Inquinamento industriale. Immagine originale di pubblico dominio tratta da Wikimedia Commons. Creative Commons CC0 1.0
Questo articolo è stato presentato nell'ambito della Climate Justice Fellowship di Global Voices, che mette in contatto giornalisti provenienti dai paesi sinofoni e dalla maggioranza globale per indagare sugli effetti dei progetti di sviluppo cinesi all'estero. Trovi altre storie qui [en, come i link seguenti].
In tutta l'Asia meridionale, i governi che devono affrontare impatti climatici estremi, le carenze energetiche croniche, e il debito pubblico crescente stanno puntando sulle tecnologie verdi e sui finanziamenti per il clima per ricostruire i sistemi energetici e garantire un approvvigionamento energetico più stabile e accessibile. L'urgenza è evidente. Le inondazioni del 2022 in Pakistan hanno causato lo sfollamento di oltre 30 milioni di persone e causato danni pari a quasi un decimo del suo PIL, secondo i dati forniti dal governo.
In Nepal, i ghiacciai Himalayani si stanno sciogliendo alla velocità massima mai registrata, minacciando l'approvvigionamento idrico di milioni di persone, aumentando il rischio di improvvise inondazioni dei laghi glaciali, alterando i flussi fluviali a valle essenziali per l'agricoltura e contribuendo a frane più frequenti in regioni montane già fragili. Le Le inondazioni da sfogo dei laghi glaciali (GLOF) e le inondazioni improvvise nella regione hanno distrutto diverse centrali idroelettriche [it] di medie e grandi dimensioni che producono una quantità significativa di energia verde per l'Asia meridionale
Allo stesso modo, si prevede che le emissioni di gas serra annuali in Pakistan triplicheranno entro il 2030 senza nuove misure di mitigazione. Tuttavia, anche se questi paesi cercano finanziamenti per rispondere agli impatti climatici, le regole che determinano come si muove il “denaro verde” sono espresse nelle capitali più ricche, non a Islamabad o Kathmandu.
Il finanziamento per il clima è diventato un'arena globale di influenza. La Cina, oggi leader mondiale nella fornitura di pannelli solari, batterie e ingegneria idroelettrica, sta assumendo un ruolo sempre più centrale in questo contesto. Nell'Asia meridionale, la questione non è solo se arriveranno i finanziamenti per il clima, ma chi ne definirà i termini.

Le inondazioni hanno devastato il Pakistan nei mesi di agosto e settembre di quest'anno, causando lo sfollamento di migliaia di persone. Screenshot da YouTube.
Un mercato costruito al nord, applicato al sud
Il Nord del mondo ha un debito climatico con il Sud del mondo, che ha radici in secoli di espansione industriale ed emissioni sproporzionate, in cui gli USA e l'Europa e in seguito la Cina, hanno contribuito ad una vasta maggioranza di emissioni. Il quadro delle Nazioni Unite sul clima riconosce questo squilibrio e richiede agli Stati più ricchi di fornire sostegno finanziario ai paesi a basso reddito. Tuttavia, i meccanismi attraverso i quali fluiscono i finanziamenti per il clima hanno prodotto risultati disomogenei.
I meccanismi pubblici come il Fondo mondiale per l'ambiente e il Fondo di adattamento sono stati concepiti per sostenere l'adattamento ai cambiamenti climatici e la resilienza. Strumenti basati sul mercato, come il meccanismo di sviluppo pulito previsto dal Protocollo di Kyoto, lo scambio di quote di emissione di carbonio ai sensi dell'articolo 6 dell'Accordo di Parigi e il mercato volontario del carbonio (VCM) sono stati introdotti per attrarre finanziamenti del settore privato verso progetti di mitigazione dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo. Strumenti più recenti come i green bond, il blended finance e i partenariati per una transizione energetica equa aggiungono ora ulteriore complessità al sistema.
Nonostante questa struttura, gran parte del valore finanziario ritorna alle istituzioni e alle aziende dei paesi ricchi. I fondi spesso tornano al Nord del mondo sotto forma di interessi, consulenze, importazioni di tecnologia o rimborso del debito. Nel frattempo, il Sud del mondo subisce gli impatti climatici e i rischi legati all'attuazione.
