
Jaume Amigó, “Papers d’aigua I”, 2023. Acrilico su carta, 290 x 420 cm (114,2 × 165,4 pollici). Foto per gentile concessione dell’artista.
Per Jaume Amigó, la pittura può essere una forma di resistenza, non riproducendo la violenza e il disordine del presente, ma creando uno spazio alternativo al suo interno. In un’epoca saturata da immagini immediate e spesso brutali, l’artista catalano si rivolge al silenzio, alla contemplazione, alla bellezza e ai ritmi della natura. “La pittura è anche un modo per prendere posizione”, afferma, attraverso “la creazione di un altro spazio possibile” che, per contrasto, “può anche diventare una forma di resistenza”.
Nato a Barcellona nel 1963, Amigó ha studiato incisione e stampa artistica alla Llotja School of Art and Design [ca]. La pittura è parte centrale della sua attività, ma ha anche lavorato con sculture, ceramiche, incisioni, allestimento e scenografia. Con sede a l’Alzina de Ribelles [en, come i link seguenti, salvo diversa indicazione], nella regione del La Noguera in Catalogna, ha esposto in numerose mostre in Spagna e all'estero, incluso il Giappone [jp], Marocco, i Paesi Bassi e la Svizzera.

Jaume Amigó nel suo studio a l’Alzina de Ribelles, in Catalogna. Foto per gentile concessione dell’artista.
L'opera di Amigó ha l'economia poetica giapponese dell’haiku: forme, ricordi e sensazioni sono ridotte all’essenziale, creando un senso di sospensione tra presenza e assenza. I suoi dipinti invitano a uno sguardo più lento, in cui il colore, il gesto e il vuoto aprono spazio alla contemplazione. Anche *Entre núvols* è stato descritto come un “haiku visibile” che distilla “una poesia dell’essenziale”.
Il viaggio è al centro del suo linguaggio visivo. Amigó si definisce “un collezionista di forme”, che assorbe sagome, materiali, trame e persino odori dal Giappone e dal Marocco. Il Giappone, che visita da decenni, gli ha insegnato “a dire di più con meno”, mentre il Marocco entra nel suo lavoro attraverso maree, tracce e paesaggi trasformati in memoria e astrazione.
In un’intervista con Global Voices, Amigó parla di memoria, intuizione, viaggi, vuoto, solitudine dello studio e del motivo per cui il silenzio e la bellezza possono diventare essi stessi forme di resistenza.
Di seguito alcuni estratti dell'intervista:

Jaume Amigó, “Between Clouds, Tinglado 2”, Moll de Costa, Porto di Tarragona, 2025. Foto per gentile concessione dell’artista.
Omid Memarian (OM): Lei ha descritto lo studio come “mobile e permeabile” all’ambiente circostante, e il suo lavoro trasforma ciò che incontra, una risaia, le nuvole, le ninfee o le tracce lasciate dalle maree in Marocco, in forme astratte. Cosa succede tra il momento in cui vede qualcosa e quello in cui la dipinge?
Jaume Amigó (JA): di solito dipingo ciò che vedo fuori dal mio studio, attingendo ai ricordi e alla memoria. È ciò che rimane di quell’esperienza, ciò che resiste al passare del tempo, che alla fine viene immortalato sulla tela o sulla carta.
In questo processo, molte forme spariscono, e restano solo quelle che considero più rappresentative. Decidendo cosa deve sparire e cosa rimane e ciò che dovrebbe rimanere è, in larga misura, un esercizio di intuizione, una sintesi di ciò che la memoria ha conservato. In questo modo, l’atto di dipingere diventa anche una forma di improvvisazione, un dialogo tra ciò che ricordo e ciò che accade proprio nell’atto stesso di dipingere.
Nel corso degli anni ho lavorato in numerosi studi, spazi in cui ho potuto trasferire ed elaborare le esperienze accumulate durante i miei viaggi e la mia vita. Ma in fondo, lo studio non è tanto un luogo fisico quanto uno spazio che si muove con me: è ovunque mi trovi in un dato momento.

Jaume Amigó, “Low tide”, 2023. Acrilico su tela, 162 x 194 cm (63,8 × 76,4 pollici). Foto per gentile concessione dell’artista.
OM: Lei ha seguito una formazione nelle tecniche di stampa artistica e incisione, mentre svolgeva anche opere a mano con carta, ceramica, ferro, pigmenti, e materiali come Caolinite [it]. In che modo il materiale e la tecnica influenzano l’opera?
JA: Fin da quando ero molto giovane, ho usato i pigmenti per creare i miei colori. È un modo per rimanere a diretto contatto con la terra e la natura, portando nella mia opera la materia del mondo che ci circonda.
Il mio processo creativo non segue alcuna regola prestabilita. È un atto in cui l’intuizione gioca un ruolo fondamentale. Nella pittura, una delle decisioni più difficili è stabilire quando un’opera è finita. Di solito è l’opera stessa a dirti che non va più toccata.
Durante il mio processo creativo, molte opere vengono abbandonate in fondo allo studio. Alcune rimangono lì per mesi o addirittura anni, finché non le ritrovo. Quando le riprendo in mano, spesso mi sorprendono in modo positivo e, in molti casi, richiedono un intervento minimo per essere completate. Altre volte, invece, le ricopro direttamente di bianco e ricomincio da capo.
Ho anche sempre sentito il bisogno di uscire dalla mia zona di comfort la pittura, e lavorare in tre dimensioni. Nel corso degli anni, ho trovato i materiali che ritengo più adatti a ciascuna idea o ossessione, sia su tela, su carta o nella scultura.

