
I giovani adulti sono costretti a fare esercizio fisico all’interno di una struttura di rieducazione comportamentale. Screenshot dal canale YouTube della BBC cinese.
Una domenica mattina di marzo, una studentessa di musica di 21 anni è arrivata in un complesso residenziale a Pechino per tenere una lezione di pianoforte — un lavoretto che svolgeva per guadagnare i soldi necessari a finanziare i suoi studi. Ad attenderla c’erano suo padre, sua zia e due dipendenti di un istituto disciplinare privato.
I suoi parenti sostenevano che gli sconosciuti erano agenti di polizia che indagavano su un membro della famiglia. L'hanno costretta a vivere in un furgoncino, confiscandole il cellulare e portandola lontano migliaia di chilometri vicino, un istituto a porte chiuse nella provincia di Henan, in Cina, presumibilmente dedicato alla “riabilitazione dalla dipendenza da Internet”.
È rimasta lì per 11 giorni.
Il suo uso di Internet non aveva quasi nulla a che fare con la sua reclusione. Secondo un’inchiesta condotta dal Southern People Weekly [zh, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], i suoi genitori non approvavano il suo fidanzato e credevano che la loro figlia, un tempo obbediente, avesse smesso di dar loro ascolto. Hanno pagato un'istituto per isolarla, controllare la sua vita quotidiana, costringendola a terminare la relazione. Secondo quanto riportato dai media questa questa struttura richiedeva 26.800 yuan (3.970 dollari USA) per sei mesi o 36.800 yuan (5.451 dollari USA) per un anno, vitto e alloggio inclusi.
Lo staff le diceva che avrebbe potuto lasciare la struttura solo dopo aver dimenticato il suo fidanzato. Al tempo era già legalmente un'adulta e completamente indipendente
Però il suo caso rientra in un quadro più ampio.
Un mercato del controllo
Un’inchiesta condotta da China Newsweek nel luglio 2026 ha documentato diversi casi di adulti affidati dalle loro famiglie a strutture simili. Un 21enne impiegato in un negozio ha affermato che dipendenti lo hanno immobilizzato e trasportato per centinaia di chilometri dopo che i suoi genitori li avevano pagati per correggere le sue abitudini di sonno. Una donna di 25 anni che viveva da sola ha condiviso come tre persone siano entrate in casa, sequestrato il cellulare, e portata da Jiangxi in una scuola di rieducazione nell’Hubei.
In un'altro caso, un’istituzione ha consigliato ad una madre per attirare a Chongqing suo figlio 26enne promettendogli una vacanza. Lui ha trascorso 82 giorni all’interno della struttura.
Diversi ex detenuti hanno successivamente denunciato le istituzioni per detenzione illegale o limitazione della libertà personale. Le loro denunce non hanno dato luogo a procedimenti penali.
Per molti lettori fuori dalla Cina, un campo per la “dipendenza da internet“[en] può sembrare un retaggio dei primi anni 2000. In quel periodo, queste istituzioni divennero tristemente famose per le esercitazioni militari, le punizioni corporali, la reclusione forzata e i trattamenti con elettroshock. Nel 2009, il Ministero della Salute cinese[ch] ha ordinato alle strutture sanitarie di smettere di ricorrere alla stimolazione elettrica per curare la dipendenza da Internet, adducendo come motivazione l’insufficienza di prove relative alla sua sicurezza ed efficacia.
Il settore è riuscito a superare la reazione negativa dell’opinione pubblica. Ha modificato la propria comunicazione e ha continuato a operare.
Oggi, il termine “dipendenza da Internet” funge da etichetta generica per descrivere comportamenti che le famiglie disapprovano. Può includere il gioco, le relazioni sentimentali, forme di lavoro non convenzionali, orari di sonno irregolari e la resistenza alle richieste dei genitori.
Sebbene la dipendenza da internet non sia stata riconosciuta nell'ambito della Classificazione Internazionale delle Malattie, 11ª revisione (ICD-11) [en], il parametro di riferimento globale per la diagnosi della salute mentale, la Cina ha riconosciuto [en] la dipendenza da internet come una questione clinica già dal 2008. Questa terminologia ufficiale permette alle famiglie di giustificare le loro azioni. Un disaccordo si trasforma in un disturbo. La disapprovazione dei genitori diventa motivo di preoccupazione. La reclusione diventa una terapia.
Alcune istituzioni si definiscono oggi scuole di formazione specializzate, centri di educazione familiare, programmi di correzione comportamentale, centri di consulenza psicologica o organizzazioni per lo sviluppo giovanile. Queste etichette conferiscono alla reclusione forzata e alle pratiche coercitive le sembianze dell’istruzione e dell’assistenza.
Il meccanismo di base rimane chiaro. Le famiglie pagano organizzazioni private per disciplinare i bambini che considerano ingestibili.
Questo settore applica ora lo stesso modello agli adulti.
Una lacuna nell'applicazione della legge
I genitori non hanno alcuna autorità sui figli maggiorenni che godono di piena capacità civile. Legalmente non possono decidere dove i maggiorenni possono vivere, chi possono frequentare, che lavoro svolgere, o come organizzare la loro vita. Tuttavia, la pressione emotiva, la dipendenza economica e gli obblighi familiari possono mantenere viva l’influenza dei genitori, anche quando il controllo legale è cessato.
