
Un Airbus A320 della Pakistan International Airlines atterrato all'aeroporto internazionale di Skardu. Immagine tratta da Wikipedia di Kskhh. CC BY-SA 4.0.
Un tempo, un visto valido significava poter fare le valigie e partire senza preoccupazioni. In Pakistan, questa certezza fondamentale è venuta meno. Dall'inizio del 2025, migliaia di cittadini in possesso di documenti legittimi sono stati fermati [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] negli aeroporti dagli agenti dell'immigrazione della Ageniza Federale di Investigazione (FIA) pochi istanti prima dell'imbarco. Gli ufficiali descrivono questa iniziativa come misura per contrastare la tratta di esseri umani [it]. Per molti viaggiatori, invece, si tratta di un attacco ai propri diritti e alla propria dignità.
Blocco dell’imbarco senza spiegazioni
Il termine “offloading” è diventato sempre più comune in città come Lahore, Sialkot, Islamabad e Karachi. Descrive il rifiuto all'ultimo minuto di un passeggero per un volo internazionale che ha già effettuato il check-in, superato i controlli di sicurezza e raggiunto l'immigrazione. Non viene emesso alcun ordine scritto. Non viene fornita alcuna motivazione chiara. I viaggiatori con biglietti confermati e visti validi, spesso si ritrovano a tornare nelle sale d’arrivo con i loro passaporti timbrati e i viaggi cancellati.
Quello che colpisce è la portata di questi eventi sfortunati. Famiglie dirette all’Umrah, il pellegrinaggio musulmano alla Mecca in Arabia Saudita, lavoratori con contratti di lavoro nel Golfo e piccoli commercianti in volo per incontrare soci all'estero hanno tutti riferito di essere stati fermati. La pratica è stata registrata soprattutto nella regione di Gujrat e Sialkot in Pakistan, un'area nota per la migrazione legale di manodopera.
Cosa ha dato inizio a tutto questo?
Le origini di questa repressione risalgono alla tragedia della nave greca avvenuta nel dicembre 2024, in cui morirono più di 300 pakistani mentre tentavano di raggiungere illegalmente l'Europa via mare. Le immagini del naufragio hanno sconvolto il Paese e suscitato aspre critiche a livello internazionale. In risposta, il Primo ministro Shehbaz Sharif ha dato l'ordine alle agenzie di smantellare le reti di contrabbando, e la Federal Investigation Agency (FIA), l'organo pakistano preposto alla sicurezza delle frontiere e all'intelligence, ha ricevuto l'incarico di intercettare i presunti migranti illegali prima della loro partenza.
Anche gli stati di destinazione hanno aumentato la pressione. I funzionari degli Emirati Arabi uniti e di altri paesi del Golfo hanno chiesto controlli più severi dopo ripetute infiltrazioni di lavoratori privi di documenti. Quella che era iniziata come una campagna mirata si è presto trasformata in una politica generale che ha creato disagi sia ai trafficanti che ai normali viaggiatori.
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La spiegazione ufficiale sembra ragionevole. Lo Stato afferma di voler proteggere i propri cittadini da percorsi pericolosi e di fermare i migranti in possesso di documenti falsi. Tuttavia, la maggior parte dei racconti dei viaggiatori rivela una realtà diversa. Le decisioni prese allo sportello dell'immigrazione spesso dipendono dall'istinto piuttosto che dalle prove. I giovani provenienti da città come Gujrat [it], Mandi Bahauddin o Narowal, nel Punjab, attirano particolare attenzione. Chi viaggia per la prima volta deve rispondere a un numero maggiore di domande. Le persone vestite in modo semplice vengono interrogate in modo più aggressivo rispetto a quelle in abito elegante. Anche le rotte di volo indirette destano sospetti, nonostante corrispondano alla destinazione del titolare del visto. Quando un funzionario ha dei dubbi, il passeggero viene allontanato. Il 23 novembre 2025, nove uomini all'aeroporto di Sialkot sono stati allontanati da un volo diretto a Gibuti nonostante i loro visti fossero stati verificati. Avevano pagato i biglietti, prenotato l'alloggio e superato i controlli di sicurezza senza problemi. Dopo l'accaduto, sono tornati a casa portando con loro soltanto perdite.
Problemi legati alle misure generali
Un problema più grande è che il sistema considera il sospetto come colpa. Un viaggiatore può essere bloccato mentre sta per lasciare il Paese a causa di qualsiasi First Information Report (FIR) [Segnalazione ufficiale di primo intervento] registrato a suo nome, anche se il caso è vecchio o contestato. I tribunali non esaminano questi blocchi in tempo reale. Un funzionario si limita a dichiarare che il nome di un viaggiatore è segnalato nel sistema, una frase che, secondo i viaggiatori, viene talvolta utilizzata per segnalare una richiesta di pagamento senza chiedere apertamente una tangente. Una disputa terriera, una lite di vicinato o una denuncia risalente a dieci anni prima possono compromettere un contratto di lavoro o un viaggio di famiglia.
