
Immagine di Arzu Geybullayeva, creata con Canva Pro.
In Turchia, nelle ultime settimane, più di un centinaio di uomini [en] che lavorano nel settore artistico e dell'intrattenimento, tra cui fotografi, musicisti, attori, comici ed editori, sono stati accusati di molestie e violenze sessuali. Mentre donne e persone LGBTQ+ utilizzano i social media per condividere storie di abusi, le loro testimonianze, diffusamente paragonate al movimento globale #MeToo [en], hanno scosso la scena culturale turca, coinvolgendo personaggi di spicco e spingendo diverse istituzioni a tagliare i ponti con gli accusati.
La vicenda ha avuto inizio [tr, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] quando un gruppo di donne ha condiviso le proprie esperienze legate a fotografi di sesso maschile che, secondo quanto da loro riferito, le avrebbero costrette a posare nude per poi diffondere le immagini intime senza il loro consenso. Altre donne, provenienti da vari ambiti culturali, artistici e dell'intrattenimento, hanno presto seguito l'esempio; infatti, mentre questo articolo veniva scritto, continuavano ad arrivare nuove testimonianze.
Una delle accuse più gravi riguarda Gökhan Özoğuz, il cantante degli Athena, una band ska-punk turca. Nella sua testimonianza, condivisa su X, una donna ha affermato che dopo aver taggato Özoğuz in un selfie scattato durante un concerto, questi le avrebbe inviato un messaggio chiedendole delle foto di nudo e invitandola nel suo hotel. Sebbene lei non abbia accettato l'invito, il fatto stesso che le sia stato rivolto va contro le norme culturali locali, dato che Özoğuz all'epoca era sposato e aveva figli.
Nel frattempo, numerose donne hanno accusato il comico Mesut Süre di molestie e tentata violenza sessuale nell'arco di un decennio. A seguito delle rivelazioni, i produttori del celebre programma YouTube “İlişki Testi” (“Test di relazione”) hanno dichiarato che non avrebbero più lavorato con lui. In un post condiviso sull'account Instagram del programma i produttori hanno espresso solidarietà alle vittime, promettendo di dedicare la loro pagina ad altre storie inedite.
Presso l'Oda Tiyatrosu, un collettivo teatrale con sede a Istanbul, è stato puntato il dito contro un regista, il cui nome non è stato reso noto, accusato di aver sfruttato giovani attori attraverso “audizioni senza veli” coercitive. Riconoscendo di aver ricevuto denunce relative a pratiche non etiche durante le audizioni e le prove, il Sindacato degli attori turchi ha esortato le vittime [en] a segnalare eventuali violazioni dei limiti.
Coinvolti personaggi dei media e dell'editoria
La stampa culturale non è stata risparmiata. Ad esempio, ci sono state proteste [en] contro Kültigin Kağan Akbulut, fondatore e caporedattore della rivista online Argonotlar, sia per contatti fisici indesiderati che per molestie verbali. Con una rara ammissione, la rivista ha confermato che Akbulut non ha negato le accuse e ha annunciato le sue dimissioni.
Nel caso del regista Selim Evci, il servizio di streaming Mubi Turkey ha rimosso i suoi film, mentre il centro d'arte Akbank Sanat ha interrotto i rapporti con la sua azienda in vista del suo festival annuale di cortometraggi. Evci è accusato di aver aggredito fisicamente una donna durante il suo colloquio per un tirocinio sette anni prima.
I prossimi passi non sono chiari
Sebbene continuino ad essere raccolte testimonianze, finora non è stata formulata alcuna accusa e non sono state rilasciate informazioni su quale sarà la prossima linea d'azione.
In alcuni casi, gli uomini citati nelle testimonianze hanno visto i loro progetti cancellati, poiché alcune organizzazioni hanno deciso di non lavorare più con loro. In altri casi, uomini come Evci hanno citato in giudizio le donne, accusandole di averli presi di mira. Da parte sua, l'attore Tayanc Ayaydin ha respinto le accuse, affermando che, sebbene il suo comportamento possa essere stato sconsiderato, non dovrebbe essere considerato molestia.
In Turchia, affinché venga avviata un'indagine in relazione a un reato, la vittima deve generalmente presentare una denuncia entro sei mesi dal verificarsi dell'incidente; tuttavia, come spesso accade con questo tipo di abuso, molti degli atti identificati in queste testimonianze sono avvenuti ben al di fuori di questo lasso di tempo.
