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Mancavano nove giorni. Nove giorni alla scadenza, dopo i quali il disegno di legge sarebbe decaduto e anni di lavoro sarebbero tornati al punto di partenza. Il 10 giugno 2026 il Senato colombiano ha votato e approvato la legge, rendendo la Colombia il primo paese dell'America Latina a vietare le mutilazioni genitali femminili. La legge 440 del 2025, conosciuta come “Niñas sin Ablación” (“Ragazze senza ablazione”) es, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], non è nata in un ufficio legislativo, ma nelle comunità che ne avevano più bisogno.
Il 22 marzo 2007, tre neonate della comunità Emberá Chamí sono morte per un'infezione contratta dopo essere state sottoposte a mutilazioni genitali. È il primo caso documentato e registrato ufficialmente. Si ritiene però che non sia stato il primo in assoluto.
Vittoria!
La Colombia approva il divieto di mutilazione genitale femminile
Il Senato ha approvato in sede di dibattito finale il disegno di legge “Corpi liberi dalle mutilazioni genitali femminili”.Abbiamo una notizia storica! 💜
Il Congresso ha approvato una legge per prevenire, affrontare ed eradicare le mutilazioni genitali femminili. Questa pratica consiste nel tagliare o lesionare i genitali di ragazze e donne senza alcuna ragione medica e può lasciare conseguenze fisiche ed emotive permanenti.
Molti non lo sanno, ma questo fenomeno si verificava anche nel nostro Paese. Per anni la Colombia è stata l'unico Paese dell'America Latina in cui questa pratica continuava a essere documentata frequentemente, senza una legge specifica per contrastarla.
La nuova legge crea una politica pubblica nazionale. Rafforza i percorsi di prevenzione e cura, stabilisce protocolli per proteggere le vittime, forma il personale sanitario, promuove campagne di sensibilizzazione e crea meccanismi di follow-up per garantire che nessuna ragazza rimanga senza protezione.
Ma questa notizia è molto più di una semplice legge. È il risultato di anni di lavoro da parte di donne indigene, leader Emberá, organizzazioni femministe, personale medico e difensori dei diritti umani, che si sono rifiutati di accettare che questa violenza potesse continuare a verificarsi in silenzio.
Oggi celebriamo chi ha alzato la voce. Celebriamo chi ha perseverato quando nessuno ascoltava.
Celebriamo le ragazze che cresceranno con maggiore protezione, più diritti e più opportunità di vivere libere da questa violenza.
Perché ci sono progressi che non sempre finiscono sui giornali, ma che possono cambiare la vita di intere generazioni.
E proteggere le ragazze sarà sempre un motivo per festeggiare. ✨
Da allora, la Colombia è rimasta l'unico Paese dell'America Latina a riconoscere ufficialmente che la mutilazione genitale femminile è ancora praticata entro i suoi confini. Lungi dall'essere fonte di vergogna, questo riconoscimento ha permesso allo Stato di iniziare ad agire. Ha anche contribuito a inserire l'eliminazione di questa pratica nell'agenda globale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Vent'anni dopo, però, in assenza di una legge a sostegno di questi sforzi, il solo riconoscimento non è bastato a proteggere nessuna bambina.
La mutilazione genitale femminile, indicata in alcune comunità come “guarigione”, “correzione” o “operazione”, consiste nella rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili senza alcuna giustificazione medica. In Colombia viene praticata su bambine di età compresa tra i 17 giorni e i 12 anni. Secondo le organizzazioni sanitarie internazionali le conseguenze sono permanenti [en]: emorragie, infezioni croniche, complicazioni durante il parto, traumi psicologici, disturbi comportamentali, ansia, depressione e, nei casi più gravi, la morte.
Una legge nata dalle testimonianze delle sopravvissute, guidata dai numeri
Le cifre ufficiali rivelano solo una parte del quadro. Lo Stato viene in genere a conoscenza dei casi quando le ragazze arrivano in ospedale con complicazioni, ma molte comunità colpite si trovano a ore di distanza dalla struttura sanitaria più vicina. Quello che viene registrato resta sempre inferiore a quello che accade realmente.
Ciononostante, i dati disponibili bastano a dimostrare la portata del problema. Il Ministero della Salute colombiano ha segnalato 91 casi nel 2023 e 54 nel 2024, anche se non esiste un registro nazionale consolidato poiché molti casi si verificano in comunità remote prive di accesso al sistema sanitario. Tra il 2020 e il 2025 l'Istituto Nazionale della Salute ha documentato 204 casi, di cui 177 riguardanti ragazze indigene, soprattutto nei dipartimenti di Risaralda e Chocó.
Nel solo comune di Pueblo Rico, tra il 2013 e il 2014 sono stati registrati 46 casi: 32 riguardavano neonate di età inferiore a un anno, 11 bambine tra uno e due anni. I dati dell'Organizzazione Nazionale Indigena della Colombia, corroborati dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA), indicano che due donne Emberá su tre hanno subito mutilazioni genitali. Le autorità hanno inoltre identificato casi tra le comunità afrocolombiane, Raizal, Palenquero e migranti.
