
Fotomontaggio effettuato con Canva Pro, con screenshot dal video “Riscaldamento globale : che avvenire per l'Africa ?” [fr] da YouTube de France24. Uso ammesso.
Nel Togo settentrionale gli agricoltori non parlano più di stagioni ma di sorprese: le piogge arrivano nel momento meno prevedibile, e scarseggiano quando i semi sono già stati piantati. I raccolti muoiono e le famiglie preferiscono migrare. Secondo l'Agenzia nazionale metereologica del Togo, l'anno 2024 é stato contrassegnato da severe crisi di siccità che hanno provocato enormi perdite di raccolto, a causa delle quali molti agricoltori non sono stati in grado di rimborsare i prestiti ricevuti.
Ma il Togo non è il solo. Secondo il rapporto dell’organizzazione metereologica mondiale sullo stato del clima in Africa 2024, nel Corno d'Africa inondazioni e smottamenti hanno causato il decesso di centinaia di persone e la migrazione di oltre 700 000 altre verso Kenya, Tanzania e Burundi tra marzo e maggio 2024. Secondo un’analisi [en] della rivista indiana Down To Earth, basata sui dati mondiali sulle catastrofi (EM-DAT), il periodo 2021-2025 è stato il più deleterio in Africa degli ultimi quindici anni: oltre 221 milioni di persone [en] sono state colpite da eventi climatici estremi; i decessi legati alle catastrofi sono più che triplicati rispetto al periodo precedente [en].
Nel frattempo, a migliaia di chilometri, le diplomazie discutono leggi i cui effetti si potranno vedere solo tra anni su questi territori assetati. Questa distanza tra l'urgenza del territorio e la lentezza dei negoziati è ciò che l'Africa deve impegnarsi a colmare, non appena prenderà il via la COP 31. Il continente emette il minor quantitativo al mondo di gas che contribuiscono all'effetto serra, ma resta quello che ne subisce le conseguenze maggiori. Questa fondamentale ingiustizia deve tradursi in rivendicazioni precise, presentate con una voce univoca ed una strategia ben studiata.
Una conferenza sotto alte tensioni geopolitiche
Questa conferenza avrà luogo in un contesto particolare. Gli Stati Uniti, secondo emettitore mondiale, hanno ufficialmente ritirato l'adesione dalla Convenzione di Parigi nel gennaio 2026, annunciando il ritiro anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [it] (CCNUCC), indebolendo la struttura multilaterale del clima. Al contempo, gli ultimi tre anni consecutivi sono stati i più caldi mai registrati, e le proiezioni prevedono un riscaldamento di 2,8°C entro il 2100, quasi il doppio dell’obiettivo di Parigi.
Questa realtà significa che milioni di persone in più verranno esposte all'insicurezza alimentare, all'aumento del livello delle acque, alle epidemie vettoriali ed alle migrazioni forzate. Mentre la Turchia accoglierà fisicamente la conferenza, l'Australia assumerà la presidenza delle trattative, una struttura diplomatica inedita nella storia della COP. Per l'Africa questa particolare struttura è un'opportunità: l'Australia, impegnata dalle domande dei piccoli stati isolani e dei pesi vulnerabili, può essere un alleato naturale se il continente saprà creare una buona coalizione.
Quattro battaglie che l'Africa deve portare avanti ad Antalya
L’Africa affronta quattro sfide principali. Prima battaglia, trasformare il Nuovo obiettivo collettivo quantificato sulla finanza del clima (NCQG), adottato dalle parti nel novembre 2024, in finanziamenti effettivi. L'accordo punta a mobilitare almeno 1.300 miliardi di dollari americani entro il 2035 [en] per i paesi in via di sviluppo, con una base di 300 miliardi all'anno stanziati dai paesi sviluppati. In teoria, è un passo avanti. Nei fatti, la storia recente invita alla prudenza.
L'obiettivo precedente di 100 miliardi di dollari annuali, promesso a Copenaghen nel 2009 per il 2020, non è stato raggiunto che nel 2022, quindi due anni dopo la scadenza, e con una proporzione prevalente basata sul meccanismo del prestito. I paesi africani hanno però valutato il proprio fabbisogno climatico in 2.800 miliardi di dollari per il periodo 2020-2030, con un deficit di 2.500 miliardi che deve venire coperto dalla comunità internazionale. Lo scarto tra le promesse e le effettive necessità rimane pertanto ancora enorme.
Ad Antalya l'Africa dovrà esigere tre cose concrete: che il NCQG venga attuato secondo la data concordata, che la percentuale di sovvenzioni venga significativamente aumentata rispetto ai prestiti, e che vengano messi in atto meccanismi di controllo trasparenti ed indipendenti.