Anche il processo legale è estenuante, poiché l'onere della prova ricade sulla vittima, che deve fornire tutti gli elementi probatori. Secondo un recente articolo di DW, le statistiche del Ministero della Giustizia mostrano che, rispetto ad altri reati, i tassi di condanna per violenza sessuale e molestie sono bassi: “Una parte significativa dei casi viene archiviata o prosciolta, rafforzando nelle vittime la percezione che i reati rimangano impuniti”. Di conseguenza, l'opinione pubblica e l'esposizione mediatica spesso funzionano meglio del sistema legale.
Un cambiamento culturale in atto?
In una dichiarazione [en], il sindacato degli attori ha descritto le testimonianze come “un circolo vizioso in cui gli attori si sentono isolati, impotenti e spesso costretti al silenzio”. Assicurando alle vittime che non sono sole, ha aggiunto che per rompere questo circolo vizioso sono necessarie solidarietà e azione collettiva.
Riflettendo sul significato più ampio delle testimonianze, la redattrice veterana Evrim Kepenek ha parlato della frequenza con cui gli autori dei reati vengono assolti, di solito perché le vittime non hanno parlato prima. Ha poi spiegato: “Uno dei motivi principali per cui le sopravvissute parlano tardi è che rimangono paralizzate nel momento della molestia o dell'abuso, il che significa che i loro meccanismi di difesa si bloccano”. Citando un tweet della sociologa Zeynep Duygu, Kepenek ha ulteriormente sottolineato le ragioni del ritardo nelle testimonianze:
Delayed disclosure isn’t a contradiction; it is the result of trauma, power dynamics and social pressure. Trauma silences the victim, the perpetrator’s power makes speaking impossible, and society's accusatory language deepens the silence. The delay does not diminish the reality of the violence; on the contrary, it reveals the pressures under which the victim was silenced. The time for disclosure, however, is related to the victim's safety, social conditions, and the support network. Therefore, every disclosure, regardless of when it is made, is essential and expresses the truth.
Il ritardo nel divulgare la violenza subita non è una contraddizione; è il risultato del trauma, delle dinamiche di potere e della pressione sociale. Il trauma zittisce la vittima, il potere dell'autore del reato rende impossibile parlare, e il linguaggio accusatorio della società rafforza il silenzio. Il ritardo non diminuisce la realtà della violenza; al contrario, rivela le pressioni con le quali la vittima è stata messa a tacere. Il momento della denuncia, tuttavia, è legato alla sicurezza della vittima, alle condizioni sociali e alla rete di sostegno. Pertanto, ogni denuncia, indipendentemente dal momento in cui viene fatta, è necessaria ed esprime la verità.
Commentando le recenti rivelazioni, la scrittrice Sema Kaygusuz ha postato:
To those questioning the prolonged silence of women who have been subjected to harassment, sexual assault, and aggravated sexual assault, I have a few words. These crimes exploit silence. Unlike murder, theft, or robbery, which are momentary; the destruction they cause lasts for years. It makes you sick, destroys self-worth. Due to its unprovability, it turns into a dark narrative that is constantly repeated; searched for inconsistencies.
A coloro che mettono in discussione il prolungato silenzio delle donne che hanno subito molestie, violenze sessuali e aggressioni sessuali aggravate, ho alcune parole da dire. Questi crimini sfruttano il silenzio. A differenza dell'omicidio, del furto o della rapina, che sono momenti passeggeri, la distruzione che causano dura anni. Ti fa star male, distrugge l'autostima. A causa della sua indimostrabilità, si trasforma in una narrazione oscura che viene costantemente ripetuta, alla ricerca di incongruenze.
Il post di Kaygusuz e innumerevoli altri post sui social media sono stati condivisi con l'hashtag #susmabitsin (parla per mettere la parola fine) che è anche il nome di una iniziativa avviata [en] nel 2018 da un gruppo di donne dell'industria cinematografica turca.
Nel suo post su Instagram, Susma Bitsin si è unita alla discussione con la seguente dichiarazione:
We embrace all women and LGBTQ+ individuals who have found the courage to confront their perpetrators in solidarity. We know there are many other survivors who don't yet feel ready to speak out, we believe them, and we remind them that we are here for them all. We are all too familiar with the camera's objectifying gaze on women's and LGBTQ+ individuals within our industry. We know these men who manipulate models/actresses in the blurry creative landscape that comes with the profession of photography; we know this system. We know the names of those of you who think you've never been exposed. Feminist solidarity will not leave you alone, so that those of you who find courage in the absence of sanctions will pay the price.
