
Una classe di bambini rohingya di un campo profughi bangladese che canta canzoni in inglese in un centro di apprendimento dell'UNICEF, fondato grazie agli aiuti raccolti nel Regno Unito. Crediti fotografici: Anna Dubuis/DFID tramite Flickr. CC BY 2.0.
Questo articolo fa parte della serie Spotlight di Global Voices sul tema “Apolidia” [en, come i link seguenti, salva diversa indicazione] di luglio 2026. Offre approfondimenti sul tema dell'assenza di cittadinanza e su come questa condizione limiti la libertà di movimento, il diritto alle opportunità educative, l'accesso politico e altro ancora. Puoi sostenere questa iniziativa facendo una donazione qui.
Nonostante abbiano vissuto per generazioni nello stato di Rakhine nel Myanmar, i rohingya continuano a essere la più grande popolazione apolide al mondo a causa del sistematico rifiuto di riconoscere loro la cittadinanza. Nove anni dopo la fuga di 750.000 rohingya dalla violenza nello stato di Rakhine verso la sicurezza del Bangladesh, quasi un milione di loro continua a rimanere intrappolato in 33 affollati campi profughi a Cox’s Bazar. Questo limbo giuridico li ha di fatto privati dei loro diritti di base all'istruzione, all'assistenza sanitaria o alla protezione prevista dalle leggi nazionali, lasciandoli interamente dipendenti dagli aiuti umanitari internazionali.
Quando una ragazza non può contare su uno stato che le concede diritti né su un sistema funzionante che li tuteli, il matrimonio è spesso una delle uniche vie a cui le famiglie possono ricorrere per assicurarle una parvenza di stabilità.
Maryam, una minore rohingya [it] del campo profughi di Kutupalong a Cox’s Bazar in Bangladesh, aveva 13 anni quando il suo centro di apprendimento è stato chiuso. La prima ad accorgersi della sua assenza è stata la sua insegnante che ha notato che la sedia, occupata da una ragazzina attenta e silenziosa, era vuota. Nelle tre settimane successive alla chiusura del centro a seguito del taglio dei fondi USAID nel 2025, la madre di Maryam aveva già accettato una proposta di matrimonio per la figlia.
Il promesso sposo aveva 34 anni. Una figura religiosa locale aveva detto alla famiglia che era spiritualmente pericoloso rimandare il matrimonio, dal momento che Maryam aveva già raggiunto la pubertà. La madre, una vedova, indebitata e con tre figli più piccoli da mantenere, ha accettato la motivazione così come l'aiuto economico che le veniva offerto. La dote richiesta era di appena 2.000 Taka, l'equivalente di circa 16 dollari.
Nessuno si è opposto, nonostante il fatto che in Bangladesh l’età legale minima per contrarre matrimonio sia 18 anni per le donne e 21 per gli uomini. Il contratto è stato preparato dal majhee, ossia da uno dei capi del campo.
Oggi Maryam ha 14 anni e aspetta un bambino. I suoceri non le consentono di tornare a scuola nonostante la recente apertura di nuovi centri di apprendimento nelle vicinanze. La sua insegnante spiega che quando una ragazza si sposa, non torna mai a scuola con i suoi sogni. La situazione di Maryam è ormai inalterabile.
La scelta impossibile di una vedova
Negli altri 33 campi profughi la situazione non cambia. Nei sottodistretti di Ukihya e Teknaf, nel Bangladesh meridionale, si è verificata un'altra vicenda simile, anche se caratterizzata da una violenza più silenziosa rispetto a quella del campo 20. Suriya, una donna di 40 anni, rimasta vedova dopo la morte del marito durante la fuga via mare dal Myanmar, aveva un debito che non riusciva a ripagare. Sua figlia Fatima aveva 14 anni. Il majhee del blocco, un uomo sulla cinquantina con tre mogli in vita che controllava la distribuzione degli aiuti alimentari e la registrazione dei matrimoni dell'intero blocco, le aveva offerto aiuto per mesi: più razioni di cibo, cancellazione dei debiti e promesse di protezione.
