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Il punto di vista dei Caraibi dopo la COP26 sulle ingiustizie climatiche e sul “1,5° per rimanere vivi”

“1.5 to Stay Alive” è il dipinto più recente di Jonathan Gladding, l'artista santaluciano-americano; usato previo consenso.

Dopo due intense settimane di tavole rotonde, eventi collaterali, networking e discorsi di leader politici, la Conferenza sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite (COP26) [it] tenutasi a Glasgow è ormai alle nostre spalle e sta già perdendo risalto nei media. Ripensandoci, che cosa si portano a casa i  Paesi caraibici e dove li condurrà il futuro?

Yves Renard, consigliere e coordinatore regionale dell'organizzazione non governativa Panos Caribbean [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione], ha condiviso con me le sue riflessioni dopo la conferenza, parlando dal villaggio di Laborie, nell'isola di Santa Lucia, dove vive e lavora.

Per più di 40 anni Renard si è occupato di politiche di sviluppo sostenibile e di gestione partecipativa delle risorse naturali in quella zona. S'interessa in modo particolare di collegare la governance delle risorse naturali alla riduzione della povertà e allo sviluppo sociale, e di progettare istituzioni che favoriscano la partecipazione e l'emancipazione.

Emma Lewis (EL): Ricordaci della campagna 1.5 to Stay Alive [cioè 1,5° per Rimanere Vivi], che fu lanciata a Parigi dai Paesi caraibici con il supporto di Panos e che ha guadagnato molto terreno.

Yves Renard, consigliere e coordinatore regionale dell'organizzazione non governativa Panos Caribbean, che si è fatta difenditrice attiva per quella zona a riguardo della crisi climatica. Foto di Renard, utilizzata previo consenso.

Yves Renard (YR): The slogan ‘1.5 to Stay Alive’ was actually first coined by the Alliance of Small Island States (AOSIS) when [Grenadian diplomat] Dessima Williams was its chairperson. In 2015, following a discussion between Dr James Fletcher of Saint Lucia and Panos Caribbean, it was decided to design and launch a campaign with the primary objective of supporting Caribbean negotiators at COP21 in Paris. Media, artists, young people were mobilised to amplify their voices and to make Caribbean negotiators feel that people at home were aware of the issues and supported their efforts. That campaign used the slogan, with the iconic images of [artist] Jonathan Gladding, [to] forcefully convey the message.

Yves Renard (YR): Lo slogan ‘1.5 to Stay Alive’ è stato coniato dall’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari (AOSIS) quando [la diplomatica granadina] Dessima Williams ne è stata la presidentessa. Nel 2015, a seguito di uno scambio tra il dott. James Fletcher di Santa Lucia e Panos Caribbean, è stato deciso di progettare e lanciare una campagna con l'obiettivo principale di sostenere i negoziatori caraibici alla COP21 di Parigi. I media, gli artisti [it] e i giovani sono stati mobilitati per aplificarne la voce e per far sentire ai negoziatori caraibici che la gente in patria è a conoscenza delle problematiche e sosteniene i loro sforzi. La campagna ha usato lo slogan, assieme all'immagine iconica [dell'artista] Jonathan Gladding, [per] enfatizzare il messaggio.

EL: E se 1,5° non fosse raggiungibile?

YR: This is very hard to tell and we have to believe the science. As NASA succinctly points out, ‘The potential future effects of global climate change include more frequent wildfires, longer periods of drought in some regions and an increase in the number, duration and intensity of tropical storms.’ We have to accept that many scientists now see a 1.8° Celsius increase as the ‘optimistic’ scenario and that there is no place for complacency. This 1.8°C scenario assumes full implementation of all the targets announced and commitments made. Let us keep in mind that we are now at 1.2°C above the pre-industrial levels of 1850-1900.

YR: È difficile da prevedere e dobbiamo credere nella scienza. Come fa notare in breve la NASA, “i potenziali effetti futuri del cambiamento climatico globale includono incendi incontrollati più frequenti, siccità più durevoli in alcune zone e un aumento di quantità, durata e intensità delle tempeste tropicali”. Dobbiamo accettare il fatto che molti scienziati vedono attualmente l'aumento di 1,8°C come uno scenario “ottimista” e che non c'è spazio per la noncuranza. Questo scenario con 1,8° presume la messa in pratica completa di tutti gli obiettivi annunciati e di tutti gli impegni presi. Ricordiamoci che ci troviamo 1,2° sopra i livelli preindustriali del periodo 1850-1900.

