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La chiusura di LinkedIn in Cina segna la fine per i colossi tech occidentali nel paese?

Immagine di Oiwan Lam, utilizzata su autorizzazione

Microsoft ha annunciato [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] lo scorso 14 ottobre che ha deciso di disattivare la versione cinese di LinkedIn.

La piattaforma social per le imprese e le nuove assunzioni aveva lanciato la sua versione cinese nel 2014, rispettando ogni requisito imposto dal governo in materia di social network e piattaforme online. Ad ogni modo, la strategia adottata dalla società in Cina non può più funzionare, tant'è che la decisione di far “tramontare” la piattaforma è stata motivata con un “contesto operativo di gran lunga più impegnativo unito ad ulteriori requisiti di conformità previsti dal governo centrale”. Così Mohaf Shroff, Vice Presidente dell’ ingegneria di LinkedIn, ha scritto sul suo blog ufficiale.

La versione cinese del social conta oltre 50 milioni di utenti. Il lancio di LinkedIn sul mercato cinese è stato l'unico, tra le maggiori piattaforme social, ad essere stato autorizzato da una società statunitense. Tuttavia, con l'ultima decisione presa, LinkedIn si ritroverà nella lista dei siti bloccati in Cina, sorte che è toccata negli anni passati anche ad altri giganti del web come Google, Twitter e Facebook. Di conseguenza, gli utenti LinkedIn saranno costretti a raggirare in qualche modo la censura informatica imposta nell'entroterra dal governo cinese, in modo da poter accedere alla piattaforma.

Dopo il blocco del noto social, la filiale cinese di LinkedIn ha in programma il lancio di InJobs, una applicazione cinese per cercare lavoro. Tuttavia, il nuovo servizio non permetterà agli utenti di creare e condividere contenuti online.

Incastrati tra la censura e le necessità degli utenti

Sin da quando era stata lanciata la versione locale, LinkedIn si è trovata tra i due fuochi: da una parte il governo cinese che imponeva (e impone) un determinato numero di requisiti per non imbattersi nella censura, dall'altra le critiche dei cittadini dinanzi a queste pratiche.

Lo scorso marzo, il New York Times ha citato alcune fonti che riportavano che le autorità nazionali per la regolamentazione dei servizi intenet, lo State Internet Information Office, aveva già redarguito LinkedIn dinanzi ad un approccio troppo permissivo nonostante la censura. Due mesi dopo, l'Amministrazione Cinese del Cyberspazio ha stilato una lista con oltre 100 applicazioni accusate di “appropriazione illecita dei dati”. Nella lista compaiono, tra le altre, anche le piattaforme LinkedIn e Bing di Microsoft.

D'altra parte, dal 2014 gli attivisti per i diritti umani, gli accademici e i giornalisti si sono scagliati contro la società per aver censurato contenuti considerati sensibili in Cina. Al fine di soddisfare i requisiti stabiliti dal governo centrale, gli utenti di LinkedIn non hanno alcuna possibilità di pubblicare contenuti sensibili nell'entroterra, come ad esempio fotografie, report e commenti sul massacro nella piazza di Tiananmen del 1989. Anche gli utenti d'oltreoceano saranno bloccati dal network cinese di LinkedIn nel momento in cui pubblicheranno informazioni su temi delicati.

Negli ultimi anni, LinkedIn ha, in effetti, esteso la censura anche ai profili utente d'oltreoceano. Dal 2019 un certo numero di giornalisti esteri, di accademici e di attivisti hanno riscontrato il blocco dell'account personale sulla piattaforma.

Difatti, lo scorso mese, la versione cinese di LinkedIn ha disattivato l'account di alcuni giornalisti statunitensi, tra cui quelli di Bethany Allen-Ebrahimian, Melissa Chan e Greg Brun. Non appena Bethany Allen-Ebrahimian ha fatto presente gli eventi direttamente a LinkedIn, l'amministratore della piattaforma le ha consigliato di “aggiornare la biografia” del suo profilo. La reporter investigativa si è fatta beffa della società per “il servizio di consulenza gratuito per l'autocensura”:

Vorrei sottolineare soprattutto uno degli aspetti inquietanti delle e-mail inviate dal servizio clienti di LinkedIn: “Lavoreremo con te per limitare le conseguenze e per riconsiderare l'accessibilità del tuo profilo in Cina se verrà aggiornata la biografia del tuo profilo”.

