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La mancata promessa della Cina di sviluppare le miniere del Venezuela

Foto di sfondo delle attività minerarie nell'Arco Minerario dell'Orinoco, a cura di Giovana Fleck | Global Voices

All'inizio del secolo, Cina e Venezuela hanno firmato diversi [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] accordi del valore di milioni di dollari per lo sviluppo del settore minerario in Venezuela, promosso da entrambi i paesi come alternativa all'eccessivo affidamento sul petrolio da parte di Caracas. Le aspettative erano elevate. Eppure, a distanza di anni, gli investimenti non sono giunti a buon fine e il settore minerario è sprofondato nell'illegalità, nelle sanzioni degli Stati Uniti e nelle numerose critiche.

La scommessa della Cina sull'attività mineraria

Secondo un rapporto [en] del capitolo venezuelano di Transparency International, tra il 2000 e il 2020 Venezuela e Cina hanno firmato più di 470 accordi bilaterali di cooperazione. Il Venezuela è diventato il principale recettore dei finanziamenti cinesi in America Latina, ricevendo il 45% dei fondi totali destinati alla regione, che ammontano a più di 68 miliardi di dollari. Il 91% dei fondi sono stati erogati sotto forma di prestiti.

Il Venezuela era diventato uno dei partner più stretti della Cina nella regione. Il partenariato strategico venne fondato su similitudini ideologiche, come l'obiettivo di contrastare il potere statunitense promuovendo lo sviluppo di un mondo multipolare, e una rigida interpretazione del principio di non intervento — purché sia a loro favore.

Tale partenariato si basava anche su reciproci interessi economici. La Cina era alla ricerca di materie prime per sostenere il proprio boom economico, di nuovi mercati per i suoi prodotti e di una porta d'accesso all'America Latina e ai Caraibi; il Venezuela invece desiderava staccarsi dagli Stati Uniti [en], suo principale partner commerciale di lunga data. Sebbene l'industria del petrolio fosse in auge da anni, secondo il rapporto di Transparency ci furono almeno 17 accordi riguardanti il settore minerario per lo sfruttamento di minerale di ferro, acciaio, carbone, oro e coltan.

Nel 2012 l'ex Presidente Hugo Chávez firmò un accordo con la Cina per fare prospezioni, esplorare e mappare le risorse minerarie in Venezuela e ricevette critiche [en] dagli esperti e dall'opposizione per aver divulgato intenzionalmente informazioni critiche sulle risorse strategiche, ignorando i pareri degli esperti locali, e per aver dimostrato scarsa trasparenza. Nello stesso anno, il Venezuela diede alla cinese CITIC Group la concessione per operare a Las Cristinas, sede di una delle più grandi riserve auree del mondo.

Il dispendio di energie sul settore minerario

Quando il crollo [en] del prezzo del petrolio, tra il 2014 e il 2016, fece accelerare una crisi economica già in atto nel paese, Maduro mise il settore minerario al centro della sua strategia, allo scopo di diversificare e trasformare l'economia. Poiché erano necessari investimenti esteri per effettuare l'impresa, i funzionari governativi hanno cercato di promuovere tale strategia come emulazione del modello di sviluppo che aveva contribuito al boom economico della Cina. Inoltre, gli investimenti effettuati dalla Cina e la sua partecipazione ai progetti vengono costantemente lodati, in quanto rappresentano il segno del loro futuro successo.

A febbraio 2016, Maduro decretò la nascita dell’Arco Minerario dell'Orinoco (OMA), un'area che copre il 12% del territorio nazionale, destinata allo sfruttamento delle risorse minerarie per contribuire allo sviluppo strategico del Venezuela. Nello stesso giorno, Maduro annunciò che 150 compagnie minerarie provenienti da 35 paesi diversi avevano espresso il loro interesse a operare [en] nell'OMA. Tra queste figuravano molte compagnie cinesi interessate allo sfruttamento di oro, coltan e altri minerali.

Le proteste pubbliche

L'ambizioso progetto minerario ricevette una decisa condanna da parte di diversi settori della società, dalle organizzazioni indigene e ambientaliste ad accademici, esperti e leader politici, che preferirebbero la sua cancellazione e hanno utilizzato principalmente i social network [en] per esprimere il loro malcontento.

Le ragioni principali presentate dai detrattori per contrastare l'OMA sono il degrado ambientale, anche delle aree protette per la loro biodiversità e delle sorgenti idriche di vitale importanza per il paese; l'impatto su salute, mezzi di sussistenza e perfino sulla sicurezza fisica delle comunità indigene; la proliferazione di attività minerarie illegali; e, infine, il mancato coinvolgimento della consultazione e dell'approvazione dell'Assemblea Nazionale, come richiesto dalla Costituzione.

Dei presunti 35 paesi interessati all'OMA, l'adesione delle compagnie cinesi è stata vista dai detrattori come particolarmente dannosa per l’ambiente. La fame d'oro della Cina è considerata predatoria verso il Venezuela e le sue risorse, ma rappresenta anche un elemento importante che contribuisce a mantenere il potere di Maduro al governo tramite la fornitura di maggiori risorse. Altri, tuttavia, sottolineano che la corruzione nel governo sia la causa dei fallimenti dell'OMA e non le ambizioni del progetto infrastrutturale globale della Cina, noto come Belt and Road Iniziative, contrastando la prima con altri progetti di successo finanziati dalla Cina in altre parti del mondo.