Considerata la situazione impossibile, Suriya ha optato per l'opzione migliore. Una casistica che il policy brief, pubblicato dal Centro per la Pace e la Giustizia della BRAC University documenta in modo preciso: “In molti casi, la pressione al matrimonio viene esercitata da coloro che offrono assistenza e altre forme di protezione e sostegno. Il majhee aveva bisogno di una quarta moglie: nella sua comunità avere più mogli non è considerato un eccesso, ma una conferma dello status di leader”. “Se un majhee non ha almeno quattro mogli, non è considerato un leader”, ha spiegato un operatore umanitario durante un'intervista. Fatima è semplicemente diventata una transazione. Il matrimonio è stato celebrato in modo ufficioso. Non è stata richiesta l'approvazione dell’ufficio di direzione del campo (CiC) e non è stata presentata alcuna documentazione che comprovasse l'età della ragazza.
Queste due storie non sono eccezioni, ma stanno diventando la norma.
I numeri dietro al silenzio
Quello che accade all'interno dei campi viene raramente documentato in singoli set di dati. I casi di matrimoni precoci accertati tra i rifugiati sono aumentati del 21% nell'ultimo anno, i rapimenti di minori sono più che quadruplicati raggiungendo 560 casi denunciati e il reclutamento di minori da parte di bande armate è aumentato di 8 volte nel s025. Da uno studio del 2021 sul modello di utilizzo dei contraccettivi tra i rohingya ospiti nei campi profughi è emerso che l'età media dei primi matrimoni si aggira intorno a 15,7 anni e che oltre il 62% delle donne rohingya presenti nei campi si era sposata prima dei 18 anni. Queste cifre erano già state documentate prima dell'ultimo collasso dei finanziamenti e da allora sono probabilmente aumentate.
Patrick Halton, responsabile della tutela dei minori dell'UNICEF, ha direttamente collegato queste cifre con la chiusura dei centri di apprendimento: “Dopo la riduzione dei fondi, abbiamo dovuto ridimensionare significativamente il settore dell'istruzione. In termini pratici, ciò ha significato che i bambini non avevano necessariamente qualcosa da fare e di conseguenza favorito l'aumento del numero di matrimoni precoci”.
Un dato confermato anche da un'educatrice che insegna nelle classi di livello superiore in un'intervista: “Ho riscontrato un numero significativo di abbandoni scolastici riconducibili a matrimoni precoci. Quando una ragazza si sposa, non ritorna mai a scuola con i suoi piccoli sogni. Nella maggior parte dei casi, i suoceri non glielo permettono”.
Religione, pubertà e l'architettura del consenso
Perché le famiglie, come quelle di Maryam, non si oppongono? Che ruolo gioca la religione? La logica prevalente in molti campi è questa: appena una ragazza raggiunge la pubertà, è in età da marito e rimandare il matrimonio attira il peccato.
Nel policy brief citato è emerso che nella decisione sono spesso coinvolti i capi religiosi. Ciò significa che se la minore ha un'età appropriata e la situazione lo permette, i genitori devono farla sposare per proteggerla dall'impudicizia. Questo è il contesto operativo di molte famiglie e soprattutto di quelle in cui è assente una figura maschile istruita.
Un project manager del settore umanitario, intervistato per e-mail, ha descritto in modo chiaro la realtà: “le ragazze vengono fatte sposare prima di aver ricevuto un'adeguata educazione sessuale”. Ha poi aggiunto qualcosa di ancora più allarmante, ossia che molte di queste ragazze non hanno alcuna idea di cosa significhino tortura o strupro coniugale. “Credono che i mariti abbiano il diritto di torturarle”, ossia sono consapevoli dell'esistenza della violenza nei rapporti coniugali, ma viene presentata loro come “normale”.