Ne consegue una violazione dell’Articolo 15 della Costituzione pakistana, secondo cui ogni cittadino ha il diritto di lasciare il Paese. Molti viaggiatori lo hanno imparato a proprie spese agli sportelli aeroportuali, dove non è possibile presentare ricorso, non vi sono funzionari di grado superiore che possano intervenire e non viene fornita alcuna spiegazione scritta.
Interi distretti del Gujarat e di Sialkot si sentono ora presi di mira. La regione, da cui provengono sia lavoratori regolari che migranti irregolari, è diventata il punto focale della repressione. La Camera di Commercio e Industria del Gujarat ha espresso preoccupazione per il fatto che i suoi imprenditori vengano profilati in base ai loro indirizzi di residenza. Questa regione genera miliardi di valuta estera ogni anno attraverso le rimesse dei migranti, sostenendo innumerevoli famiglie. Eppure i suoi residenti sono sottoposti a controlli molto severi. Anche i passeggeri in partenza da Karachi con passaporto del Punjab segnalano lunghi interrogatori e controlli ripetuti dei documenti, e molti viaggiatori alla prima esperienza riferiscono di essere spesso bloccati alla partenza. Il peso del sospetto grava su una regione che da tempo sostiene l'economia del Pakistan.
La situazione si è ulteriormente complicata alla fine del 2025, con la diffusione di voci sui nuovi requisiti burocratici per i lavoratori che desideravano recarsi all'estero. Il sistema del Protector of Emigrants era già alle prese con ritardi e timbri falsi, e l’introduzione di un requisito aggiuntivo non ha fatto che aumentare l’ansia. Ai viaggiatori è stato chiesto di procurarsi dichiarazioni giurate firmate da almeno un funzionario pubblico di primo livello, attestanti che non avrebbero richiesto asilo all’estero. Molti si sono adeguati per paura. Alcuni si sono comunque visti negare l’imbarco, mentre altri non hanno potuto partire se non pagando tangenti. Il Ministro Chaudhry Salik Hussain ha poi negato l'esistenza di una simile norma. Il danno, tuttavia, era già stato fatto: oggi i lavoratori arrivano con fascicoli di documenti superflui, perché non si fidano più delle informazioni fornite negli aeroporti.
L'esperienza di vedersi negare l'imbarco è dura. I passeggeri vengono invitati a spostarsi con discrezione. I loro bagagli vengono restituiti, i biglietti decadono e i funzionari si limitano a dichiarare che l’ordine proviene dalla FIA. Il colpo economico può essere pesante. Un lavoratore diretto in Arabia Saudita può perdere i risparmi di un’intera famiglia. Un commerciante può perdere una fiera o la firma di un contratto per cui si era preparato per mesi. Una famiglia in viaggio per l’Umrah può vedere vanificati i pagamenti per hotel e trasporti. Molti hanno contratto prestiti o venduto terreni per finanziare questi viaggi. Escono dall’aeroporto con il passaporto annullato e un senso di profonda frustrazione.
Resta una domanda centrale: questo rigoroso controllo ha davvero ridotto il traffico di esseri umani? Non ci sono segnali chiari che lo abbia fatto. Le reti che una volta utilizzavano gli aeroporti ora spostano le persone attraverso il Balochistan e il confine con l'Iran. Altri si affidano a rotte marittime che evitano completamente i principali aeroporti. Nel frattempo, l’ansia tra i viaggiatori regolari è aumentata. Il costo di voli persi, lavori perduti e fiducia compromessa è enorme. Il giro di vite sembra aver cambiato solo le rotte, senza risolvere realmente il problema.
Le promesse del governo
Questa situazione ha aperto un dibattito costituzionale. I tribunali del Lahore e del Sindh stanno esaminando petizioni che contestano il respingimento dei passeggeri senza un giusto processo. Gli avvocati sostengono che negare l’uscita sulla base di accuse, anziché di condanne, violi lo spirito della legge. Lo Stato ha il dovere di combattere il traffico di esseri umani con serietà. Non ha il diritto di trattare intere comunità come sospette né di permettere che i banchi aeroportuali diventino centri di autorità incontestati.
I lavoratori pakistani all’estero hanno inviato a casa quasi 30 miliardi di dollari nel 2024 e nel 2025. Questi lavoratori non sono un peso: sono la linfa vitale del Paese. Proteggerli significa rispettarne i diritti, applicare regole eque e fare affidamento su un controllo basato sull’intelligence. Richiede interventi mirati contro veri trafficanti e reti criminali, non un generico profilaggio ai banchi aeroportuali.
Il Pakistan ha bisogno di misure decise contro il traffico di esseri umani, ma la forza non deriva dal solo sospetto.
Un analista delle migrazioni spiega che “Lo Stato può contrastare il traffico senza mettere in dubbio ogni viaggiatore legittimo, e qualsiasi sistema che renda incerta la mobilità lecita indebolisce inevitabilmente la fiducia del pubblico”.