EL: I Caraibi si concentrano molto sui finanziamenti per il clima. Al termine della COP26 pensi che sia fattibile una fonte più equa di finanziamenti che possa davvero fare la differenza al livello base delle comunità?

YR: It seems that COP26 made very little progress with respect to financing for Loss and Damage. There was a proposal to create a Glasgow Loss and Damage Finance Facility which was supported by all Caribbean countries, but which was not adopted in the final declaration. Instead, the focus was on the operationalisation of the Santiago Network, but this is not a financing instrument; it is only a mechanism to facilitate the exchange of expertise and information.

There was, however, some encouraging news, with a significant increase in funding for adaptation, including over 350 million United States dollars in new pledges to the Adaptation Fund, which has a good reputation of reaching the ground and working at the grassroots level. In addition, there were several important conversations at COP26, spearheaded in particular by the International Institute for Environment and Development (IIED) and the Caribbean Natural Resources Institute (CANARI), which stressed the importance of climate finance reaching the most vulnerable and demonstrated how this could be done.

YR: Pare che la COP26 non abbia fatto molti progressi riguardo i finanziamenti per Danni e Perdite [it]. C'è stata la proposta di creare un Meccanismo di Finanziamento per Danni e Perdite di Glasgow, che è stato sostenuto da tutti i Paesi caraibici, ma che non è stato adottato nella dichiarazione finale. Invece, ci si è concentrati sull'ottimizzazione della rete “Santiago Network”. Però esso non consiste in finanziamenti; è solo uno strumento per facilitare lo scambio di competenze e informazioni.

Tuttavia, ci sono state notizie incoraggianti: un aumento significativo dei fondi per l'adattamento, tra cui più di 350 milioni di dollari americani promessi al Fondo per l'Adattamento, che gode di una buona reputazione poiché arriva e lavora a livello territoriale. In aggiunta, si sono tenute svariate conversazioni importarti alla COP26, portate avanti nello specifico dall’Istituto Internazionale per l'Ambiente e lo Sviluppo (IIED) e dall'Istituto Caraibico per le Risorse Naturali (CANARI), i quali hanno sottolineato l'importanza di raggiungere i più vulnerabili con finanziamenti per il clima, e che hanno dimostrato come farlo.

EL: Allora siamo più vicini ad ottenere sostegni per la componente “Danni e Perdite” dei finanziamenti, che si dovrebbero aggiungere alle attuali promesse?

YR: From what I know, it doesn't seem so, except that the idea of the Loss and Damage Finance Facility is still on the table, and some private philanthropic organisations, such as the William and Flora Hewlett Foundation and the Open Society Foundations, have offered to provide support to get it started.

YR: Da quel che so, non sembra così, tranne per il fatto che persiste l'idea di un Meccanismo di Finanziamenti per Danni e Perdite e che alcune organizzazioni filantropiche private (come la Fondazione William and Flora Hewlett e le Open Society Foundations) hanno offerto sostegno per avviarlo.

L'immagine più conosciuta della campagna “1.5 to Stay Alive” dell'artista santaluciano-americano Jonathan Gladding, usata previo consenso.

EL: Come altri slogan, sei convinto che il termine “giustizia climatica” sia stato usato impropriamente e abusato.

YR: For me, we cannot talk about climate justice if we don't talk about climate injustice and if we are not prepared to fight that injustice. We talk about climate justice because the climate crisis exacerbates social injustice: poverty increases vulnerability to disasters. Women, especially those who are heads of households, have a special burden to carry when they are impacted by storms, floods or landslides. Poor households typically cannot afford insurance.

There is another dimension of climate justice which is about fairness in international negotiations and relations. Climate justice is also about the countries and economic sectors that are most directly responsible for the current crisis accepting that responsibility, and acting accordingly.

The abuse and misuse of the concept of climate justice, in my view, comes because it just sounds absolutely right. So everyone wants to be associated with such a righteous concept, even when doing things that have little, if anything, to do with combatting injustice. It can be achieved by putting the response to the climate crisis at the core of some of our main policies, such as social policy, land policy, agricultural policy.