La tendenza dei genitori a preferire un’educazione nelle madrase al percorso scolastico generale aggrava questa architettura, sia perché l'educazione religiosa è principalmente incentrata sulla recitazione del Corano sia perché, a un livello più profondo, la legge islamica opera a fianco dei centri di apprendimento ufficiali gestiti dalle ONG. I campi ospitano circa 1000 madrase, che nei 33 campi profughi sono considerate infrastrutture comunitarie e godono della massima fiducia.
“La maggior parte dei genitori non vuole che le loro figlie ricevano un'educazione scolastica formale e preferiscono che frequentino le madase perché ricevano esclusivamente un'educazione religiosa”, ha puntualizzato il project manager.
Ciò significa anche che fin dal momento dell'apertura, i centri di apprendimento hanno dovuto lottare contro l'ideologia dei genitori.
Effetti del crollo del sistema della dote
La ricerca accademica ha mostrato che in Myanmar il matrimonio precoce era in parte scomparso a causa dell'effettivo costo dei matrimoni, che si aggiravano intorno ai 2300 – 3300 dollari, comprese le tangenti ai funzionari militari e ulteriori costi. Questa architettura finanziaria non esiste più nei campi: l'ammontare delle doti è calato, non sono più necessarie tangenti e le tariffe spettanti ai militari non esistono più.
Nelle note di ricerche precedenti si leggeva: “In alcuni casi, ciò significa che i matrimoni avvengono prima dei 18 anni”. La rimozione delle barriere finanziarie nei campi profughi ha rimosso di fatto uno dei più efficaci deterrenti al matrimonio precoce.
Il sistema di razionamento dei campi ha introdotto ulteriori incentivi. Il fatto che gli aiuti alimentari vengano distribuiti indipendentemente dal numero di componenti del nucleo familiare fa sì che un uomo possa avere più mogli senza doversi guadagnare da vivere. L'argomentazione economica tradizionale contro la poligamia, ovvero che l'uomo è tenuto a provvedere al sostentamento dei diversi nuclei familiari in ugual misura, è completamente collassata.
Silenzio, impunità e crollo della tutela
In questi campi, i matrimoni precoci e la violenza di genere si verificano prevalentemente in silenzio. In teoria gli uffici di direzione del campo (CiC), la massima autorità in ogni campo, hanno adottato processi di approvazione e definito requisiti per i matrimoni in età precoce. Il policy brief della RBAC University documenta però che nella pratica queste regole vengono ampiamente aggirate, cosa facile da capire se si considera che i “CiC” non dispongono di team di monitoraggio per indagare approfonditamente e che i matrimoni vengono spesso celebrati in via informale.
I majhee non segnalano quello che sono stati pagati per non segnalare. I membri delle comunità che sono testimoni di violazioni spesso tacciono per evitare conflitti con chi è al potere su razioni, alloggi e mezzi di sostentamento giornalieri.
Il risultato è un ecosistema di tutela che esiste dal punto di vista strutturale ma che è carente in termini operativi. Le ragazze sono già sposate e vivono in famiglie che vietano loro di tornare a scuola, sono vittime di tratta, già incinte, quindi non recuperabili nell'ambito del ciclo di intervento esistente.
L'aumento dei matrimoni precoci a Cox’s Bazar non è una crisi che dipende da una singola causa, ma il prodotto di più cedimenti stratificati che aggravano i problemi. Il matrimonio poligamo, reso possibile dal calo dell'ammontare delle doti e da una sicurezza alimentare che dipende dal sistema di razionamento, ha trasformato donne e ragazze in “risorse” concentrate nelle mani di pochi uomini potenti.
La sedia di Maryam nel centro di apprendimento continua a essere vuota. Il silenzio su Fatima continua mentre viene trasferita nel complesso del majhee. Queste non sono tragedie marginali, ma l'esito logico di un sistema che ha esaurito gli strumenti per proteggere le persone che dovrebbe tutelare.
Il problema è non è più se i matrimoni precoci sono in aumento nei campi profughi quanto piuttosto se la comunità intenazionale, che è responsabile degli tagli dei fondi che tutelavano questi minori, sia consapevole di aver contribuito a creare le condizioni di ciò che sta attualmente accadendo.






