
Immagine di copertina creata da Arzu Geybullayeva via Canva Pro.
Giunto a ottobre, il verdetto nel caso del quindicenne Mattia Ahmet Minguzzi — accoltellato fatalmente [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione] il 24 gennaio 2025 a Istanbul — ha fatto molto di più che scioccare la nazione intera. Due adolescenti imputati, identificati come B.B. e U.B., sono stati condannati a 24 anni ciascuno — il massimo della pena imputabile ai minori secondo la legge turca — per aver “volontariamente ucciso un bambino”, mentre altri due minori sotto accusa sono stati assolti e, di conseguenza, rilasciati.
Il processo, che si è tenuto tra le intense pressioni mediatiche e dell'opinione pubblica, ha fatto riemergere l’eterno dibattito relativo all'indipendenza, alla trasparenza e alla giustezza del sistema giudiziario della Turchia.
Un sistema giudiziario sotto pressione: struttura, critica e il ruolo della politica
Le critiche al sistema legislativo evidenziano vecchi schemi di politicizzazione del sistema giudiziario turco e l'assenza della separazione istituzionale dei poteri. La rinomata avvocata per i diritti umani Eren Keskin sostiene che “la Repubblica non sia mai stata uno Stato di Diritto”. Keshin risale alle radici del fenomeno, non solo negli anni fondativi della Repubblica, ma nelle leggi di lunga data applicate disomogeneamente — come nelle aree a maggioranza Curda, dove decreti di emergenza, leggi antiterrorismo e generici poteri esecutivi hanno sostituito la classica separazione dei poteri.
La ricerca accademica supporta tale tesi: uno studio empirico basato su mezzi di controllo di sintesi ha evidenziato una “grave frantumazione ed erosione dell'indipendenza del potere giudiziario” in Turchia, a seguito di riforme istituzionali e cambiamenti legislativi populisti. Il quadro che emerge è quello di un'istituzione la cui indipendenza formale esiste sulla carta, ma la cui autonomia funzionale è compromessa nella realtà.
In tale contesto, il processo Minguzzi potrebbe essere visto meno come un caso isolato e più come un sintomo della costrizione entro cui il sistema giudiziario opera? In ambo i casi, l’indignazione pubblica, la visibilità mediatica e l’ambiente politico impattano equamente il terreno entro cui giudici e pubblici ministeri operano.
Accuse politiche e le sorti della giustizia per l'opposizione
Se il caso Minguzzi getta luce sulla fragilità delle istituzioni in generale, la persecuzione penale di figure di spicco del partito d'opposizione, il Partito Popolare Repubblicano (in turco Cumhuriyet Halk Partisi, o CHP), dimostrano come gli strumenti giuridici siano adoperati per fini politici.
A marzo, il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu — figura centrale dell'opposizione turca e presunto candidato alla corsa presidenziale — è stato arrestato con le accuse di corruzione e concussione, innescando proteste di massa che, al momento della stesura di quest'articolo, sono ancora in corso. La corte ha rigettato ogni ricorso in appello per ottenerne la scarcerazione, sollevando preoccupazioni riguardo la regolarità del processo. Nel frattempo, l'Ufficio del Procuratore Capo di Istanbul (CPO) ha lanciato delle ondate di arresti e indagini dirette verso i municipi guidati dall'opposizione e verso la leadership del partito popolare repubblicano.
Di recente, il CPO ha accusato İmamoğlu di spionaggio. Queste nuove accuse sono arrivate “a seguito della cooperazione tra i pubblici ministeri e un consulente per la sicurezza informatica, già in custodia con l'accusa di spionaggio”. Nello stesso quadro investigativo, la polizia ha arrestato anche Merdan Yanardağ, direttore dell'emittente televisiva TELE1. Oltre a İmamoğlu e Yanardağ, anche Necati Özkan — responsabile della campagna elettorale di İmamoğlu — è visto come sospettato. Da marzo, İmamoğlu e Özkan sono tenuti in custodia cautelare con l'accusa di corruzione.
Tra le altre cose, la CPO ha asserito che Yanardağ abbia scambiato molteplici messaggi con tale Hüseyin Gün, un consulente per la sicurezza informatica divenuto testimone chiave che, dopo mesi di detenzione, ha accettato di cooperare con le autorità sostenendo che fossero entrambi coinvolti in “attività spionistiche” legate alla figura di İmamoğlu. L'organo di stampa filogovernativo Daily Sabah ha fornito un resoconto delle accuse della CPO, secondo cui alcune prove legherebbero Yanardağ alla rete di spionaggio, sostenendo che questi si fosse “occupato della sfera mediatica nel processo elettorale, in cambio di benefici da parte di Gün” e avesse cooperato con un'intelligence straniera per influenzare le elezioni amministrative del 2019. Durante la loro deposizione, il 26 ottobre, tutti e tre gli indagati hanno negato le accuse. Il leader del partito CHP, Özgür Özel, citando Gün in un dichiarazione rilasciata a coloro che erano riuniti fuori dall'aula quel giorno, ha dichiarato che le accuse di spionaggio fossero fabbricate.