Il caso del Porto di Palua

Nel 2017, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro trasmise in diretta la cerimonia di inaugurazione dell'ampliamento del Porto di Palua sul fiume Orinoco, a sud del Venezuela, durante il suo show settimanale. Lo scopo era aumentare la “capacità di mobilitazione” (ossia quella di esportazione) del minerale di ferro [en], un materiale grezzo usato per produrre acciaio.

L'utilizzo dell'episodio da parte dell'apparato propagandistico cinese e venezuelano per promuovere il successo della loro cooperazione strategica, sebbene non abbia raggiunto l'obiettivo di incrementare le esportazioni di minerale di ferro, permette di avere un quadro più ampio della situazione, fatto di grandi promesse e grandi investimenti ma pochi risultati e nessuna responsabilità.

Secondo il Ministro dell'Industria e della Produzione Nazionale venezuelano, tale ampliamento è “il primo progetto nazionale completato grazie ai finanziamenti del Large Volume Long Term Fund,” uno dei due fondi attraverso cui è stata erogata la maggioranza dei prestiti cinesi al Venezuela.

I potenti media venezuelani, affiliati allo stato, definirono il completamento del progetto un grande successo che avrebbe permesso al paese di generare reddito tramite un incremento delle esportazioni. Allo stesso modo, anche i media filo-governativi cinesi propagandarono [zh] il progetto come un successo del “partenariato strategico tra Cina e Venezuela.

Più in generale, entrambi i governi cercavano di rappresentare l'ampliamento del porto come esempio del contributo cinese allo sviluppo economico e sociale del Venezuela e alla sempre sfuggente diversificazione della sua economia basata sul petrolio.

Nonostante la scarsità di informazioni ufficiali pubbliche sugli accordi bilaterali tra Cina e Venezuela, giornalisti indipendenti [en] e organizzazioni non governative hanno ricostruito le vicende riguardanti questo accordo e altri stipulati in precedenza nell'intento di accrescere la responsabilità dei progetti a finanziamento pubblico. Dalle loro scoperte emerge un quadro diverso. Per cominciare, il Porto di Palua è stato completato con quattro anni di ritardo. Doveva essere terminato entro la fine del 2012, invece è stato inaugurato nel 2017.

Inoltre, questo progetto è stato l'unico a essere stato completato, visto che un accordo siglato tra la compagnia siderurgica statale venezuelana Ferrominera e tre grandi società di costruzioni statali cinesi prevedeva la realizzazione di altri due progetti per migliorare le infrastrutture dell'industria siderurgica. Con la sua capacità produttiva in perdita, la Ferrominera aveva un disperato bisogno di investimenti nell'infrastruttura per poter rispettare un precedente accordo siglato con la Cina nel 2009.

Seguendo lo schema “denaro in cambio di materie prime” del settore petrolifero, il Venezuela ha ricevuto almeno 1 miliardo di dollari dalla Cina per investire nelle infrastrutture minerarie, pagando con spedizioni di minerale di ferro verso la Cina. Se si considerano i prezzi internazionali al momento, tale pratica implicava uno sconto elevato.         

La capacità produttiva della Ferrominera non è aumentata. Al contrario, la compagnia ha continuato a contrattare e oggi è solo una frazione di quello che era nel 2009, quando è stato siglato l'accordo. Eppure, anche per gli standard venezuelani odierni, la Ferrominera sembra andare meglio di altre industrie pesanti.

La delusione delle aspettative

Quattro anni dopo l'inaugurazione del progetto sul Porto di Palua, la maggior parte dei grandi progetti minerari finanziati con investimenti esteri e messi in cantiere dal governo non si è concretizzata. Il business redditizio dello sfruttamento di oro e minerali nel sud è controllato [en] — e oggetto di contesa— da bande armate criminali locali, gruppi paramilitari armati e potenti fazioni vicine ai militari. La violenza [en] è scoppiata nella regione e il controllo del governo sul territorio è stato messo in discussione. Inoltre, nel 2019 il governo statunitense ha sanzionato [en] la compagnia aurifera statale venezuelana Minerven per aver sostenuto il governo Maduro.

Di recente, una guida per gli investitori [zh] pubblicata dall'ambasciata cinese in Venezuela ha messo in guardia le compagnie cinesi sulle numerose problematiche del settore minerario venezuelano: sanzioni, instabilità politica, difficoltà finanziarie. In contrasto con l'ottimismo manifestato [zh] negli anni precedenti, anche i media cinesi negli ultimi tempi hanno espresso la loro preoccupazione [en] verso i limiti del Venezuela, comprese le sfide [zh] alla legittimità di Maduro.

Maduro, tuttavia, non ha riconosciuto la realtà dei fatti. Di fronte al protrarsi della crisi economica e finanziaria, i funzionari governativi appoggiano ancora l'attività mineraria come opportunità di investimento — che un tempo aveva avuto successo in Cina.


Questa storia fa parte di un'indagine della Civic Media Observatory [en] sulle visioni contrastanti in merito alla Belt and Road Initiative della Cina ed esplora come le società e le comunità abbiano percezioni diverse dei potenziali benefici e danni dello sviluppo guidato dalla Cina. Per saperne di più su questo progetto e sui suoi metodi clicca qui [en].

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