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Indigeni LGBTQIA+ brasiliani rompono il silenzio e i tabù sulla diversità sessuale

La diversità sessuale, che continua a essere un tema tabù, guadagna terreno nei villaggi nonostante i pregiudizi, la violenza e gli abusi subiti. La foto qui sopra mostra la leader indigena Majur | Foto: Archivio personale/Usata su autorizzazione di Amazônia Real

Questo testo è scritto da Keka Werneck ed è stato pubblicato inizialmente sul sito web Amazônia Real [pt, come tutti i link successivi, salvo diverse indicazioni] a dicembre 2021. Viene riprodotto qui in virtù di un accordo di condivisione, con alcune modifiche.

Majur cominciò a rendersi conto della sua identità di bambina a 12 anni. Nel villaggio Apido Paru, Terra Indigena Tadarimana a Rondonópolis, nello stato brasiliano di Mato Grosso dov'è nata e dove vive, questo non è mai stato un problema. Tuttavia, per un po’ di tempo, la donna indigena di etnia boe bororo non comprese del tutto quello che stava succedendo dentro di lei.

Oggi, a 30 anni, si identifica come donna transgender e si sta sottoponendo alla transizione di genere, nello stesso momento in cui diviene cacica (ossia capo indigeno) perché il padre di 79 anni si è ritirato per problemi di salute.

Da quando si è resa conto di essere una donna trans, Majur si è lasciata alle spalle Gilmar Traytowu, il nome maschile che le avevano assegnato, e ha costruito la sua identità come donna.

“Sto facendo (la transizione) per parti. Innanzitutto, assumo l'ormone femminile sotto la guida di un endocrinologo di Rondonópolis”, ha detto in un'intervista per Amazônia Real.

Majur sperava di sottoporsi gratuitamente al percorso di transizione con il Servizio Sanitario Unico (SUS, il sistema di salute pubblico del Brasile), ma a causa del ritardo nelle cure ha optato per procedure a pagamento.

Nel suo villaggio, in uno stato della regione centro-occidentale del Brasile, hanno sempre rispettato Majur. Adesso, come capo indigeno e davanti a una comunità di 800 abitanti, dice che il rispetto è aumentato. Sa che questa non è la realtà della maggior parte degli indigeni LGBTQIA+.

“Noi, oltre ad essere indigeni, LGBT, subiamo un doppio pregiudizio. Anche se non ho mai sofferto per colpa dei miei genitori, ho sofferto per alcuni parenti e anche nella società”, spiega.

Pur avendo l'opportunità di lasciare il villaggio per studiare, ha deciso di restare e lavorare con la sua gente. Single, cresce due nipoti come se fossero le sue figlie; dice che una le ha già dato “due nipoti”.

“Dico sempre che il nostro [orientamento] sessuale non definisce la nostra personalità, siamo quello che siamo, non quello che la società omofobica vuole che siamo”, dice, e aggiunge che ringrazia sempre Aroe Eimejera – “Dio, il Capo delle Anime, il Capo degli Spiriti” – dei bororo per stare bene.

Lo stilista amazzonico Sioduhi | Foto: Jéssica Lagoas/Usata su autorizzazione di Amazônia Real

Rompere il silenzio

Anche se il tema continua a essere un tabù, la diversità sessuale nei villaggi si è rafforzata, poiché più indigeni hanno deciso di rompere il silenzio.

A 25 anni, lo stilista amazzonico Sioduhi, del villaggio pira-tapuya (chiamato anche Waíkahana), ricorda com'è stato difficile rendersi conto di essere gay.

“Questa scoperta ha influito molto, proprio perché sono nato in una zona con una colonizzazione molto forte, che è l'Alto Rio Negro in Amazzonia. Lì c'è un gran numero di cattolici e protestanti. È un luogo in cui la colonizzazione è talmente forte che subiamo tutti il processo di integrazione”, afferma.

Cosciente del ruolo che occupa nella società, ha cercato di indirizzare questo dibattito in modo più aperto.

“In quanto indigeno, LGBTQIA+ e stilista con una certa influenza, ho avuto a che fare con questi temi, ancora molto delicati, a causa della costruzione del binarismo (uomo-donna) e del senso di colpa cristiano, che è ancora molto diffuso. Ci dicevano che saremmo andati all'inferno”, dice.

Quando decise di seguire il suo sogno di diventare stilista a San Paolo, nella valigia portava con sé questo fardello e la sua storia, che si rifletteva nel suo processo creativo. Nella valigia portava anche la prevaricazione, la violazione spirituale e l'abuso morale. Non è raro che un indigeno LGBTQIA+ finisca per sentirsi isolato e oppresso all'interno del suo stesso territorio.

Per il popolo waíkahana, Sioduhi significa “spirito ancestrale di un baiá”, il cantore delle cerimonie sacre. È nato e cresciuto nella comunità Mariwá, a São Gabriel da Cachoeira, nell'Alto Rio Negro, stato di Amazonas, regione in cui si concentra la maggiore varietà di etnie indigene con 23 popoli differenti.

