Il 90% della popolazione del Kenya è omofoba?

Questo articolo è stato scritto da Linda Ngari con l'appoggio dell’Iniziativa per l'uguaglianza e la non discriminazione (INEND) [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] per dar seguito e smentire la disinformazione rivolta alla comunità LGBTQ+ del Kenya sia online che al di fuori di internet. 

Una sentenza del Tribunale Supremo del Kenya che voleva riaffermare i diritti dei keniani omosessuali garantiti dalla Costituzione è stata utilizzata in modo ironico, specialmente dalla classe politica e dalle lobby di destra, per scatenare un'ondata di omofobia faziosa e con motivazioni politiche.

La sentenza, emessa nel febbraio 2023, ha posto fine a una battaglia giudiziale di 10 anni e ha permesso alle organizzazioni che difendono i diritti delle persone LGBTQ+ di registrarsi ufficialmente nella ONG Coordination Board. Tuttavia, ha scatenato un'inquietante retorica omofoba sia online che all'esterno di internet, in cui i principali promotori dell'incitazione all'odio contro i keniani omosessuali sono stati i leader politici.

Una mozione presentata da Mohamed Ali, parlamentare di Nyali, che diceva di voler proteggere “i valori della famiglia e la razza umana dall'estinzione”, ha fatto sì che il Parlamento del Kenya approvasse un progetto di legge che proibisce il dibattito, la pubblicazione e la diffusione di contenuti LGBTQ+ nel paese. La mozione è stata approvata all'unanimità nell'aprile del 2023.

Anche in seguito alla sentenza del febbraio 2023, l'indignazione pubblica ha fatto sì che il caso, presentato inizialmente davanti ai tribunali nel 2012, fosse revisionato dal Tribunale Supremo nel settembre 2023. Ancora una volta il tribunale ha mantenuto la sua posizione di appoggio alla libertà di associazione per le organizzazioni LGBTQ+.

L'opposizione alla sentenza si è manifestata sia online che non online. Il 15 settembre 2023, Mohamed Ali ha pubblicato su X (ex Twitter) che si era unito a una marcia anti LGBTQ+ a Mombasa [it]. Anche il presidente aggiunto, Rigathi Gachagua, ha rifiutato la sentenza del Tribunale Supremo. Tuttavia, una delle opposizioni più eclatanti è arrivata dalla proposta del deputato di Homa Bay [it], Peter Kaluma, di emendare il progetto di legge per la protezione della famiglia del Kenya per includere la criminalizzazione delle relazioni LGBTQ+ e proibire l'educazione sessuale integrale.

In appoggio alla proposta di Kaluma, l'organizzazione di destra CitizenGO [it] ha fatto circolare una petizione dal titolo: “Appoggio al progetto di legge per la protezione della famiglia del 2023 dell'onorevole Peter Kaluma”. La petizione ha avuto inizio nell'aprile 2023 e ha raccolto, fino a ora, più di 4.000 firme; afferma che un “recente” sondaggio dell'azienda per le ricerche di mercato IPSOS abbia apparentemente rivelato che il 90% dei keniani si oppongono all'omosessualità.

Per iniziare, descrivere i suggerimenti di Peter Kaluma come un progetto di legge è ingannevole. Il Parlamento del Kenya definisce un progetto di legge come una proposta di legge presentata per essere dibattuta e nel registro dei progetti di legge del Parlamento keniano non si fa alcun cenno al progetto di legge sulla protezione della famiglia. Nemmeno nel registro parlamentare Hansard ci sono prove che il progetto di legge sulla protezione della famiglia sia stato dibattuto in parlamento.

Per verificare l'affermazione che l'IPSOS, il cui nome è stato utilizzato in precedenza per realizzare falsi sondaggi, abbia raccolto i dati citati per CitizenGo, il sottoscritto ha contattato IPSOS. Come risposta, il direttore generale di IPSOS Kenya, Chris Githaiga, ha emesso un comunicato per chiarire che IPSOS Kenya “non ha realizzato alcun sondaggio sull'omosessualità né alcuno studio in relazione a questo tema”.

Inoltre, una ricerca in Google della frase: “Il 90% dei keniani si oppone all'omosessualità”, appare in un articolo pubblicato dal The Guardian nel 2015. L'articolo riferisce che nel 2013, cioè 11 anni fa, il 90% dei keniani erano contro l'omosessualità. L'articolo cita un sondaggio dell'American Pew Research Center, cioè l'ente da cui derivano i dati menzionati da CitizenGo, non quindi dall'IPSOS, come si afferma.