Jaume Amigó, “Feuilles blanches”. 2026. Acrilico su tela. 114 x 146 cm (44,9 × 57,5 pollici). Foto per gentile concessione dell’artista.
OM: Il Giappone fa parte della sua vita da oltre 30 anni, mentre anche il Marocco è diventato un luogo importante per la sua pratica artistica. Piuttosto che limitarsi a comparire attraverso immagini riconoscibili, questi luoghi sembrano entrare nelle sue opere attraverso i materiali, le texture, i gesti e i modi di osservare la natura. In che modo lavorare in luoghi diversi ha cambiato il suo modo di vedere?
JA: Mi sono sempre visto come un collezionista di forme, forme che, col tempo, nella mia pittura integro e trasformo. In Giappone e Marocco ho trovato una gran quantità di nuovi materiali per le mie opere: forme a me prima sconosciute, nuovi materiali, persino gli odori che hanno suscitato un certo interesse e che, in un modo o nell’altro, finiscono per diventare parte del mio immaginario.
Ho lavorato molte volte in Giappone e Marocco, e ognuna di queste mi ha arricchito. Forse la parte più interessante del viaggiare è il momento del ritorno a casa e al mio studio. È lì che posso liberarmi di tutto il bagaglio che ho accumulato durante il viaggio e, in qualche modo, mettere ordine tra ciò che ho visto, provato e raccolto.
Utilizzo sempre dei quaderni per i miei disegni e bozzetti. Ho bisogno di dare forma alle mie idee, per lasciare una traccia di tutto ciò che emerge durante il processo. Credo che le idee, se non trovano una forma sulla tela o sulla carta, alla fine si esauriscano e scompaiano.
Quando torno nel mio studio, comincio anche a guardare ciò che mi circonda con occhi diversi. Dopo essere stata via, ciò che già conosco può assumere nuove forme e significati.

Jaume Amigó, River I, 2024. Acrilico su tela, 150 x 150 cm [59,1 × 59,1 pollici]. Foto per gentile concessione dell’artista.
JA: Il Giappone è sempre stato una grande fonte d’ ispirazione per le mie opere. Viaggiando, è attraverso i paesaggi, le sue ceramiche, e i suoi dipinti, che ho scoperto la sua estetica, ma l'ho scoperta sopratutto attraverso la vita delle persone e gli amici che ho conosciuto li.
Quando ho letto The Narrow Road to the Interior di Matsuo Bashō, sono rimasto affascinato dalle sue idee e il suo modo di esprimere un concetto con straordinaria concisione e, al tempo stesso, con grande maestosità. Quasi senza rendermene conto, Bashō è diventato parte integrante del mio modo di pensare e di interpretare la pittura: come utilizzare il vuoto, come ridurre e snellire l’uso del colore, come dire di più con meno.
In un dipinto, credo che forma e vuoto abbiano lo stesso peso. È un equilibrio difficile da mettere in pratica, ma molto gratificante quando viene raggiunto. Mi interessa in particolare quella tensione tra ciò che è presente e ciò che scegliamo di tralasciare. Sono anche profondamente attratto dal concetto di impermanenza, l’idea di qualcosa destinato a scomparire, che proprio per questo motivo assume un valore speciale. È un concetto che mi interessa e che sento integrarsi in modo molto naturale nel mio lavoro.

Jaume Amigó, “Between Clouds, Tinglado 2”, Moll de Costa, Porto di Tarragona, 2025. Foto per gentile concessione dell’artista.
OM: Siamo circondati da immagini immediate, spesso brutali, di guerre, sfollamenti e sofferenza umana. Il suo lavoro richiede un tipo di attenzione molto diverso: lentezza, silenzio, astrazione, cicli naturali e le tracce di ciò che scompare. Cosa può offrire l’astrazione in un momento così brutalmente concreto?
JA: È vero che i pittori non possono sfuggire alla situazione in cui versa attualmente il mondo. Nelle mie opere, vado alla ricerca di una nuova realtà, per costruire uno spazio dove la bellezza, il silenzio, e il ciclo della natura mi aiutano a trovare il mio posto in un mondo sempre più saturo di immagini banali e prive di significato.
Dipingere da sola nel mio studio mi permette di prendere le distanze da tutto ciò, di dimenticarlo per un momento. Ma quella distanza non significa ignorarlo. Al contrario, mi permette anche di diventare più consapevole di ciò che accade intorno a me e di trovare un modo per posizionarmi rispetto ad esso.
Per me, dipingere è anche un modo di prendere posizione non necessariamente attraverso una rappresentazione diretta della realtà, ma attraverso la creazione di un altro spazio possibile: un luogo di silenzio, contemplazione e bellezza che, proprio per contrasto, può anche diventare una forma di resistenza.