Laurie Parsons, autrice di “Carbon Colonialism: How Rich Countries Export Climate Breakdown” (Colonialismo del carbonio: come i paesi ricchi esportano il collasso climatico), descrive questa dinamica come un'ingiustizia strutturale insita nella governance climatica globale. Anziché ridurre le proprie emissioni o trasformare i sistemi ad alto tenore di carbonio, gli Stati ricchi esternalizzano sempre più spesso la produzione di carbonio e lo smaltimento dei rischi ambientali ai paesi più poveri. In un intervista, Parsons ha spiegato che le società che devono affrontare rischi climatici crescenti hanno effettivamente due strade da seguire: possono affrontare le cause alla radice del danno ambientale riducendo le emissioni, oppure continuare con lo stesso sistema mentre accumulano risorse necessarie per proteggersi dalle conseguenze. “È chiaro”, sostiene, “che i paesi più ricchi del mondo stanno scegliendo la seconda strada”.
Il mercato volontario del carbonio illustra chiaramente questo squilibrio. La maggior parte dei progetti di compensazione, tra cui il ripristino delle mangrovie, la conservazione delle foreste e gli impianti di termovalorizzazione, si trovano spesso nel Sud del mondo. Tuttavia, i principali registri che certificano e vendono crediti di carbonio hanno sede negli Stati Uniti e in Svizzera. Sono loro a redigere le metodologie, approvare i progetti e riscuotere le tasse per ogni tonnellata di carbonio verificata. Sono loro a regolamentare e trarre profitto dallo stesso sistema.
Inoltre, anche all'interno di questi paesi in via di sviluppo, le communita indigene che ospitano alcuni dei più importanti pozzi di assorbimento del carbonio al mondo non sono al centro della progettazione del progetto, e questo a sua volta può avere un impatto negativo, scrive Rastraraj Bhandari and Johan Nylander, che lavorano per rendere operativi gli strumenti del mercato del carbonio. Sostengono che il dibattito debba essere più inclusivo, con il contributo delle donne, dei giovani e dei gruppi emarginati e vulnerabili, nonostante la loro presunta mancanza di conoscenze tecniche in materia.
Delta Blue Carbon: storia di successo o miraggio verde?

Riprese effettuate con un drone del parco Delta Blue Carbon. Screenshot da YouTube.
Rilasciato nel 2015, il progetto Delta Blue Carbon nel Delta dell'Indo in Pakistan è stato ampiamente promosso come la più grande iniziativa di ripristino delle mangrovie al mondo. Si tratta di una partnership tra il Dipartimento Forestale del Sindh e Indus Delta Capital, un promotore privato, che mira a ripristinare circa 350.000 ettari di mangrovie nell'arco di sessant'anni. Il progetto genera crediti di carbonio attraverso il mercato volontario del carbonio secondo lo standard Verified Carbon Standard ed è stato commercializzato come modello di “soluzioni basate sulla natura”.
I funzionari pakistani presentano il progetto come un successo nazionale, indicando un aumento della copertura forestale e la creazione di posti di lavoro. Eppure i gruppi della società civile e ricercatori hanno mostrato preoccupazioni sulla trasparenza ed equità. Le comunità locali sostengono che si hanno poche informazioni su come vengano ripartiti i ricavi, e i giornalisti indipendenti segnalano la difficoltà nell'accedere ai contratti dei progetti e ai documenti finanziari. Gli ecologisti hanno anche messo in discussione se piantare mangrovie in monocoltura principalmente per massimizzare lo stoccaggio di carbonio possa indebolire la resilienza ecologica a lungo termine.

Residenti all'interno del parco Delta Blue Carbon in Pakistan. Screenshot da YouTube.
Queste preoccupazioni rispecchiano tendenze più ampie. Un rapporto del 2024 della ONG Corporate Accountability ha rilevato che oltre 47 milioni di crediti di carbonio legati a progetti con problemi ambientali o sociali identificati sono stati ritirati dal mercato volontario quell'anno. Diverse indagini indipendenti su importanti progetti di compensazione hanno concluso che molti di essi non raggiungono le riduzioni delle emissioni che dichiarano.