Abbracciamo tutte le donne e le persone LGBTQ+ che hanno trovato il coraggio di affrontare i loro aggressori in modo solidale. Sappiamo che ci sono molti altri sopravvissuti che non si sentono ancora pronti a parlare, crediamo in loro e ribadiamo che siamo qui per tutti loro. Conosciamo fin troppo bene lo sguardo oggettivante della macchina fotografica sulle donne e sulle persone LGBTQ+ nel nostro settore. Conosciamo questi uomini che manipolano modelle/attrici nel panorama creativo confuso che accompagna la professione di fotografo; conosciamo questo sistema. Conosciamo i nomi di quelli di voi che pensano di non essere mai stati smascherati. La solidarietà femminista non vi lascerà in pace, così che quelli di voi che trovano il coraggio in assenza di sanzioni ne pagheranno il prezzo.
Anche un gruppo di scrittori e autori ha rilasciato una dichiarazione di solidarietà:
We, as writers, have not forgotten the perpetrators of harassment in the past. Regardless of their sector, we will not forget the perpetrators of harassment who have been exposed today, those who protected them, and those who targeted those who exposed them. We stand with women and LGBTQ+ survivors of harassment and abuse of power.
Because literature keeps records of social memory.
In quanto scrittori, non abbiamo dimenticato chi ha commesso atti di molestia in passato. Indipendentemente dal settore in cui operano, non dimenticheremo chi ha commesso atti di molestia che sono stati denunciati oggi, chi li ha protetti e chi ha preso di mira chi li ha denunciati. Siamo solidali con le donne e le persone LGBTQ+ sopravvissute a molestie e abusi di potere.
Perché la letteratura conserva la memoria sociale.
Stavolta sarà diverso?
Resta da vedere se queste testimonianze cambieranno l'attuale situazione in Turchia. Secondo la piattaforma We Will Stop Femicides, nel 2024 [en] il numero di donne uccise da uomini ha raggiunto il record di 394, il più alto tasso annuale registrato dall'inizio delle rilevazioni nel 2010. Nei primi sei mesi del 2025, il sito ha documentato 136 casi di donne assassinate e 145 casi di donne morte in circostanze sospette.
In un’intervista con la BBC turca, Gülsüm Kav, portavoce di We Will Stop, ha rivelato che, a differenza delle precedenti ondate di testimonianze, stavolta i venti sono cambiati. Piuttosto che storie isolate, c'è più unità: “Vediamo più istituzioni che sostengono le donne. Vediamo una presa di coscienza collettiva nella società riguardo alla violenza contro le donne. Si tratta di uno sviluppo positivo”.
Le sfide rimangono
Tuttavia, ci sono molti ostacoli da superare. Nel 2021, la Turchia si è ufficialmente ritirata dalla Convenzione di Istanbul promossa dal Consiglio d'Europa, un trattato ampiamente considerato come salvavita per le vittime di violenza domestica. L'avvocata Ceren Kalay Eken ha dichiarato alla BBC turca che le donne che cercano giustizia spesso devono affrontare ostacoli legali. “Ci si aspetta che forniscano prove concrete”, ha spiegato Eken, “e in questo processo, le donne che cercano di rivendicare i propri diritti finiscono con l'essere ulteriormente stremate”.
Aggiungendo che gli autori di questi crimini sono spesso uomini che occupano una posizione all'interno della famiglia, nella cerchia ristretta di conoscenti o sul posto di lavoro, Eken ha affermato che ci vogliono molta forza e tempo per denunciare gli abusi: “Ho visto donne pronte a sporgere denuncia 30 anni dopo aver subito violenze”.
Ogni anno, l'8 marzo, Giornata internazionale della donna, decine di donne scendono in piazza in tutto il Paese per condannare l'impunità strutturale che continua a persistere quando si tratta di crimini contro le donne. Quest'anno le donne hanno chiesto [en] di porre fine alla violenza e hanno criticato [en] le autorità per aver imposto una narrativa che privilegia la famiglia attraverso la campagna [en] “Year of the Family” (Anno della famiglia), che mira a instillare valori sociali più tradizionali in cui gran parte dell'onere ricade sulle spalle delle donne.
Da decenni, le donne in Turchia marciano in solidarietà le une con le altre, chiedendo cambiamenti e rivendicando diritti e libertà. Potrebbe essere questo il momento decisivo? Considerando l'attuale leadership turca e la tendenza [en] della società in generale a chiudere gli occhi davanti alla realtà, le possibilità potrebbero essere scarse.






