preservare i principi morali collettivi e la struttura della famiglia” si è verificato quando la Sicurezza Generale del paese ha impedito alla comunità LGBTQ+ di tenere una conferenza nel 2018. Younes ha affermato che, al tempo, HRW ha provato ad avere una riunione con il Direttore Generale della Sicurezza Pubblica, Abbas Ibrahim, ma questi avrebbe rifiutato di incontrarli.

In risposta a un rapporto di HRW del 2019 sulla discriminazione contro le donne transessuali in Lebano, Younes ha affermato che il Ministero della Giustizia avrebbe sostenuto che ci sono dei problemi sociali che impediscono agli individui transessuali di cambiare il loro nome e il loro genere, “dal momento che il Ministero crede che la presenza di persone di genere diverso da quello binario (maschile e femminile) confonderebbe la società”.

Chiaramente il Lebano non ha fatto nessun passo avanti riguardo ai diritti della comunità LGBTQ+. Piuttosto, i funzionari del paese si rifiutano di affrontare il problema e insistono nell'emarginare questo gruppo – violando i diritti umani e i trattati internazionali – per paura del male che un passo del genere possa fare al sistema decisionale, dal quale trae la sua forza e che si nutre delle politiche di marginalizzazione che segue.

Questo progetto è in collaborazione con la Arab Foundation for Freedoms and Equality (AFE) e gode del sostegno della Embassy of the Kingdom of the Netherlands.

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