
Madri, figlie e sorelle: sono principalmente le donne a stanziare all'entrata dei centri di detenzione venezuelani. Foto di: Daniel Eceverría a Rodeo 1, Caracas. Utilizzata previo permesso.
Nei primi giorni del nuovo governo ad interim del Venezuela [it], guidato da Delcy Rodríguez, le autorità hanno annunciato il rilascio di ciò che hanno definito “un numero significativo di prigionieri politici”, inquadrando l'iniziativa come parte della strategia di de-escalation e negoziazione [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione]. A una settimana da quell'annuncio, il Presidente dell'Assemblea Nazionale e fratello della presidente ad interim, Jorge Rodriguez, ha sostenuto che, nel quadro della transizione politica in atto, una “scarcerazione di massa” avrebbe consentito la liberazione di oltre 400 detenuti.
Eppure, verifiche indipendenti ricostruiscono una storia molto diversa. Alcune organizzazioni per i diritti umani, come Foro Penal [es], sono riuscite ad avere conferma di circa 154 rilasci [es]. Non è che una piccola percentuale rispetto alle cifre ufficiali, che oscillano tra le 800 e le 1000 persone ancora in probabile stato di detenzione. Le autorità non hanno rilasciato una lista verificata con i nomi dei rilasciati, né hanno chiarito i criteri giuridici adottati nel processo di scarcerazione. Anzi, i rappresentanti del governo hanno continuato a riscrivere la definizione stessa di “prigionieri politici”, accomunandoli ai criminali comuni: un'asserzione in netta contraddizione con anni di documentazioni prodotte da organizzazioni per i diritti umani, sia internazionali che venezuelane.
Questa settimana, proprio Foro Penal è diventato bersaglio di critiche all'interno dell'Assemblea Nazionale, l'organo legislativo del governo venezuelano. Fondata nel 2002, quest'organizzazione per i diritti umani documenta da oltre due decenni i casi di detenzioni motivate da ragioni politiche e collabora con le famiglie, gli avvocati e varie istituzioni internazionali — l'ONU e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani su tutte.
Secondo Foro Penal, le persone tenute in stato di detenzione per motivi politici sarebbero state 863 — di cui 86 casi di sparizione forzata — già prima dell'annuncio di indulto. Dal 2014, ha documentato oltre 18.000 detenzioni immotivate, superando di gran lunga ogni precedente registrato nella storia del Paese.

Famiglie in attesa della liberazione dei propri cari da due settimane. Foto di Daniel Echeverría a Rodeo 1, Caracas. Utilizzata previo permesso.
Famiglie in attesa, nessuna risposta
In tutto il Venezuela, le famiglie si sono riunite fuori dai centri penitenziari, in attesa di sentire pronunciare i nomi dei propri cari, pur senza aver ricevuto alcuna conferma ufficiale di scarcerazioni programmate. A Caracas, i familiari si sono accampati fuori dalle strutture carcerarie di El Helicoide, Rodeo 1 e Zona 7 per diversi giorni, nel tentativo di localizzare i propri cari semplicemente sulla base di voci e notizie informali. Ma le autorità non hanno divulgato alcun programma o lista, né hanno fornito altre spiegazioni.
Molte famiglie hanno ricorso ai social media per dare maggiore visibilità alla propria situazione. Uno dei canali più utilizzati è l'account Instagram @madresendefensadelaverdad2024, in cui madri, sorelle e figlie si fanno testimoni delle detenzioni e chiedono una presa di responsabilità.
Tra i vari casi compare quello di Kennedy Tejeda, avvocato noto per aver difeso i prigionieri politici nello Stato venezuelano di Carabobo. È stato arrestato proprio mentre si prodigava per ottenere informazioni sulle persone arrestate per le proteste a seguito delle elezioni del 2024.