Dopo l'accaduto, il Senatore Repubblicano degli Stati Uniti, Rick Scott, ha scritto a LinkedIn e al CEO di Microsoft, sua società madre, descrivendo la censura come “un'acquietamento riprovevole e un atto di sottomissione alla Cina Comunista”. Il senatore ha, inoltre, chiesto all'azienda di spiegare la politica di censura cinese tenendo presente una serie di domande avanzate dal politico stesso, sicuramente di non facile risposta.

In Cina, Weibo, corrispettivo uffciale di LinkedIn, ha fatto sapere che le notizie riportate riguardo al blocco del servizio erano inesatte [zh]. Il presidente cinese della piattaforma, Lu Jian, ha fatto presente in un comunicato [zh] che tale decisione è stata presa per rinnovare le strategie aziendali.

Ma davvero pochi internauti cinesi credono alla versione apolitica della vicenda. Su Weibo, diversi utenti hanno espresso il proprio disappunto riguardo alla notizia. Un utente LinkedIn ha detto [zh]:

一想到领英要关闭 我就烦躁……/关注了好多学校和外企 我的唯一消息途径……/关闭社交功能 我要它干什么…… ​

Sono così sconcertato dal blocco di LinkedIn…/ Ho seguito così tante scuole e aziende straniere e per me questa era l'unica fonte per avere informazioni… / qual è il senso di una piattaforma dove non si possono usare le funzioni social?

Un commento ancora più critico diceva (il link e la citazione orginale cinese non sono riportati per ragioni di sicurezza):

Damn it. Now they not only block anything sensitive, but also access to job opportunities from foreign companies and overseas / so Chinese workers can only be exploited by Chinese businesses, everyone is locked in involution (development through intense internal competition),  let’s walk toward common wealth (共同富裕). The country is closing its door.

Maledizione. Adesso non solo bloccano i contenuti sensibili, ma anche opportunità di lavoro offerte da aziende straniere e d'oltreoceano / quindi, i lavoratori cinesi possono solo essere sfruttati dalle imprese cinesi, se tutti siamo bloccati nell’involuzione (ossia, in uno sviluppo del Paese basato sulla spietata competizione nazionale), cosa ne è del bene comune(共同富裕)? La nazione sta chiudendo i battenti.

Su Twitter, diversi utenti cinesi dell'entroterra hanno saputo eludere la censura e hanno lasciato commenti su queste ultime notizie, sostenendo che LinkedIn ha lasciato il mercato cinese perché sull'orlo del fallimento aziendale, piuttosto che per ragioni politiche. Ecco alcuni esempi [zh]:

Maozyer1984: 亚马逊自己竞争不过淘宝京东,领英还不如脉脉,这怪谁?

Amazon è stata battuta da Taobao e Jingdong, LinkedIn è meno diffusa di Mai Mai (una azienda cinese che ha sviluppato un'app per trovare lavoro che conta già oltre 80 milioni di iscritti), come biasimare la scelta di abbandonare il mercato cinese?

43a2Ef2HajK3LGu [zh]: 說真的,领英受欢迎的话就不会退市。卫生巾请不必为微软找借口了。

Se la piattaforma LinkedIn fosse abbastanza nota, non lascerebbe il mercato [cinese], il Wall Street Journal potrebbe fare a meno di inventare scuse per LinkedIn.

La nuova legge cinese sulla sicurezza dei dati

Finora, Microsoft non ha spiegato quali “sfide” la società sta affrontando in Cina. Paul Mozur, un giornalista del New York Times ha affermato che la nuova legge cinese sulla sicurezza dei dati  potrebbe aver influito sulla dipartita di LinkedIn.

Altri dettagli sul blocco LinkedIn in Cina: la legge sulla sicurezza dei dati è probabilmente un fattore di questa dipartita, in quanto avrebbe costretto la piattaforma a raccogliere molti più dati sui suoi utenti in Cina. In più, nell'annuncio della versione cinese di LinkedIn non si menziona alcuna questione normativa. Un chiaro caso di un'uscita censurata per non aver censurato.

Alcuni blogger cinesi su Weibo condividono la stessa teoria. Un report di casi d'attualità, Fei-Yan-Ping-Tan (飛彥評談, ha sottolineato [zh] che la maggior parte degli utenti LinkedIn in Cina erano stranieri. Come spiegato dal South China Morning Post, le compagnie informatiche saranno coinvolte in azioni legali nelle loro nazioni se dovessero trasferire, su richiesta, dati degli utenti stranieri alle autorità cinesi.