Non stiamo parlando di adulti. Stiamo parlando, nella stragrande maggioranza dei casi, di neonate.
È stata proprio questa realtà a spingere le donne Emberá, molte delle quali sopravvissute, a smettere di aspettare e a iniziare a costruire soluzioni all'interno delle proprie comunità. La legge è nata da anni di dialogo con le comunità colpite, che chiedevano strumenti concreti per proteggere le loro figlie.
L'approccio non è punitivo, ma è una scelta deliberata. Criminalizzare le nonne e le levatrici tradizionali scoraggerebbe le famiglie dal portare le bambine in ospedale in caso di complicazioni. Morirebbero più bambine, non meno.
La legge istituisce un comitato interistituzionale composto da agenzie governative, dall'Istituto Colombiano per il Benessere Familiare (ICBF [en]), da organizzazioni della società civile e da rappresentanti delle stesse comunità colpite. Crea percorsi di cura, protocolli sanitari obbligatori, sistemi di raccolta dati più solidi e un approccio interculturale che riconosce la complessità del problema senza usarla come scusa per l'inazione.
Alejandrina Guasorna: la testimonianza di una sopravvissuta
In un'intervista a El País, Alejandrina Guasorna ricorda quando aveva 74 anni e sua sorella confermò quello che le voci suggerivano da tempo: il giorno della sua nascita, qualcuno le aveva asportato il clitoride. Una lametta, un chiodo riscaldato, una stanza chiusa, poi il silenzio.
Nessuno glielo aveva mai detto. Né sua madre, né alcuna delle donne della sua comunità Emberá a Pueblo Rico, Risaralda. È cresciuta ignara, ha vissuto la sua vita ignara, ed è persino diventata levatrice senza saperlo, aiutando a far venire al mondo altre bambine che avrebbero potuto subire la stessa sorte.
Quello che pesa di più nella sua storia non è il momento che non ricorda: è tutto quello che ricorda. Le bambine morte, le emorragie, le infezioni, i piccoli corpi che non sono riusciti a sopravvivere.
Poi arrivò la frase più devastante di tutte: “Ci portavano sempre ragazze morte. Pensavamo fosse normale”. Non si trattava di ignoranza. Si trattava di un'intera comunità condizionata per generazioni a non vedere, a non parlare, a seppellire le proprie figlie e andare avanti.
Guasorna contesta uno degli argomenti più comuni usati per giustificare l'inazione. Non si tratta di un'antica e immutabile tradizione. A differenza di quanto accade in alcuni paesi africani, non è sempre praticata da levatrici tradizionali. È piuttosto una pratica tramandata di generazione in generazione, in comunità marginalizzate con accesso limitato all'istruzione e scarsa presenza statale, dove nessuno ha mai spiegato che quello che veniva fatto ai loro corpi non era né normale né necessario.
La strada che rischiò di interrompersi prima del traguardo
L'approvazione della legge fu tutt’altro che semplice [en]. Il disegno di legge superò due dibattiti alla Camera dei Rappresentanti nel 2025 e fu poi approvato all'unanimità dalla Prima Commissione del Senato. Per settimane, però, il dibattito finale, l'unico passo rimanente, restò bloccato alle posizioni 12 o 13 dell'agenda legislativa, dietro a questioni come i buoni scuola e i sussidi per i trasporti.
La scadenza era il 20 giugno. Il ballottaggio presidenziale era previsto per il 21 giugno [en]. Pochi politici volevano complicare ulteriormente le cose.
Il fatto stesso che la votazione si sia svolta, dato il clima politico colombiano [en], non è cosa da poco. È il risultato di anni di pressioni da parte di donne che non avevano nulla da guadagnare politicamente, ma tutto da guadagnare a livello personale.
Le mutilazioni genitali femminili sono praticate [en] in almeno 94 paesi e colpiscono oltre 230 milioni di ragazze e donne in tutto il mondo. Di questi 94 paesi in cui la pratica è stata documentata, solo 59 hanno leggi che la regolamentano specificamente. La maggior parte è concentrata in Africa, Europa e Nord America.
Fino all'approvazione di questa storica legge, l'America Latina non ne aveva nessuna.
Leandra Becerra, consulente legale [en] di Equality Now per l'America Latina, ha riassunto il significato del momento successivo all'approvazione della legge: “Questo risultato è il culmine di anni di lavoro coordinato da parte di sopravvissute, attivisti e legislatori. La sfida ora è garantire che la legge venga attuata efficacemente, con una volontà politica costante e risorse adeguate, affinché nessuna ragazza in Colombia sia mai più sottoposta a mutilazioni genitali femminili”.
Il presidente Gustavo Petro deve ancora firmare formalmente la legge, ma la parte più difficile è già stata compiuta. La Colombia ha deciso che le mutilazioni genitali femminili non possono più continuare.