Il Mercato Volontario del Carbonio per molto tempo ha affrontato critiche per aver mercificato gli ecosistemi e applicato la logica di mercato alla responsabilità climatica. Tuttavia, i suoi sostenitori sostengono che, nonostante i suoi difetti, rimane uno dei pochi meccanismi che convoglia il capitale privato dal Nord al Sud del mondo. Tale canale, tuttavia, appare sempre più instabile.
Come osserva Chen Zhibin dell'International Carbon Action Partnership, la volontà politica dei paesi più ricchi di finanziare azioni per il clima all'estero si sta indebolendo. “Un tempo c'era un ampio consenso sul fatto che il Nord del mondo dovesse sostenere il Sud del mondo nell'affrontare il cambiamento climatico”, ha dichiarato a Global Voices. “Ma con l'ascesa al potere dei governi di destra, la disponibilità a investire nella mitigazione dei cambiamenti climatici o nell'assistenza ai paesi in via di sviluppo sta diminuendo”.
Pakistan: la finanza verde e il suo doppio vincolo
Nel 2021, Autorità pakistana per lo sviluppo idrico ed energetico ha emesso un Eurobond verde da 500 milioni di dollari per finanziare la diga Diamer-Bhasha e la diga Mohmand. Un'agenzia con sede nel Regno Unito ha certificato il titolo come “Medium Green”, il che significa che i progetti contribuiscono all'energia rinnovabile ma comportano rischi ambientali e sociali. L'etichetta verde ha contribuito ad attrarre gli investitori, ma lo strumento sottostante rimane un prestito in valuta estera che il Pakistan deve rimborsare con gli interessi.
La costruzione viene realizzata tramite joint venture tra agenzie pakistane e grandi società di ingegneria statali cinesi. China Power sta guidando i lavori sul Diamer-Bhasha insieme alla Frontier Works Organization, mentre China Gezhouba Group sta costruendo la diga di Mohmand in collaborazione con Descon Engineering. Queste società riceveranno la maggior parte dei ricavi derivanti dalla costruzione e dalle attrezzature. Il bilancio pubblico pakistano assorbirà il debito.

Costruzione della diga Diamer-Bahsa in Pakistan. Immagine da Wikimedia Commons. CC BY-SA 4.0
Per le comunità che vivono nelle valli della diga, i benefici sono limitati. I progetti richiedono l'acquisizione di vasti terreni e il trasferimento degli abitanti. I residenti riferiscono di aver perso frutteti, pascoli e l'accesso stagionale ai fiumi che sostenevano l'agricoltura e la pesca. I processi di risarcimento sono stati disomogenei e le famiglie reinsediate riferiscono di essersi trasferite in aree con terreni meno fertili o con un accesso ridotto all'acqua. Le reti dei villaggi sono state frammentate, poiché le comunità sono state divise tra diversi siti di reinsediamento.
I cambiamenti ecologici aggravano questi sconvolgimenti. L'alterazione della portata dei fiumi e dei modelli di sedimentazione può influire sull'agricoltura a valle e sugli habitat ittici. Questi impatti sono a lungo termine e non sono inclusi nei modelli finanziari utilizzati per giustificare l'emissione delle obbligazioni.
La distribuzione dei risultati è chiara: gli investitori internazionali ricevono gli interessi, gli appaltatori cinesi guadagnano dai proventi della costruzione e il Pakistan si assume il debito, mentre le comunità più vicine alle dighe devono sostenere i costi sociali e ambientali.
Un nuovo confine nella regolamentazione climatica
Ora il Pakistan sta affrontando un nuova sfida: Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell'Unione europea, che richiederà rendicontazione delle emissioni per le esportazioni quali acciaio e cemento. Per i produttori, la conformità significa accesso ai mercati; la non conformità invece indica l'esclusione da essi. Come ha notato Chen ” non si tratta di sfidare gli altri, quanto piuttosto di mantenere stabile il mercato europeo.”Il messaggio alle aziende è semplice: rispettate le regole e potrete continuare a vendere.
La questione che ora si pone al Pakistan e alla regione è se i finanziamenti per il clima possano favorire l'adattamento e la sicurezza energetica senza aumentare la dipendenza o riprodurre le vecchie gerarchie.