‘Siamo disperati, ma non ce ne andremo da qui senza i nostri cari’ afferma Claudia, sorella di un prigioniero politico nel carcere di Rodeo 1, a Caracas. Foto di Daniel Echeverría, utilizzata previo permesso.
Un'altra storia è quella di Juan Diego Lucena, tecnico di telefonia mobile ma anche volontario in una casa di cura e volontario dei pompieri. È stato arrestato mentre era a lavoro. Secondo la famiglia, le sue condizioni di salute sono deteriorate durante la carcerazione:
“Ultimamente è stato male, ha avuto tachicardia, pressione alta, attacchi di panico. Non è un terrorista. È un volontario che ha sempre voluto aiutare le persone intorno a sé.”
L'account parla anche di José Manuel Salas, che la madre descrive come un anticonformista, un sognatore e un giovane uomo amorevole. Al momento del suo arresto, non era che uno studente: è stato aggredito da forze di sicurezza non identificate e portato in un carcere mentre era ancora incosciente.
Queste testimonianze gettano luce sul costo umano che si cela dietro i numeri, con decine di famiglie in cerca di risposte e giustizia, e in attesa di tutti coloro ancora in stato di prigionia per motivi politici.
Un processo fragile e incerto
Al momento, Foro Penal conferma ufficiosamente la scarcerazione di 154 detenuti: non è che il 14 % dei 1.100 prigionieri politici stimati dall'organizzazione. Tra i liberati spiccano figure di alto profilo, compresi l'attivista per i diritti umani Rocío San Miguel, il giornalista Biaggio Pillieri e il politico Enrique Márquez. Molti sono stati rilasciati sotto condizioni restrittive volte a limitare le dichiarazioni pubbliche e parecchi hanno lasciato il Paese immediatamente per paura di nuovi arresti.
Le preoccupazioni sono aumentate quando, a 62 ore dall'annuncio della sua liberazione, la famiglia di Edison Torres — un poliziotto arrestato per aver presuntamente condiviso messaggi di critica verso il governo — ne ha confermato la morte mentre era ancora in stato di arresto. Le autorità non hanno fornito spiegazioni, né delucidazioni sulle cause della morte.

Le critiche condizioni in cui i familiari aspettano in strada: alcuni di loro sono svenuti durante l'attesa per via del freddo. Foto di Daniel Echeverría a Rodeo 1, Caracas. Usata previo permesso.
In Venezuela, la prigionia politica si è estesa ben oltre i confini delle proteste. Dopo le elezioni presidenziali del 2024, le forze di sicurezza nazionale hanno condotto delle massicce irruzioni nelle abitazioni di privati cittadini nell'ambito dell’Operación Tun Tun [it] (Operazione Toc Toc), spesso senza alcun mandato e scagliandosi contro presunti oppositori politici. Prima di essere trasferiti in strutture d'intelligence, l'identità di alcuni arrestati è stata pubblicamente esposta sulla televisione di Stato. All'interno dei centri di detenzione, gli ex prigionieri e sorveglianti hanno riportato situazioni di incuria igienico-sanitaria, violenze e torture. Posti come El Helicoide [es] sono diventati presto il simbolo della repressione e del degrado istituzionale.
Gruppi di attivismo umanitario mettono in guardia dall'interpretare le recenti liberazioni come un segnale di cambiamento sistemico del Paese. In passato, simili iniziative sono culminate in un circolo vizioso, in cui i prigionieri sono stati liberati solo per poi essere arrestati nuovamente pochi mesi dopo. Senza una reale riforma della giustizia, senza trasparenza da parte delle istituzioni e senza la tutela del diritto a un equo processo, l'impianto procedurale su cui si regge l'iter dei rilasci resta fragile.

Famiglie accendono delle candele in attesa di notizie dai loro cari fuori dal carcere Rodeo 1, a Caracas. Foto di Daniel Echeverría, utilizzata previo permesso.
Al momento, la discrepanza tra la narrativa adottata dal governo e la realtà vissuta dai cittadini permane. Mentre il governo parla di riconciliazione, centinaia di famiglie continuano ad aspettare fuori dalle carceri senza sapere se i propri cari siano ancora vivi, o quando potrebbero essere liberati, o se l'eventuale libertà costituirà davvero una garanzia di sicurezza.






