
Vista aerea del “massacro della farina” del 29 febbraio 2024 durante il quale l'esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla popolazione palestinese durante una distribuzione di aiuti alimentari, uccidendo 118 persone e ferendone 760. Foto disponibile su Wikimedia Commons (CC BY 3.0).
Autore: Nadim Nashifri
Questo post fa parte della serie Spotlight di Global Voices sul tema: “Prospettive umane sull'intelligenza artificiale” [en, come tutti i link seguenti] di aprile 2026. Questa serie fornirà approfondimenti su come l'IA viene usata nella maggior parte dei paesi del mondo, sull'impatto del suo uso e della sua implementazione sulle singole comunità, sull'importanza di questa sperimentazione dell'IA per le future generazioni e su altro ancora. Potete sostenere questa iniziativa editoriale facendo una donazione qui [it].
L'Unione Europea (UE) si presenta come l'ente regolatore dell'Iintelligenza Artificiale (IA) più ambizioso del mondo. Con la Legge sull'IA, la Legge sui servizi digitali, la Direttiva CSDDD (Direttiva sulla due diligence in materia di sostenibilità aziendale) o la Regolamentazione a doppio uso, Bruxelles ha creato un'elaborata architettura di regolamenti, pensata per garantire che la tecnologia tuteli i diritti umani. La lacuna di questa tecnologia risiede però nel fatto che non segue la tecnologia oltre i confini.
La nostra ricerca presso 7amleh, Centro arabo per la promozione dei social media, analizza cosa succede quando ciò accade.
Un sistema fallimentare più che singoli errori
Dai risultati della nostra ricerca è emerso che non si tratta di una serie di errori di approvvigionamento isolati o di sviste nella sorveglianza dei finanziamenti, ma di un vero e proprio schema. O meglio, di un sistema strutturato e in grande parte opaco grazie al quale fondi europei vengono investiti in tecnologie IA e di sorveglianza ad alto rischio che poi finiscono nelle mani di governi ed eserciti della regione dell'Asia occidentale e del Nord Africa (WANA), tra cui Israele, senza che sia previsto alcun obbligo giuridicamente vincolante di determinare per cosa e contro chi verranno usate tali tecnologie e quale sia il costo umano del loro utilizzo.
Il sistema in questione si avvale principalmente di tre canali.
Il primo è legato al controllo dell'immigrazione. In base allo strumento principale dell'UE per la cooperazione con paesi terzi, il 10% dello stanziamento finanziario è destinato alla governance della migrazione. Nel 2023 e 2024, l'UE ha stipulato contratti con l'Egitto, il Marocco, la Tunisia e il Libano a condizione che i governi di tali paesi collaborino al controllo dell'immigrazione. All'atto pratico ciò ha comportato il trasferimento di sistemi di identificazione biometrici, strumenti di screening dei viaggiatori, varchi di frontiera intelligenti e infrastrutture di sorveglianza marittime.
I finanziamenti sono raramente diretti poiché vengono instradati tramite stati membri e tramite l'implementazione di organizzazioni e la creazione di livelli di distanziamento istituzionale che rendono strutturalmente difficile stabilire la responsabilità. Le persone in transito rischiano l'arresto, violenze e il respingimento prima ancora che possano presentare una domanda di asilo. L'infrastruttura che l'UE ha creato non protegge queste persone, ma anzi le espone a pericoli maggiori, come risulta da molti casi documentati.
Il secondo canale è quello degli investimenti in ricerca e innovazione. Horizon Europe ha concesso finanziamenti ad aziende israeliane le cui tecnologie vengono documentatamente usate per applicazioni militari. Il Fondo europeo per la difesa ha convogliato risorse significative ad aziende le cui partecipazioni societarie sono direttamente collegate a produttori di armi israeliani. Il Fondo europeo per la difesa ha investito in aziende israeliane che producono tecnologie di sorveglianza e spyware, tramite strutture FoF ovvero organismi di investimento che investono in quote di altri fondi di investimento comuni e anziché in azioni o obbligazioni. Horizon Europe ha fondato Xtend, che successivamente è stata scelta come appaltatore dal Ministero della Difesa israeliano per la fornitura di migliaia di droni d'assalto. Il Fondo europeo per la difesa ha convogliato oltre 15 milioni di euro a Intracom Defense, un'azienda posseduta al 94,5% dalla Israel Aerospace Industries (IAI), nonché destinato 21,2 milioni euro a Paragon Solutions, un'azienda israeliana che produce spyware e i cui strumenti sono stati usati contro giornalisti, attivisti e difensori di diritti umani della regione.
Esportazioni dirette e tutele minime
Il terzo canale è quello più diretto ed è rappresentato dalle esportazioni commerciali dirette. Le aziende europee vendono sistemi di riconoscimento facciale, strumenti biometrici e tecnologie per le smart city ai governi dell'area WANA senza alcun obbligo vincolante di effettuare la due diligence sui diritti umani prima o dopo la vendita.
