
‘Promesse della Action COP30’; Foto di UN Climate Change – Kamran Guliyev su Flickr (CC BY-NC-SA 2.0).
La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nota come COP 30, si terrà a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre. Si tratta di un evento in cui proseguiranno i dibattiti sulla crisi climatica tra vari governi mondiali. I Caraibi, costituiti da Piccoli Stati Insulari in Via di Sviluppo [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] (SIDS), sono stati chiari [it] sulla questione della giustizia climatica, in particolare in merito all’agenda Perdite e danni [it]. Con l'avvicinarsi del vertice mondiale, i Caraibi stanno adottando un atteggiamento attendista rispetto alla natura dei dibattiti.
I vertici della Conferenza delle Parti (COP) hanno cominciato a tenersi annualmente a seguito della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), il trattato internazionale multilaterale del 1992, precursore dell’Accordo di Parigi del 2015 e del suo obiettivo di “limitare l'aumento della temperatura mondiale a 1,5° gradi rispetto ai livelli pre-industriali” — o, come viene sintetizzato nei Caraibi, “1 grado e mezzo per rimanere vivi” [it].
Le nazioni della regione sono diventate progressivamente più scettiche [it] per via del danno ambientale causato da questi vertici COP, che poi finiscono col restituire ben pochi risultati concreti. Sulla scia degli effetti climatici, costantemente intensi e sproporzionati, subiti dai SIDS — che contribuiscono pochissimo alle emissioni globali di gas serra (Global Greenhouse Gas, GHG) — e malgrado le promesse fatte dalla COP28 sui fondi Loss and Damage, di fatto la realtà rimane [it] la stessa: quadri normativi deboli lasciano delle lacune evidenti tra le promesse di sostegno e le conseguenti azioni intraprese.
Si tratta di una realtà che potrebbe aver spinto il governo giamaicano a ritirare un'obbligazione catastrofale da 150 milioni di dollari come parte di ciò che la Banca Mondiale definisce “la strategia finanziaria ben sviluppata contro i rischi da catastrofi naturali” dell'isola.
Subito dopo l'uragano Melissa, AccuWeather stima che la regione subirà danni compresi tra 48 e 52 miliardi di dollari. Il calcolo prende in considerazione molto altro oltre ai danni coperti da assicurazione, includendo anche quelli a lungo termine al settore turistico, le sospensioni delle attività commerciali e agricole, così come gli ingenti danni alle infrastrutture, i costi di evacuazione e le spese di bonifica.
Per le nazioni insulari — come Giamaica, Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Bahamas e Bermuda, tutte colpite dall'uragano —, la paura non risiede semplicemente nei momenti di attesa che precedono l'arrivo della tempesta, ma anche nell'incertezza di ciò che porterà con sé. Il danno permanente si fa strada solo quando questa è passata e si prende coscienza di quanto sia andato perduto: le persone venute a mancare, le case andate distrutte, i mezzi di sostentamento ridotti al nulla.
Secondo Theresa Rodriguez-Moodie, Amministratrice Delegata del Jamaica Environment Trust (JET), il Paese era “centrifugato” dall'intensità dell'uragano, affermando in un'intervista televisiva ad Al Jazeera che “Queste tempeste stanno diventando la norma, sfortunatamente, e sono esacerbate della crisi climatica.”
A domanda su come si senta riguardo all'affermazione degli organizzatori della COP30, secondo cui nella conferenza di Belém non sarebbero previsti nuovi piani per l'implementazione di nuove misure, Rodriguez-Moodie ha replicato che “Quello di cui abbiamo bisogno adesso è un cambiamento radicale. Abbiamo bisogno di impegno. Abbiamo bisogno di finanziamenti ad hoc. Abbiamo bisogno dei soldi del fondo Loss and Damage […]. Questo non è il momento di fermarsi.”
L'AD di JET ha proseguito spiegando che le stime preliminari dei danni sono arrivate a 6-7 miliardi di dollari solo per la Giamaica. “Non possiamo permetterci di pagare continuamente ogni conto salato, anno dopo anno”, aggiunge Rodriguez-Moodie, “mentre i colossi inquinatori ne escono impunemente.”
Molti dei maggiori produttori di emissioni di gas serra non parteciperanno nemmeno alla conferenza COP30, così come saranno visibilmente assenti anche i leader di Stati Uniti, Cina, India e Russia. Ma, su questo punto, Roadriguez-Moodie non è minimamente turbata: “Anche quando si sono riuniti attorno a quel tavolo, non abbiamo avuto grande cambiamento; il fatto è che non possiamo lasciare che questi grandi inquinatori rivendichino la leadership mentre respingono ogni responsabilità, perché i loro profitti si fondano sul nostro dolore.”
Ha sostenuto che l'assenza delle grandi quattro potenze mondiali, o Big 4, dalla COP30 “non è un atto di neutralità; si tratta veramente di codardia”. Quello che le nazioni SIDS stanno chiedendo, ha spiegato, non è la carità: “Pretendiamo una presa di responsabilità — e non stiamo aspettando il loro permesso per sopravvivere […] stiamo chiedendo a questi quattro paesi inquinatori di pagare quello che gli spetta [e] di smantellare quei sistemi che hanno reso ricchi loro e vulnerabili noi”.
La regione “non può continuare a sedersi e aspettare”, ha aggiunto, “ma deve, piuttosto, creare modi alternativi per fortificare la propria resilienza e finanziare il piano di ripresa Loss and Damage”.