Le istituzioni disciplinari private offrono alle famiglie un modo per aggirare tale limite.
Queste istituzioni garantiscono il trasporto, la sorveglianza, la reclusione, l’isolamento, routine imposte e pressioni psicologiche. Confiscano i telefoni, limitano la libertà di movimento, controllano le comunicazioni ed esigono obbedienza. I genitori acquistano forme di controllo che non possono più imporre legalmente da soli.
Queste istituzioni estendono l’autorità genitoriale oltre i limiti previsti dalla legge. Trasformano la coercizione in un servizio commerciale.
I casi recenti rivelano inoltre una lacuna nell’applicazione della legge.
L’ Articolo 238 del Codice penale cinese proibisce trattenere illegalmente una persona o deprivarla della libertà personale.
Nel caso di una studentessa di musica di Pechino, la polizia ha emesso una comunicazione scritta di archiviazione in cui si affermava che non sussistevano “fatti di natura penale” e che non si sarebbe proceduto con il caso. I resoconti pubblicati non forniscono ulteriori motivazioni. Non spiegano in che modo la polizia abbia valutato il fatto che la famiglia abbia erroneamente identificato i dipendenti della struttura come agenti di polizia, il rapimento e il trasporto di una persona adulta, la confisca del suo telefono o la sua reclusione forzata durata undici giorni.
La comunicazione riporta ad una conclusione lasciando però irrisolta una questione: Perché la sua denuncia non è stata ritenuta sufficiente per giustificare l’avvio di un’indagine penale?
Altri casi rivelano alcuni spunti del ragionamento utilizzato nella pratica. Secondo quanto riferito, a un genitore sarebbe stato detto che l’affidamento era considerato volontario poiché la famiglia lo aveva autorizzato. Altre denunce si sono arenate a causa di questioni di giurisdizione e difficoltà nel conservare le prove. Queste spiegazioni mettono al centro la decisione dei genitori e lasciano irrisolta la questione della mancanza di consenso da parte del detenuto adulto.
La reclusione come forma di protezione
Nel Giugno 2026 un’inchiesta condotta da Jiemian News ha scoperto che all'interno di queste istituzioni persone adulte di 33 ha riferito che, in una delle sedi, la presenza di adulti e minori era pressoché pari.
Non esiste un dato ufficiale sul numero di adulti costretti a vivere in tali strutture, né sul numero di strutture presenti in tutto il Paese. Secondo quanto riportato, una struttura di Chongqing ospitava quasi 100 adulti alla fine di giugno 2026. Queste strutture sono sparse in città e province di tutta la Cina, il che significa che potrebbero esserci centinaia, se non migliaia, di adulti trattenuti contro la loro volontà perché le loro famiglie non condividono le loro scelte di vita.
I genitori descrivono l'isolamento come una protezione. Le istituzioni lo presentano come un intervento educativo, di consulenza o comportamentale. La polizia si trova di fronte a famiglie che sostengono di agire nell’interesse superiore dei propri figli adulti.
Le persone in isolamento potrebbero non avere il cellulare, non poter accedere ad assistenza legale, e non aver opportunità di contraddire la versione della famiglia. Entrambe le indagini descrivono alcune istituzioni usando registrazioni controllate per influenzare la versione dei fatti fornita alle famiglie e polizia. Ai detenuti veniva chiesto di dire che si sentivano al sicuro, che erano grati ai propri genitori o che erano pronti a porre fine alle relazioni a cui le loro famiglie si opponevano.
Il linguaggio familiare attenua l’impressione di coercizione. Un comportamento che tra estranei susciterebbe immediatamente allarme può essere considerato come un disaccordo privato quando è messo in atto da un genitore.
Questa risposta permette alle istituzioni private di operare tra servizi educativi e la privazione illegale della libertà.
Le istituzioni si basano inoltre su definizioni vaghe di “comportamento scorretto” che possono giustificare la detenzione delle persone. I casi recenti hanno riguardato una relazione sentimentale, orari di sonno irregolari, il cosiddetto gioco eccessivo, abitudini lavorative, disoccupazione e scelte professionali che i genitori consideravano inappropriate. In nessuno di questi casi era richiesta una chiara diagnosi medica.
In effetti, questo settore vende alle famiglie il potere di sospendere l’età adulta. A pagamento, fornisce trasporto, isolamento, sorveglianza, routine imposte e obbedienza sotto le spoglie dell’educazione.
La loro continua esistenza riflette ben più di un fallimento normativo. Essa mette anche in luce la persistenza di un ideale familiare in cui ci si aspetta che l’autorità genitoriale duri oltre l’età adulta e l’obbedienza rimanga un obbligo morale piuttosto che una scelta legale.
Finché tale aspettativa continuerà a confondere il confine tra preoccupazione genitoriale e libertà personale, ci sarà un mercato per le aziende disposte a vendere il controllo su adulti che sono legalmente liberi.






