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Speranza tra scarsità e paura: Cuba dopo le storiche proteste di luglio

Foto scattata da Giovana Fleck/Global Voices.

Questo articolo è stato scritto da un* autore/autrice a Cuba con lo pseudonimo di Luis Rodriguez per la sua sicurezza. Questa selezione di musica cubana è stata gentilmente concessa da Global Voices e Spotify.

Sono trascorsi più di due mesi dalle inconsuete proteste dell’ 11 luglio a Cuba [it], dove migliaia di cubani sono scesi in strada per rivendicare la libertà di espressione e di bisogni primari come cibo e farmaci. Di queste giornate storiche è prevalso nell'immaginario sociale solamente l'insoddisfazione di fronte a dei problemi che sono ben lontani dal giungere ad una soluzione, aggravendosi invece ogni giorno di più. In molti, dentro e fuori dall'isola, si sono chiesti quali fossero le motivazioni per le quali la bomba sociale dell’ 11J (11 luglio) che ha sorpreso il regime non abbia portato ai risultati sperati.

La repressione scatenatasi sui manifestanti ha provocato una paura generalizzata tra quelli che hanno cercato di uscire nuovamente a protestare. Lo Stato mantiene un controllo assoluto dei mezzi di comunicazione e sono ricorsi a tutti i mezzi disponibili per manipolare [es, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] la narrazione dei fatti, dichiarando che i manifestanti sono dei “delinquenti e degli insoddisfatti”.

Quindi, cos'è cambiato a Cuba? Si tratta di una domanda che spesso si pongono milioni di cubani che continuano a vivere oppressi dalla mancanza di alimenti, dai continui black-out, dalla carenza di medicine e dalla repressione continua, sottomessi ad un regime che cerca di imporre la sua ideologia.

Ad oggi, ci sono ancora 437 detenuti a seguito delle proteste dei 949 arrestati inizialmente, secondo la ONG della difesa dei diritti umani Cubalex, con sede negli USA. Inoltre,  “solo 62 persone sono state portate a giudizio e l'accusa prevalentemente imputata a 53 dei processati è stata quella di disturbo alla quiete pubblica, anche se ci sono altre accuse di oltraggio, resistenza a pubblico ufficiale, istigazione a delinquere e danneggiamento” secondo il quotidiano Granma; si tratta di cifre ufficiali divulgate dai media internazionali. Praticamente nessuno a Cuba ha accesso ad informazioni certe sui detenuti.

La disinformazione esistente riguardo questo tema si radica sul fatto che, diversamente da altri paesi, a Cuba il governo non permette [en] che le né le istituzioni penitenziarie né le giudiziarie vengano gestite da organizzazioni o ONG come Amnesty Internacional e Human Rights Watch.

Per tanto, la scarsa informazione che gli arriva su questi episodi proviene da fonti cubane come El Observatorio Cubano de Derechos Humanos ed altre associazioni dissidenti che agiscono illegalmente con scarso accesso ad informazioni affidabili, motivi che spiegherebbero quanto poco conosciamo sulla situazione dei detenuti.

Gli arrestati sono in gran parte persone normali e leader dell'opposizione, come Luis Manuel Otero Alcántara, il primo capo del Movimiento San Isidro che era stato liberato dopo essere stato recluso presso l’Hospital Calixto García per un lungo periodo ma, nel momento in cui ha tentato di prendere parte alle proteste, è stato incarcerato in una struttura di massima sicurezza, dove si trova tutt'ora.

Nel caso di José Daniel Ferrer, leader dell'organizzazione conosciuta come UMPACU a Santiago di Cuba, arrestato a Cuba in diverse occasioni e considerato il leader più importante dell'opposizone è stato condannato nuovamente a quattro anni di carcere. Un'altra figura come quella del rapper Maikel Osorbo, protagonista del videoclip Patria y Vida, è stato arrestato prima delle proteste dell'11J e non è ancora stato processato.

Artisti ed intellettuali non sono rimasti ai margini delle protesta, prendendo parte ad uno dei fatti meno conosciuti in cui un gruppo di artisti  hanno raggiunto la periferia dell'ICRT (Instituto de Cine, Radio y Televisión), pretendendo il diritto legittimo di comparire in televisione per offrire alla popolazione un'informazione trasparente sugli eventi, ma sono stati respinti con la violenza.

Dialoghi e Ley Mendoza

Nella Cuba post-11J vi è un disperato tentativo del regime di minimizzare il dissenso sociale e cambiare la propria immagine al mondo, creando presunti spazi di dialogo con diverse aree della società civile come artisti, religiosi, leader di quartiere, senza promuovere invece il dialogo con l'opposizione politica, come accade di solito in altri paesi, persino in Venezuela, alleato politico di Cuba.

Secondo Julio Cesar Guanche, per approfondire questo dialogo improrogabile con la società civile, il governo deve “rivedere la situazione giudiziale e legale dei detenuti, i giudizi sommari e riconoscere il diritto alla manifestazione pacifica”. Non fare nulla a riguardo continuerebbe ad essere un gran problema per la stessa possibilità di dialogo che il Governo sta cercando di portare avanti.

Nell'ambito delle comunicazioni, due aspetti mettono in luce come lo Stato abbia cercato di gestire la crisi, abbassando i prezzi per l'accesso ad internet e, in modo contraddittorio, promulgando il nuovo Decreto No. 35 riguardo il flusso delle informazioni nei social network. Essa stabilisce che qualsiasi cittadino promuova false notizie e inciti alla violenza in rete può essere processato. Molti a Cuba hanno associato tale decreto ad un tentativo di applicare una ley mordaza alla libertà di espressione dei cubani.

Di fronte a questo frustrante panorama, si potrebbe arrivare alla conclusione che questo risveglio della nazione cubana sia stato abbastanza sterile, che non abbia portato i cambiamenti che volevamo ma le lezioni storiche che derivano da queste giornate ci illuminano su questi eventi. Per la prima volta da decenni, i cubani sono scesi in massa per le strade in tutta l'isola a rivendicare i propri diritti, la maggior parte di loro in modo pacifico. Detta con le parole del politologo e storico cubano, Armando Chaguaceda, “Cuba ha compreso che aveva il diritto di avere diritti”.

Il 20 novembre ci sarà un'altra manifestazione per chiedere di liberare i prigionieri politici e per richiedere più democrazia. Niente e nessuno potrà fermare il corso della storia di una nazione che l'11 luglio ha capito che l'unica strada per la libertà è quella della transizione politica e pacifica a Cuba.

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