
Agricoltori palestinesi raccolgono le olive nell'area di Jenin, novembre 2015. Foto di TrickyH via Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).
By Thin Ink
Questo articolo è un estratto tratto da una lunga intervista pubblicata su Thin Ink, settimanale a tema alimentazione, clima e i loro punti in comune. L'intervista completa è disponibile qui [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione].
Vivien Sansour è la fondatrice del progetto Palestine Heirloom Seed Library — letteralmente, Biblioteca dei Semi dell'Eredità Palestinese —, nonché instancabile sostenitrice della sovranità alimentare, non solo della sua nazione ma di tutto il mondo. Per anni, ha lavorato per preservare i semi, le colture e le storie che radicano profondamente i palestinesi alla loro terra.
In quest'intervista con Thin Ink, Sansour parla del passato, presente e futuro del sistema alimentare palestinese, e di se e come possa essere riavviato.
Thin Ink (TI): Magari possiamo iniziare raccontando ai lettori qualcosa in più riguardo il progetto Palestine Heirloom Seed Library, che lei ha messo su. Qual era l'idea dietro questa iniziativa? Cosa l'ha spinta a crearlo, cioè con quale motivazione?
Vivien Sansour (VS): Allora, la Seed Library è nata da davvero tanto dolore e dall'idea che, da giovane nata e cresciuta in Palestina, ho sempre saputo che tutto quello che amavo fosse sotto minaccia costante. Di conseguenza, non c'è mai stato un solo momento in cui ho sentito di poter dare qualunque cosa per scontata.
Sono nata sul finire degli anni Settanta, e, ovviamente, l'occupazione israeliana andava avanti già da parecchio. La consapevolezza che ci fosse qualcuno che esercitava controllo sulla tua vita è sempre stata presente. Sono certa che capirà quello che intendo considerando il luogo da cui proviene.
Ma quando ero una bambina, percepivo il mondo in modo molto tangibile e reale: i conigli di mia nonna, gli albicocchi della mia famiglia, i mandorli all'ombra dei quali passavo un sacco di tempo — e non solo da piccola, ma anche da persona adulta. L'ombra di quegli alberi, così antichi e radicati…traccia una legame che continua a scorrermi nelle vene. Sono come un'estensione del mio corpo: la mia famiglia, la mia vita.
Queste non vogliono essere solo parole romantiche. Sono cresciuta così. Sono innamorata del luogo da cui vengo e per me la Seed Library è stata un modo per convertire quell'amore in una specie di…non so…storia attuale con cui la gente può immedesimarsi e con una struttura che può comprendere.
Dopo aver provato a conseguire un dottorato di ricerca in Agriculture and Life Science (o scienze agrarie e biologiche), ho capito che volevo andare a parlare con le persone con cui sono cresciuta e con quelle che avevo dimenticato di incontrare. Non volevo perdere otto anni della mia vita tra i corridoi di un'università, mentre avrei potuto spendere quegli stessi otto anni con gli anziani che non ci saranno più domani, a contatto con la saggezza che possiedono. Ho mollato il corso, sono tornata a casa e mi sono semplicemente concessa di andare a trovare gente a me sconosciuta, visitare villaggi, parlare per strada con gente a caso e dare agli altri qualcosa di me nella stessa misura in cui io ricevevo da loro.
View this post on Instagram
In realtà la cosa è parecchio ironica. Dopo aver abbandonato il dottorato con fierezza, sono finita con l'essere invitata in quello stesso ambiente universitario per parlare proprio di ciò di cui avevo cominciato a occuparmi.
Per me ha tutto senso adesso, perché stavo svolgendo una vera ricerca sul campo. Ma all'epoca non la chiamavo così; era qualcosa di più simile a dolore e lavoro per tutelare, onorare e tenere viva la cultura e biocultura di un luogo e di un popolo a cui appartengo e che è stato anche maestro di vita per me.
Quello che stavo cercando era, letteralmente, il sapore della mia infanzia. Ogni domanda che mi ponevo era più che altro una ricerca di ciò che desideravo fortemente. Come qualcuno che perde la persona amata e prova a ricostruirla attraverso i pezzetti che gli rimangono, capisce? È così che ho cominciato a collezionare diversi semi, tipo carote, fagioli, rucola o spinaci. Poi ho iniziato a condividere il progetto con il mondo e ho scoperto che non ero l'unica col cuore spezzato.
Tante persone vagano col cuore rotto perché il loro mondo è andato in frantumi e continua a esserlo. Oggi il progetto Library ha oltrepassato i confini della Palestina e mandiamo avanti, in sostanza, un'iniziativa popolare a livello internazionale. Penso che sia perché le persone, soprattutto i popoli indigeni e tutti quelli che sanno bene cos'è il dolore e l'oppressione, comprendono che stiamo vivendo una specie di Armageddon, in cui molto di ciò che amiamo sta morendo perché viene distrutto e sostituito intenzionalmente.
TI: È così dolce e triste allo stesso tempo. Ci sono vari punti che vorrei approfondire. Lei ha iniziato a muoversi per proteggere quei semi, così come le storie, la cultura e i ricordi connessi a questi. Purtroppo, devo ricollegarmi alla questione della Palestina: le ultime statistiche dell'ONU mostrano che la maggioranza delle terre agricole di Gaza è andata distrutta, mentre quelle che non lo sono risultano perlopiù praticamente inaccessibili. Al di là della produzione alimentare, che cosa comporta la perdita di quella terra in termini di storia, cultura e conoscenza dei sistemi alimentari?