A 12 anni si traferì in città per studiare. Tre anni fa Sioduhi è arrivato nella città di Pedras, nello stato di San Paolo. Ha imparato resistere, come indigeno gay che rincorreva il suo sogno di bambino di essere stilista. Ha creato la marca Sioduhi Studio di moda indigena.

L'antropologa Bárbara Arisi | Foto: Archivio personale/Usata su autorizzazione di Amazônia Real

Indigeno gay

Barbara Arisi, che studia la diversità sessuale tra gli indigeni, è dottore di ricerca presso  l'Università Federale di Santa Catarina (UFSC).

“Ho svolto la mia ricerca di dottorato con i matis, che vivono nella terra indigena della Valle del Javari, vicino al confine col Perú, dove il fiume Javari separa entrambi i paesi”, spiega.

Arisi, che attualmente vive e insegna nei Paesi Bassi, è coautrice di due libri sul tema. La Terra Indigena della Valle del Javari si trova nello stato di Amazonas ed è la seconda terra indigena più grande del paese. Ospita più di 6000 indigeni isolati e contattati di recente..

Il primo libro della ricercatrice, “Indígenas gay en Brasil: historias no contadas de la colonización de las sexualidades indígenas” [en], è stato pubblicato nel 2017 dalla casa editrice svizzera Springer e parla della storia non raccontata delle sessualità indigene prima dell'arrivo di portoghesi e spagnoli.

“I cronisti, i sacerdoti, i gesuiti, i domenicani registrarono la presenza di altre pratiche sessuali non monogame e non eterosessuali ammesse nella comunità che gli indigeni avevano prima della colonizzazione europea, al pari di altri popoli indigeni del mondo”, spiega l'antropologa.

“L'eterosessismo, la violenza contro pratiche che in seguito avremmo chiamato omosessuali, è parte di un processo di imposizione culturale cattolica sulle pratiche indigene relative ai modi di definire la famiglia, la sessualità, l'affettività.”

Il suo secondo libro, Indígenas gais en América Latina: capítulos prohibidos de la historia colonial [en], è stato pubblicato nel 2021 dalla stessa casa editrice. Presenta una carrellata della scarsa letteratura sul tema e le storie attuali di persone indigene transgender e gay.

“Il libro parla di tutto il materiale che troviamo in archeologia, nei registri dei cronisti fino alla contemporaneità, di come gli indigeni di oggi rivendicano il loro essere ‘pueblos maricas’, ossia ‘checche’, un termine che si usa in Sudamerica. In Bolivia, gli indigeni usano questa espressione”, sottolinea..

Il libro presenta anche informazioni sugli accademici indigeni statunitensi e canadesi che rivendicano il numero 2 dell'acronimo della diversità: LGBTQIA2+ [en]. Questo si deve al fatto che sono indigeni e non si sentono a proprio agio nel binarismo. Si fanno chiamare due spiriti [en], categoria indigena. Il termine simile in Brasile sarebbe “indigeno gay”.

Tarisson Nawa | Foto: Archivio personale/Usata su autorizzazione di Amazônia Real

Fluidità di genere

Secondo il giornalista José Tarisson Costa da Silva, indigeno e gay del popolo nawa, nello stato di Acre, nel nord del Brasile, alcuni resoconti raccontano che i suoi antenati vivevano la sessualità in modo così naturale che non era necessario avere un orientamento sessuale.

“La sessualità non aveva questa gerarchia o relazione di violenza con le persone, con le diverse pratiche. Oggi, affermarsi come persona indigena LGBT è fondamentale per la lotta e il riconoscimento. È la differenza nella differenza”, spiega.

Tarisson Nawa, che attualmente vive a Manaos, capitale dello stato di Amazonas, ricorda che l'agenda di genere nelle popolazioni indigene la sta impostando il movimento delle donne indigene.

“Perché le lotte di genere portano altre forme di essere e di vivere all'interno del territorio”, segnala il giornalista. “Insieme a questa lotta delle donne, per il territorio, legata a questioni di genere, convivono le questioni sulla sessualità”.

Riconosce che nella maggior parte dei territori la colonizzazione ha influenzato in maniera diretta la sessualità delle popolazioni indigene, ha avuto un impatto sulla loro affettività, sensibilità e modi di relazionarsi. Allo stesso modo, ha alterato e continua a condizionare l'organizzazione sociale dei popoli.

“Ho i miei timori nel dire che è tutto un prodotto della violenza della colonizzazione. Non lo nego, è risaputo che la colonizzazione ha avuto un effetto, ma bisogna tener conto che in Brasile ci sono 305 popoli indigeni. La diversità è immensa, è difficile calcolare fino a che punto prima della colonizzazione esistevano la fluidità di genere e la sessualità in tutti questi territori”, afferma.

Per l'antropologa Barbara Arisi la discriminazione e i pregiudizi contro la diversità sessuale tra gli indigeni dipendono dal contesto. Se molte comunità, come quella di Majur, accettano, altre non lo fanno.

“Ci sono comunità molto violente. In America centrale picchiano le persone, le maltrattano e, affinché seguano il binarismo, la punizione è di solito lo stupro”, avverte.

“Penso sempre che le comunità indigene accettano di più la gente, ma ciò non significa che lo facciano tutti, la differenza è enorme, ci sono molte popolazioni, non si può parlare in generale”.

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