Sulla carta, molte di queste tecnologie sono descritte come civili ma in realtà la linea di demarcazione tra uso civile e militare è quasi sempre sfumata, in particolare in contesti totalitari e in zone dove è in corso un conflitto. Un sistema di riconoscimento facciale integrato in una soluzione di gestione urbana può infatti facilmente trasformarsi in uno strumento di sorveglianza di massa nelle mani di un governo senza supervisione giudiziaria. Allo stesso modo, un sistema di puntamento, descritto come sistema di intelligence basato sull'IA, può diventare un qualcosa di completamente diverso quando genera elenchi con imprecisioni documentate e senza una minima sorveglianza umana nella catena decisionale.
A Gaza, quel qualcosa di diverso ha sempre un nome. I sistemi di puntamento IA ad alto rischio sono stati impiegati per applicazioni che violano il diritto umanitario internazionale. I morti accertati sono 67.000 e la maggior parte di loro erano civili. Da uno studio pubblicato in The Lancet è emerso che a Gaza l'aspettativa di vita si è dimezzata nel primo anno di guerra. La Corte Internazionale di Giustizia ha riscontrato che la condotta di Israele è potenzialmente equiparabile a un'azione genocidiaria. Ciononostante, nel 2020, Frontex ha aggiudicato due contratti, per un importo complessivo di 100 milioni di euro, a due aziende israeliane, IAI ed Elbit Systems, per l'uso di droni di sorveglianza nel Mediterraneo. Entrambe le piattaforme sono state implementate a Gaza dall'esercito israeliano. Infine, nel 2024 l'Unione europea ha esportato il 45% delle arme fornite a Israele, ossia il 20% in più rispetto al 2023, il che dimostra una vera e propria escalation nelle esportazioni.
Inerzia politica nonostante le prove sempre più numerose
Nel settembre 2025, la stessa Commissione europea ha riconosciuto, durante un'interrogazione parlamentare, di essere giunta alla conclusione che Israele stia violando le i diritti umani e il diritto internazionale umanitario. Nel luglio 2025 è stata presentata una proposta per sospendere parzialmente la partecipazione degli enti israeliani a Horizon Europe, ma ad oggi tale proposta non è mai stata approvata dal Consiglio e alcuni governi degli stati membri continuano ad opporsi alla sua approvazione.
In questo caso specifico non si tratta di un problema di mancanza di informazioni, perché le prove non sono nemmeno oggetto di discussione, ma di un problema politico, o meglio di inerzia istituzionale, interessi economici e di assenza di meccanismi vincolanti che potrebbero imporre un risultato diverso.
La strada da seguire non è complicata da descrivere sebbene sia politicamente difficile da realizzare. La Legge sull'IA deve essere estesa a tutte le esportazioni perché attualmente i sistemi vietati o classificati come ad alto rischio nell'ambito dell'Unione europea possono essere venduti liberamente a paesi terzi. Una lacuna fondamentale che la legge in questione non affronta. I vincoli della due diligence in materia di diritti umani dovrebbero applicarsi a tutte le esportazioni di tecnologie IA e per duplice uso, indipendentemente dalle dimensioni delle aziende. L'efficacia della Direttiva CSDDD è stata invece ulteriormente indebolita nel novembre 2025 quando il Parlamento europeo ha aumentato la soglia a 5.000 dipendenti, esentando dal provvedimento la maggior parte delle aziende tech europee.
Gli accordi sulla migrazione dovrebbero essere valutati in termini di impatto sui diritti umani da agenzie pubbliche e indipendenti prima della firma e non dopo. Inoltre, è importante che l'Unione europea rivaluti urgentemente la partecipazione di Israele a Horizon Europe, determinando in particolare se le entità israeliane sono idonee a essere scelte come beneficiarie alla luce della condotta relativa ai diritti umani del paese e in linea con la posizione, i valori e gli obblighi legali dell'Unione europea. La sfida fondamentale risiede nella visibilità perché questi flussi di finanziamento, le decisioni relative all'approvvigionamento e il trasferimento di tecnologia avvengono in larga misura “lontano dagli occhi”. Maggiore è la distanza tra una decisione presa a Bruxelles e le conseguenze sul terreno e più facile è sfuggire alle responsabilità. Questa distanza non è accidentale, ma un dettaglio progettuale.
Colmare questa lacuna e far realmente valere il concetto di responsabilità vuol dire rendere i collegamenti comprensibili , specifici e pubblici, anche per permettere alle comunità, che devono confrontarsi con le infrastrutture progettate con l'assistenza europea, di sapere da cosa dipende talvolta la sopravvivenza.