YR: Secondo me non si può parlare di giustizia climatica se non si parla di ingiustizia climatica e se non siamo pronti a combatterla. Parliamo di giustizia climatica perché la crisi aggrava le ingiustizie sociali: la povertà aumenta la vulnerabilità ai disastri ambientali. Le donne, specialmente se sono capofamiglia, devono sopportare un peso particolare quando vengono colpite da tempeste, alluvioni o frane. Le famiglie povere generalmente non possono permettersi di stipulare assicurazioni.

C'è un altro aspetto della giustizia climatica che riguarda l'equità durante le negoziazioni e le relazioni internazionali. La giustizia climatica è legata anche ai Paesi e ai settori economici che sono direttamente responsabili per l'attuale crisi, al fatto che essi accettino questa responsabilità e prendano misure adeguate.

C'è abuso e uso improprio del concetto di giustizia climatica, dal mio punto di vista, perché suona davvero bene. E dunque tutti vogliono essere associati con un concetto così giusto, anche quando fanno poco o nulla per combattere le ingiustizie. Si può avere giustizia mettendo la risposta alla crisi climatica al centro di alcune delle nostre politiche principali, come quelle sociali, del territorio e dell'agricoltura.

EL: Nella dichiarazione prima della COP, Panos Carribean ha sottolineato che dobbiamo “guardarci allo specchio” e controllare le nostre pratiche in patria. Pensi che i leader caraibici metteranno in atto dei cambiamenti positivi, oppure andrà tutto avanti come prima? Quali sono alcune misure d'impatto che possono prendere, specialmente ora che abbiamo poco tempo?

YR: Imagine if all Caribbean countries in 2022 agreed to a post-COP26 statement outlining what they will do, concretely, to reduce their vulnerability. This action plan would have to be very specific and deal, for example, with the issue of dredging for cruise ship ports with agreed coastal construction setback, or the complete and effective ban on illegal and destructive mining. I fear that this will not happen, and that the urgency of economic recovery in the wake of the pandemic is already fuelling investments that are incompatible with the objectives of reducing our vulnerability.

YR: Immagina se tutti i Paesi caraibici nel 2022 concordassero una dichiarazione post-COP26 in cui si delinea ciò che faranno concretamente per ridurre la loro vulnerabilità. Questo piano d'azione dovrebbe essere molto dettagliato e dovrebbe gestire, per esempio, la questione del dragaggio dei porti per le navi da crociera con accordi per preservare le coste, oppure il divieto completo e messo realmente in pratica contro le miniere illegali e distruttive. Temo che ciò non avverrà e che l'urgenza di una ripresa economica a seguito della pandemia stia già alimentando investimenti incompatibili con l'obiettivo di ridurre la nostra vulnerabilità.

EL: Infine, secondo te cos'hanno guadagnato i Caraibi dalla COP26? È più probabile che ci stiamo muovendo verso una vera giustizia climatica, che si accopampagna a una maggiore giustizia sociale?

YR: The move towards climate justice will depend largely on what we do at home, ourselves. We should, however, accept that COP26 did a few things that are important to us. The goal of the 2015 Paris Agreement was ‘to limit global warming to well below two, preferably to 1.5 degrees Celsius above pre-industrial levels’. Thanks to the IPCC report, the passionate speeches of young climate activists, the eloquent speeches of world leaders such as [Prime Minister] Mia Mottley of Barbados, and the media coverage of COP26, it has been made clear that it is not a question of ‘preferably'—1.5 has to be the target. But that target will not be reached without the phasing down of coal and the just transition that so many spoke about in Glasgow.

YR: Il raggiungimento della giustizia climatica dipenderà in gran parte da ciò che faremo a casa noi stessi. Comunque, dovremo accettare che la COP26 ha fatto un paio di cose importanti per noi. L'obiettivo del Patto di Parigi del 2015 era di “limitare il riscaldamento globale al di sotto di 2°, ma preferibilimente 1,5°, rispetto ai livelli preindustriali”. Grazie al report dell'IPCC, i discorsi appassionati di giovani attivisti per il clima, i discorsi eloquenti di leader mondiali come [la Prima Ministra] Mia Mottley delle Barbados, e la copertura mediatica della COP26, è stato messo in chiaro che non si tratta di una “preferenza”: 1,5° dev'essere l'obiettivo. Ma non sarà raggiunto senza la riduzione graduale del carbone e la transizione equa di cui si è tanto parlato a Glasgow.

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