Il miraggio di marmo: la facciata da record di Ashgabat contraddice la realtà del Turkmenistan

A panoramic view of Ashgabat’s white marble skyline.

Veduta panoramica dello skyline in marmo bianco di Ashgabat. Foto: John Pavelka via Wikimedia Commons. CC BY 2.0

La capitale del Turkmenistan, Ashgabat, non sembra una capitale viva; sembra il set di un film ad alto budget in cui gli attori sono scomparsi. Nel 2013, la città si è assicurata un posto nei Guinness dei primati  [en, come tutti i link successivi, salvo diversa indicazione] per la più alta densità di edifici rivestiti in marmo bianco: ben 543 strutture ricoperte da 4,5 milioni di metri quadrati di scintillante roccia italiana.

Sotto il sole implacabile dell'Asia centrale, la città è accecante: un paesaggio monocromatico di torri d'avorio e statue ricoperte in foglia d’oro che proiettano un'immagine di perfezione assoluta e incrollabile. I video ripresi da terra rivelano una città inquietantemente “impeccabile”, eppure stranamente priva del caos che si riscontra tipicamente in una capitale nazionale.

Tuttavia, questa scelta estetica è più di una semplice architettura; è un manifesto promosso dallo Stato. Il regime del presidente Serdar Berdimuhamedow, una dittatura di fatto, utilizza questa “Città bianca” come strumento visivo per proiettare potere e stabilità verso l’esterno, mascherando il profondo isolamento del Paese e le sue difficoltà economiche. Creando un ambiente esteso e sterile di “perfezione”, il governo tenta di costruire una narrativa di prosperità nazionale, mentre le strade stesse rimangono silenziose e disconnesse dalle persone per cui sarebbero state costruite.

Il paradosso dei 14 miliardi di dollari

La trasformazione urbana di Ashgabat ha comportato un costo impressionante, stimato in oltre 14 miliardi di dollari. Questo titanismo finanziario è alimentato dall’ “oro blu”, le riserve di gas naturale del Turkmenistan, le quarte più grandi al mondo. Sebbene il governo ricavi l’85% delle proprie entrate dalle esportazioni energetiche verso Cina, Russia e potenzialmente Europa, questa ricchezza raramente si traduce in benefici concreti per la popolazione.

White marble residential complexes along the Garyşsyzlyk Avenue in Ashghabat. Photo: Bayram A via Wikimedia Commons. CC BY-SA 4.0.

Complessi residenziali in marmo bianco lungo l’avenue Garyşsyzlyk ad Ashgabat. Foto: Bayram A via Wikimedia Commons. CC BY-SA 4.0.

Invece, viene convogliato in progetti di facciata. Dalla più grande ruota panoramica indoor del mondo allo stadio a forma di ferro di cavallo più grande al mondo, le priorità del governo sono chiare. Questa ossessione per la grandiosità risale al primo presidente del Paese, il defunto Saparmurat Niyazov, che ordinò la costruzione di un castello di ghiaccio nel mezzo del deserto. Oggi, questa eredità continua sotto un sistema rigido in cui lo Stato dichiara di ottenere quasi il 99% dei voti elettorali mantenendo al contempo un tasso di disoccupazione stimato intorno al 60%.

Il risultato è la “Città dei morti”: una capitale da record che solo i cittadini legalmente registrati possono abitare, lasciando i nuovi quartieri inquietantemente vuoti.

La scarsità dietro lo splendore

Mentre Ashgabat vanta il primato per il maggior numero di vasche con fontane in uno spazio pubblico, attive giorno e notte come celebrazione del potere statale, il resto del Paese è arido. Il Turkmenistan sta attualmente affrontando una crisi idrologica e umanitaria in peggioramento.

La sopravvivenza della nazione dipende dal fiume Amu Darya, un’arteria vitale che si sta rapidamente ritirando sotto la duplice pressione dei cambiamenti climatici e della cattiva gestione regionale. Nelle province rurali, l’acqua è un bene di lusso sempre più raro, mentre nella capitale resta un elemento decorativo, utilizzato per mantenere i parchi lussureggianti e artificiali della “Città bianca”.

The Oghuz Khan and Sons fountain complex.

Complesso delle fontane Oghuz Khan and Sons. Foto: Wikimedia Commons. Licenza CC BY 2.0

A questa disparità si aggiunge una crisi della sicurezza alimentare in peggioramento. Nonostante le facciate in marmo e la ricchezza generata dal gas naturale, il Turkmenistan importa il 60% del proprio fabbisogno alimentare. La famiglia turkmena media è stretta nella morsa dell’iperinflazione e della scarsità, spesso spendendo tra il 70 e l'80% del proprio reddito totale per i generi alimentari di base. Vere e proprie “code per il pane” sono diventate parte della vita quotidiana. I cittadini attendono per ore davanti ai negozi statali nella speranza di acquistare farina o olio sovvenzionati, per poi essere respinti quando le scorte inevitabilmente si esauriscono.