Seconda battaglia: rendere l'adattamento una priorità nel budget. Ma ottenere in anticipo finanziamenti non sarà sufficiente, se questi finanziamenti andranno a finanziare le voci di cui l'Africa ha meno bisogno. I finanziamenti climatici storicamente hanno favorito l'attenuazione a svantaggio dell'adattamento. In 7 anni, il 59% dei finanziamenti approvati dal fondo verde per il clima in Africa hanno riguardato progetti di attenuazione, contro il solo 41% a favore dell’adattamento. Questo squilibrio è tanto più paradossale considerando che l'Africa, minima emettitrice, ha bisogno in primo luogo di adattarsi agli effetti di un cambiamento climatico che non ha causato.
Alla COP31 l'Obiettivo globale di adattamento dovrà entrare nella fase attiva. Il che significa che non sarà più sufficiente affermare che l'adattamento è una priorità: bisognerà misurare concretamente il sostegno pervenuto alla popolazione e correggerne lo squilibrio. L'Africa deve chiedere che almeno un 50% dei finanziamenti climatici sia destinato all'adattamento, secondo quanto concordato negli Accordi di Parigi. Senza di ciò, gli agricoltori del Togo settentrionale continueranno ad attendere piogge che non verranno più, mentre i fondi climatici finanzieranno progetti di energia rinnovabile nei paesi meglio dotati.
Terza battaglia : legare i Contributi determinati al livello nazionale di terza generazione (CDN 3.0) al finanziamento condizionale. La questione dei finanziamenti porta naturalmente a quella degli impegni nazionali. La nuova generazione di contributi determinati a livello nazionale, i CDN 3.0, sarà al centro delle discussioni di Antalya. Sottoposti nel 2025 per il periodo fino al 2035, costituiscono il terzo ciclo di revisione previsto dagli Accordi di Parigi, ed obbligano ogni paese ad incrementare progressivamente il proprio livello di ambizione climatica.
Questa volta, la posta in gioco è particolarmente alta: il bilancio mondiale della COP 28 ha rivelato che gli impegni attuali restano assolutamente insufficienti per mantenere il riscaldamento al di sotto di 1,5°C. Di conseguenza ogni paese dovrà sottoporre dei piani di azione rivisti, più ambiziosi e più concreti. Per gli stati africani questa richiesta è politicamente e tecnicamente delicata: impegnarsi in ambizioni elevate senza avere la garanzia dei finanziamenti che le renderanno possibile significa prendere un impegno la cui realizzazione dipende interamente dalla volontà di altri.
Prendiamo ad esempio il Togo : i suoi CDN rivisti prevedono una riduzione del 50,57% delle emissioni entro il 2030, ma esclusivamente con un sostegno internazionale. Senza un finanziamento esterno, questo impegno crolla al 20,51 %. Non si tratta di mancanza di volontà politica: è il riflesso di una realtà economica strutturale condivisa dalla quasi totalità dei paesi africani. Esigere dei CDN ambiziosi senza garantire i finanziamenti condizionali che li rendono possibili, è come chiedere a qualcuno di correre una maratona senza scarpe.
Ad Antalya l'Africa deve far inserire nelle definizioni finali un rapporto esplicito e stringente tra il livello di ambizione dei CDN e la garanzia di finanziamenti condizionali corrispondenti. L'ambizione non può essere unilaterale.
Quarta battaglia: Avere un peso nella governance climatica mondiale. Queste tre battaglie non possono essere vinte se non nel caso in cui l'Africa abbia un peso effettivo nelle decisioni. Il 2026 è un anno di svolta per il continente nell'architettura climatica mondiale. La COP 32 avrà luogo nel 2027 in Etiopia, e offrirà al continente una presidenza che si deve preparare fin da ora. È il momento di consolidare le coalizioni, affinare le posizioni comuni e dimostrare che l'Africa può negoziare, e non solo testimoniare.
Iniziative in tal senso sono già state prese e testimoniano una presa di coscienza in crescita. Dal 9 al 13 febbraio 2026, a Dakar, l'Istituto africano di sviluppo economico e di pianificazione (IDEP) ed il Centro d'eccellenza per la leadership e la guida per lo sviluppo dell'Africa (CELMAD) hanno formato diplomatici ed alti funzionari di 14 paesi africani sulla diplomazia climatica ed economica, strutturata specificamente in preparazione della COP 31 . Karima Bounemra Ben Soltane, Direttrice dell'IDEP, sottolinea che:
L'Afrique fait face à un paradoxe : des émissions minimales, un impact maximal. Cette formation est un investissement dans les diplomates qui transformeront notre vulnérabilité en plaidoyer.
L'Africa si trova di fronte ad un paradosso [en] : minime emissioni, massimo impatto. Questa formazione è un investimento nei diplomatici che trasformeranno la nostra vulnerabilità in difesa.
In questo incontro ogni decisione o compromesso avrà conseguenze dirette su milioni di vite che non vengono rappresentate ai tavoli delle trattative.
L'Africa non manca di legittimità, argomenti o dati per difendere un'agenda ambiziosa alla COP 31, ma, quello che forse le è mancato, è il coordinamento. Ad Antalya, come altrove, l'Africa non può più permettersi di arrivare a mani vuote.