I giornalisti osservano che, se le indagini scatenate contro i municipi guidati dall'opposizione fossero state genuine, indagini simili sarebbero state effettuate anche verso i precedenti amministratori comunali che erano sotto il controllo del governo centrale e sotto diretta guida dei membri del partito che detiene il potere.
Diritti a rischio
Oltre al mondo politico e a quello della giustizia penale, in Turchia lo Stato di diritto è messo a dura prova anche su altri fronti: libertà di stampa [it], diritti delle minoranze e cambiamenti legislativi che incrinano le tutele giuridiche. Ne è notevole riprova la bozza dell’Undicesimo Pacchetto Giudiziario (in turco, 11. Yargı Paketi), contenente dei punti che criminalizzerebbero ciò che viene definito “comportamento contrario al sesso biologico dell'individuo e alla moralità pubblica” e che impone sanzioni in caso di “promozione” di tale comportamento.
Le associazioni per i diritti sottolineano che tale iniziativa non solo minaccia i diritti delle persone LGBTQ+, ma prende di mira anche i giornalisti che si occupano di queste tematiche: “I giornalisti che danno copertura mediatica sulle notizie relative alla minoranza LGBTQ+, come le violazioni dei diritti umani, la salute sessuale, le marce dei Pride e così via, rischiano procedimenti penali dietro la motivazione di ‘promozione’.”
Kezban Konukçu, Membro del Parlamento (MP) di Istanbul del Partito DEM (Partito dell'Uguaglianza e della Democrazia del Popoli), ha presentato [tr] un'interrogazione parlamentare relativa alle clausole anti-LGBTQ+ ritenute essere presenti nella bozza, definendo la proposta “non semplicemente una normativa di legge, ma lo specchio di un clima politico omofobo, transfobico e discriminatorio”. Konukçu ha contestato la valutazione del Ministero della Giustizia nell'ottica di un'incompatibilità della bozza con vari trattati internazionali — quali il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR), la Convenzione sull'Eliminazione di Ogni Forma di Discriminazione Della Donna (CEDAW) e la Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (ECHR) — e ne ha messo in dubbio la consapevolezza che una legge simile, qualora ratificata, potrebbe innescare ulteriore emarginazione sociale e violenza verso donne e persone LGBTQ+, minando lo Stato di diritto e i valori democratici.
Sevda Karaca, parlamentare del Partito del Lavoro (EMEP), ha condannato [tr] le riforme proposte durante una conferenza stampa ad Ankara, descrivendole “una legge fascista di oppressione che trasforma la vita privata in una cosa pubblica perseguibile dallo Stato”. Karaca ha sostenuto che la bozza segue una proposta avanzata dal partito islamico HÜDA PAR, che ostracizza apertamente l'esistenza della comunità LGBTQ+: “Non si tratta soltanto delle persone LGBTQ+ — è la prova generale del governo nell'imprimere violenza sulla società in toto. Se la legge passa, chiunque venga giudicato come ‘inaccettabile’ dal governo potrebbe essere perseguitato. Un uomo con i capelli lunghi o una donna con i capelli corti potrebbero finire in galera per aver violato ‘le norme del proprio sesso biologico’. Lo Stato sta praticamente annunciando apertamente: ‘Commetteremo crimini d'odio.’”
Uno Stato di diritto in bilico
L'Articolo 2 della Costituzione turca recita: “La Repubblica di Turchia è uno Stato democratico, laico e sociale, governato dallo Stato di diritto”. Eppure, la discrepanza tra teoria e prassi sta aumentando.
Il verdetto Minguzzi dimostra l'evidente pressione sotto cui opera il sistema giudiziario; la persecuzione penale dell'opposizione ne mostra il grado di politicizzazione. Le riforme legislative che prendono di mira giornalisti e minoranze sottolineano come la legge sia plasmata per disciplinare le identità e il dissenso, più che per contrastare la criminalità.
Se gli sviluppi degli ultimi otto mesi sono, da soli, cartina al tornasole dello Stato di Diritto in Turchia, il suo sistema giudiziario potrebbe apparire più come un campo di battaglia in cui si scontrano vari interessi, che come il tempio dei diritti. Se quel campo di battaglia aprirà la strada alla riforma istituzionale, a un autentico Stato di diritto o a un più profondo consolidamento della giustizia politica resta, per il momento, una questione ancora aperta.