Come regola generale, si considera che un sondaggio è obsoleto quando ha più di 10 anni. Questo dimostra che l'affermazione di CitizenGo, che  pare citare un'”indagine recente”, è frutto di una ricerca realizzata 11 anni fa e, pertanto, anacronistica.

Cos'è CitizenGO?

CitizenGO è un'organizzazione con sede in Spagna fondata da Ignacio Arsuaga [es] che si presenta come una comunità di cittadini attivi nella difesa dei “valori della famiglia”. L'organizzazione realizza campagne allineate soprattutto a ideologie di destra come le campagne contro l'aborto, così come contro il fumo e l'implementazione dell'educazione sessuale integrale.

Alcune delle storie di successo delle quali CitizenGo si vanta nella sua pagina web sulle vittorie includono la sua richiesta di proteggere le chiese del Kenya dalla tassazione, una petizione per proibire Tiktok in Kenya a causa dei suoi provocanti contenuti sessuali e un'altra per porre fine alla legalizzazione dell'aborto in Liberia. Sulla base di solo questi tre esempi, le vittorie rivendicate dal gruppo disinformano per omissione o distorsione dei fatti.

Anche se non dichiarano che metodologia usano prima di dichiarare una campagna di successo o “vittoriosa”, la misura per proteggere le chiese del Kenya dalla tassazione fu possibile grazie a una sentenza del Tribunale Supremo. In quanto alla presunta proibizione di TikTok in Kenya, questa affermazione è stata verificata in precedenza e si è scoperto che è falsa. Il Parlamento ha dibattuto un’istanza per proibire TikTok nell'agosto 2023, ma la mozione non è stata approvata. Al suo posto, nell'aprile 2024, il Governo del Kenya ha ordinato a TikTok di presentare ogni tre mesi dei rapporti a dimostrazione della sua attività in un tentativo di regolare la piattaforma al posto di proibirla completamente. Per quanto riguarda l'istanza per bloccare la legalizzazione dell'aborto in Liberia, la petizione di CitizenGO cita affermazioni infondate, divulgate inizialmente da un media online, secondo le quali il governo svedese avrebbe pagato 20.000 dollari statunitensi a ogni senatore liberiano per legalizzare l'aborto. Oltre ad altri tre blog che pubblicarono l'accusa, nessun media liberiano credibile l'ha ripetuta.

Secondo un rapporto della Fondazione Mozilla [it], CitizenGo si trovava dietro le quinte nelle campagne di discredito patrocinate contro il progetto di legge sulla salute riproduttiva del Kenya del 2020 e il progetto di legge sulla maternità surrogata del 2021. Le campagne hanno acquisito visibilità online con hashtag come #StopSurrogacyBillKE [fermate la legge sulla maternità surrogata], #NoToAbortionKE [no all'aborto in Kenya] e #NoToAbortionInCovid19 [no all'aborto durante il COVID-19]; le campagne sono state anche dirette contro i legislatori keniani che hanno appoggiato i progetti di legge attraverso hashtag come #StopKihikaAbortionBill [fermate la legge sull'aborto di Kihika], #PassarisAbortionKills [l'aborto che propone Passaris uccide] e #KihikaAbortionBillSuspended [sospendete la legge sull'aborto di Kihika]. Il rapporto di Mozilla segnala inoltre che, a quanto pare, CitizenGO ha pagato tra i 10 e i 15 dollari per campagna alle persone influenti che agivano dietro le quinte di queste iniziative.

All'inizio, Ignacio Arsuaga aveva fondato la controversa organizzazione HazteOír, che precede il suo braccio globale, CitizenGo. L'organizzazione è vincolata al partito politico di destra spagnolo Vox (partito politico) [it]. Secondo un’inchiesta del The Washington Post, CitizenGo patrocina e riceve fondi da ideologie divisive e da sostenitori allineati politicamente in tutto il mondo. L'organizzazione ha partecipato alla raccolta fondi per la campagna presidenziale di Donald Trump [it] nel 2016 e, non solo partecipa con fermezza a campagne contro l'aborto, ma è anche allineata con movimenti islamofobi, rivela The Washington Post.

Contro le leggi sulla protezione dei dati, CitizenGo aggiunge automaticamente e senza consenso alla sua mailing list qualsiasi indirizzo mail che risponda alle sue petizioni. Successivamente, chiede per mail donazioni e firme per nuove petizioni.

È possibile che queste attività d'influenza estera compiute da soggetti occidentali stiano trascinando paesi africani come il Kenya verso guerre culturali di cui solo i promotori comprendono l'obiettivo finale?

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