Mentre l’elemosina e la ricerca di cibo tra i rifiuti sono fenomeni sempre più diffusi nelle province, i media controllati dallo Stato diffondono una realtà parallela di abbondanza. Paradossalmente, proprio mentre i cittadini faticano ad alimentarsi, il regime pianifica la chiusura dei programmi di sussidio alimentare, sostenendo che la popolazione sia abbastanza prospera da affrontare un “mercato libero”.

A questo abbandono sistemico si accompagna lo sfruttamento; migliaia di lavoratori del settore pubblico, tra cui insegnanti e medici, vengono costretti ogni stagione a lavorare nei campi di cotone come manodopera manuale per sostenere le quote agricole del regime. In senso letterale, il marmo di Ashgabat è costruito sulla terra arida e sul lavoro sfruttato del suo popolo.

Il microscopio digitale e fisico

Questa evidente discrepanza tra la capitale rivestita di marmo scintillante e la popolazione che fatica ad arrivare a fine mese rimane incontrastata a causa del regime totalitario instaurato nel 1991 [it], quando il Paese ottenne l’indipendenza dall’Unione Sovietica. Il Turkmenistan è una delle società più chiuse al mondo, per livello di isolamento e restrizioni è forse eguagliato soltanto dalla Corea del Nord.

La KNB (polizia segreta) intercetta ogni movimento digitale, e l’uso di una VPN è un reato punibile. Le informazioni sono strettamente razionate; le pubblicazioni straniere e le biblioteche sono state sistematicamente chiuse e sostituite dalla propaganda di Stato come Ruhnama — una guida spirituale scritta dall’ex dittatore Saparmurat Niyazov, un tempo obbligatoria per i colloqui di lavoro e per gli esami di guida.

The Arch of Neutrality, featuring a gold-plated statue of the former president.

L'Arco della Neutralità, con una statua placcata in oro del presidente in carica all’epoca. Foto: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

La sorveglianza è anche fisica e fortemente connotata dal punto di vista di genere. Vi sono stati casi di donne licenziate da impieghi pubblici per aver indossato trucco, ciglia finte, o abiti “occidentali”, invece dell'abbigliamento tradizionale. I giovani uomini vengono trattenuti e forzati a radersi se le loro barbe sono considerate “troppo radicali”. Anche i viaggi vengono usati come strumento di controllo; lo Stato mantiene un’ampia lista nera di cittadini a cui è vietato lasciare il Paese, intrappolandoli di fatto entro i propri confini.

Coloro che osano sfidare questa narrativa spesso “scompaiono”. La campagna “Prove They Are Alive!” documenta oltre 120 casi di sparizioni forzate, tra cui l'ex ministro degli Esteri Boris Shikhmuradov e la giornalista Ogulsapar Muradova, il cui corpo mostrava evidenti segni di tortura al momento della restituzione. Nelle carceri come Ovadan-Depe, il dissenso viene messo a tacere attraverso isolamento e privazione del cibo, lontano dalle fontane scintillanti.

All'osservatore internazionale, Ashgabat appare come una moderna “Theresienstadt” — la città utilizzata da Adolf Hitler per ingannare gli ispettori della Croce Rossa — una facciata costruita per nascondere un interno in decadenza. Analogamente, Ashgabat è un capolavoro di depistaggio, un luogo in cui la grandiosità architettonica viene utilizzata come arma per occultare un Paese con un punteggio di libertà di 1 su 100.

La tragedia del “Miraggio di marmo” è che si tratta di un progetto di ostentazione costruito su fondamenta di scarsità. Con l’accelerazione dei cambiamenti climatici e il continuo arretramento del fiume Amu Darya, i parchi lussureggianti e pieni di fontane della capitale diventeranno sempre più difficili da giustificare. È una lezione per il XXI secolo: un regime può importare i migliori materiali dall’Italia e dalla Turchia, ma non può importare un’anima per una città svuotata dalla paura.

In definitiva, la grandezza di una nazione non si misura in tonnellate di marmo importato né nell’altezza da record dei suoi monumenti. La vera prosperità risiede nel benessere, nella sicurezza alimentare e nella libertà digitale delle persone che percorrono le sue strade. Ashgabat può brillare intensamente sotto il sole, ma senza le fondamenta dei diritti umani e della dignità resta un monumento fragile e vuoto all’eccesso.

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