In Cina, la legge sulla sicurezza dei dati ha esteso la propria giurisdizione anche oltreoceano, in modo da impedire e sanzionare qualsiasi traffico di dati, anche estero, che possa “ledere la sicurezza nazionale o gli interessi pubblici della PRC, o i diritti dei cittadini e degli enti cinesi”. Le società informatiche estere sono tenute a rivedere la gestione delle attività sui dati da parte di terzi (ivi inclusi raccolta dati, archiviazione, utilizzo, trattamento, trasmissione, trasferimento e divulgazione). Così facendo, tali compagnie assicureranno che i propri protocolli non “danneggeranno la critica infrastruttura informatica” cinese e che non porteranno a conseguenze negative.

LinkedIn e Bing sarebbero probabilmente soggetti a valutazione di terzi, dato che, lo scorso maggio, entrambe le app sono state inserite nella lista nera dall'Amministrazione del Cyberspazio per “un'appropriazione indebita di dati”.

Un ulteriore motivo di questa dipartita è l'imminente legge Algorium, come suggerito dalla ricercatrice politica Kendra Schaefer:

In secondo luogo, gli algoritmi rilasciati a settembre dalla Amministrazione Cinese del Cyberspazio evidenziano che gli algoritmi di distribuzione di informazione dovrebbero sostenere i valori socialisti fondamentali. 8/13

La proposta di legge renderà obbligatoria per le aziende informatiche una revisione dei loro algoritmi, in modo tale che possano diffondersi messaggi positivi riguardo al governo. Ciò significa che ogni società verrà trasformata in una macchina propagandistica.

Contro “un contesto così impegnativo”, un utente cinese di Twitter, @mike56705438, ha postato un commento ironico [zh] in cui diceva che per far mettere le radici a LinkedIn in Cina, la piattaforma dovrebbe consegnarsi al Partito Comunista Cinese:

成立党支部,转让51%的股份给我党是领英的唯一出路。这和当年刚解放时,保留外资企业,但在政策上用钝刀子杀猪一模一样,毛泽东思想学的真好。

Creare una sezione di partito e trasferire il 51% delle azioni al partito è l'unica soluzione. La situazione attuale somiglia al periodo di liberazione della Cina [primi anni '50]: il Partito Comunista Cinese accettava le compagnie estere a patto che queste rispettassero i termini imposti, macellando, in questo modo, una società dopo l'altra. Ecco l'ottimo seguito di Mao Zedong.

Nel 2017, il Partito Comunista Cinese ha iniziato a richiedere alle società informatiche nazionale di allestire una sezione del partito. È chiaro, dunque, che il governo cinese mira ad avere un controllo più forte sul settore informatico. A luglio, la più grande azienda cinese per la fornitura di veicoli e taxi da chiamare tramite app, DiDi, ha subito una battuta d'arresto,  durante la quale è stata accusata di aver infranto la sicurezza dei dati degli utenti, dopo che la società era stata quotata negli Stati Uniti. Un mese dopo, secondo quanto riportato, il governo avrebbe iniziato a lavorare su una legge per impedire alle società infromatiche cinesi di essere quotate nei mercati d'oltreoceano, a causa di probabili rischi nella sicurezza dei dati.

Per oltre vent'anni, le aziende informatiche estere avevano tentato di entrare nel mercato cinese. Stavolta era diventato possibile lavorare con partner locali e lanciare una versione locale dei loro prodotti che avrebbe garantito l'accesso al mercato. Dunque, Google ha lanciato, ad esempio, la sua versione in cinese semplificato nel 2000 e la società affiliata Google China nel 2005, ma ha bloccato il suo motore di ricerca in cinese semplificato nel 2010.

Microsoft sembra essere paziente. LinkedIn è l'ultima società americana a dover lasciare il mercato cinese. L'addio alla versione cinese di LinkedIn, come molti hanno fatto notare, segna la fine di un esperimento per i giganti internazionali dell'informatica che non potranno accedere al mercato autoritario cinese.

Le operazioni di LinkedIn in Cina sono state, una volta, un modello da seguire per altre aziende estere dello stesso settore. Si pensava che una partnership con una compagnia di investimenti e una censura superficiale portassero ad un accesso diretto al mercato cinese. Dopo sette anni, l'esperimento è fallito.

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