VS: Prima di tutto, io non sto proteggendo niente. Penso, invece, che sia la gente che continui a parlarne; e lo trovo affascinante perché in realtà sono quei semi che proteggono noi. Voglio dire, siamo noi quelli che hanno bisogno di nutrirsi. Siamo noi che abbiamo bisogno di respirare ossigeno pulito. E, in un momento così pieno di perdita e di dolore, questi semi ci stanno tenendo in vita in un sacco di modi — dandoci un po’ di speranza e custodendo la nostra storia. Ecco perché stiamo provando a riprodurli e dargli spazio per germogliare dovunque sia possibile, perché sono custodi della nostra storia.
In secondo luogo, non mi interessa l'ONU. Che si fottano, loro e i loro report. E con loro, anche le organizzazioni internazionali che si fregiano di occuparsi di diritti umani e ambientali. Da persona spesso definita ecologista, mi sento profondamente tradita da queste organizzazioni. Per esempio, la nostra Biblioteca dei Semi si trova a Battir, un villaggio agricolo inserito tra i siti Patrimonio Mondiale dell'UNESCO. Eppure mi sembra che l'UNESCO non faccia niente per proteggere quel luogo. Anzi, ogni giorno abbiamo nuove incursioni da parte dei coloni.
Quindi, vi prego, ascoltate la mia rabbia, perché il mondo è piombato in un silenzio tombale — fatta eccezione per le persone comuni, che sono come semi che provano a sopravvivere in ambienti totalmente ostili, da New York alla Birmania o in qualsiasi altro posto. Sono loro che stanno facendo sentire le loro voci, mentre tutte queste istituzioni sono state progettate per tenerci zitti e buoni.
Ora arrivo anche alla domanda sulle terre palestinesi, ma è fondamentale per me sottolineare che vogliamo che la Seed Library sia un luogo di libertà e un'iniziativa per conquistare autonomia sul nostro cibo, ma anche sulle nostre anime, pensieri e parole. Ecco perché ho sempre respinto qualsiasi supporto proveniente da istituzioni governative.
E quando si parla della terra e della distruzione di massa a cui è stata sottoposta, beh, come possono sopravvivere questi semi? Specialmente le varietà che consumiamo maggiormente, come le zucchine, i pomodori e quant'altro, sono sviluppate attraverso un metodo scientifico, immaginativo e creativo incredibile, in un contributo armonioso tra suolo, terra, acqua e aria. Parliamo di semi che hanno migliaia di anni.
Il gombo, anche chiamato okra, è un ortaggio non autoctono della Palestina, eppure è arrivato fin qui e qui è stato domesticato; e attraverso quegli anni di domesticazione è diventato un caposaldo della nostra cucina, al punto che abbiamo una cosa chiamata “ba’al okra”, dove l'appellativo “ba’al” di riferisce al dio simbolo della fecondità nella religione cananea.
Ancora oggi definiamo quelle varietà che crescono senza irrigazione proprio “ba’al”. Si tratta di specie vegetali che hanno imparato a conoscere il suolo e le mani della gente che le coltiva. Tutto quello che mangiamo, quando siamo abbastanza fortunati da avere qualcosa nel nostro piatto, è il risultato di un legame tra terra e suolo, tra elementi umani e non umani. Quindi quando rubate e distruggete la terra e il suolo, state distruggendo il legame che garantisce continuità di vita nel tempo.
Ovviamente c'è stata una pianificazione precisa dietro la distruzione delle nostre colture. E, tra l'altro, va avanti da un po’.
View this post on Instagram
TI: Ma si deve pur cominciare da qualche parte, no? Lei si occupa di questo da molto più tempo di quanto io ne abbia dedicato alla mia attività giornalistica, ma la mia idea è che se rinunciassi a quello che faccio, li lascerei vincere — che siano i dittatori militari della Birmania (o Myanmar), o coloro che antepongono il profitto personale al bene pubblico in termini di cibo e clima. Però certamente sento che quello che sto facendo non è abbastanza.
VS: Vede, per me la Palestina non è una storia isolata. Non è questo il fulcro della mia missione, del perché vivo e faccio quello che faccio. Viviamo su un pianeta dal clima rovente, non solo in termini di innalzamento delle temperature — anche se, sicuramente, questo aspetto è parte del problema —, ma soprattutto per via della violenza e delle iniziative senza precedenti che lo caratterizzano. L'avvento dell'IA, l'avanzamento della tecnologia e della sorveglianza militare, e l'ipercapitalismo nel quale siamo totalmente immersi hanno reso questo pianeta quasi inabitabile, giusto?
Perciò non mi sembra che quanto stia accadendo a noi palestinesi sia isolato da tutto questo. Lo vedo come un microcosmo, che riproduce in piccolo qualcosa di più grande.
A tal proposito, l'altro giorno stavo parlando con un amico in Palestina e mi ha detto: “Forse siamo noi quelli fortunati, nel senso che, considerata la direzione che stiamo prendendo rispetto all'ascesa dell'IA e del cambiamento climatico, l'inferno che stiamo vivendo noi potrebbe sembrare meno terribile di fronte all'inferno che il mondo potrebbe stare attraversando.”
Il presidente della Colombia, molto lucidamente, ha ripetuto svariate volte che la Palestina è un progetto pilota. Quindi, mondo, svegliati e fai attenzione. Per me, e per tutti alla Seed Library, l'idea è sempre stata quella che magari non saremmo riusciti a cambiare il mondo nel corso delle nostre vite, ma quello che possiamo fare — il massimo nelle nostre possibilità — è creare più spazi di umanità nel mondo ed espanderli il più possibile, così che la prossima generazione abbia qualcosa. L'idea non è mai stata: “Sì, libereremo la Palestina”.
Il nostro lavoro serve a ricordare alle persone che c'è ancora una vita per la quale vale la pena lottare. Qual è quel detto che dice che si pianta un seme per far sì che un giorno dia ombra agli altri? È proprio questo.






