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Quando l'attualità chiama, i blogger sono già pronti

(Traduzione dell’articolo apparso il 14 marzo 2011 su The New York Times).

La rivolta che ha investito la Tunisia durava da settimane, ma per tante agenzie di stampa internazionali la corsa al servizio è partita solo quando il Presidente Zine el-Abidine Ben Ali è fuggito, ponendo fine, il 14 gennaio scorso, a 23 anni di regime autoritario. Amira al-Hussaini, invece, la storia l'aveva seguita in lungo e in largo.

Amira Hussaini ha coordinato un gruppo di blogger impegnati nella raccolta di informazioni sulla rivolta che montava in Tunisia. Fanno capo a Global Voices, organizzazione su base volontaria con cui collaborano blogger da tutto il mondo, e non solo, anche piattaforma che traduce, aggrega e fornisce collegamenti a contenuti online. Per raccogliere informazioni [quelli di Global Voices] hanno seguito anche Facebook, YouTube e Twitter, dove i blogger, insieme a centinaia di comuni cittadini, hanno assunto il ruolo di cronisti, raccontando le loro esperienze e mettendo a disposizione online foto e video realizzati con il cellulare. “A fare da cronisti e raccontare cosa succedeva per le strade c'era un esercito di persone”, spiega l'editor di Global Voices per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Subito dopo il terremoto e lo tsunami che venerdì scorso hanno colpito il Giappone, i blogger che dall'Asia orientale collaborano con GVO come volontari sono riusciti a realizzare uno speciale sulle devastazioni in corso, pubblicando filmati girati da ordinari cittadini e traducendo messaggi pubblicati su Twitter, che registrava fra l'altro richieste d'aiuto di chi si trovava isolato in casa all'ultimo piano. Durante il fine settimana, quando ormai si temeva una nuova possibile esplosione in uno degli impianti nucleari, hanno monitorato le conversazioni in atto sui social network, raccontando in che modo la gente si scambiava consigli sulle misure di sicurezza e metteva in discussione il ricorso alle centrali nucleari in aree a rischio sismico.

Il nostro compito è di porci come curatori delle conversazioni che intercorrono su internet fra persone in grado di comprendere bene quello che accade, osserva Rebecca MacKinnon, che ha diretto gli uffici della CNN a Tokyo e fondato Global Voices insieme a Ethan Zuckerman, tecnologo ed esperto d'Africa, quando erano entrambi fellow del Berkman Center for Internet and Society dell'Harvard University. Amplifichiamo, contestualizziamo e traduciamo i contenuti di queste conversazioni specificando perché sono pertinenti.

MacKinnon e Zuckerman raccontano che il network è nato a partire da un incontro internazionale di blogger tenutosi ad Harvard nel tardo 2004. In quell'occasione hanno capito che c'era l'opportunità, utilizzando i contenuti presenti su piattaforme come Twitter e nella blogosfera non statunitense, di creare una community globale in cui questi blogger potevano far confluire il loro lavoro. Il nostro scopo è portare con cadenza quasi quotidiana a conoscenza del pubblico voci come quelle del popolo tunisino, per esempio, sia che il tema sia quello caldo della rivolta, sia che le conversazioni vertano su notizie locali o risultati sportivi. Dice Zuckerman: “Non ci paracadutiamo sul posto. Siamo lì già da prima”.

Global Voices è ormai un'organizzazione non-profit a gestione indipendente che riceve fondi in via prevalente tramite donazioni da privati e fondazioni. A dirigerla è Ivan Sigal, che ha condotto studi sul ruolo dei citizen media in aree di conflitto presso l'Institute of Peace (USA), e poi ne è diventato direttore esecutivo nel 2008. Materialmente Sigal non ha un ufficio, ma coordina il lavoro di uno staff composto da 20 editor e oltre 300 volontari, fra blogger e traduttori che risiedono fuori dagli Stati Uniti.

Il sito riceve in media mezzo milione di visite al mese, questo il dato che ha fornito. Molti dei volontari pubblicano anche contenuti sui rispettivi blog personali e sulle piattaforme dei social media. Amira Hussaini, che su Twitter ha lo pseudonomio di Justamira è fra questi. Sigal sottolinea che Global Voices non riceve finanziamenti statali. “Ci preme che se ne percepisca la neutralità” aggiunge.

Per Sigal la collaborazione fra editor e blogger volontari ha fatto sì che tutta l'operazione facesse propri valori del giornalismo tradizionale come la verifica dei fatti e delle fonti. “Ma più che di storie compiute, ci occupiamo di conversazioni” osserva Sigal. “Quando lavoriamo a una storia, inseriamo i link alle fonti originali, per consentire al lettore di approfondire a piacimento e scoprire più cose”.

Clay Shirky, professore alla New York University e autore di Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations, ha osservato che una delle funzioni più importanti di Global Voices consiste nel tradurre contenuti online per un pubblico internazionale.

“Tutto è partito dall'idea di ampliare la portata dei servizi giornalistici” osserva. Poi però la cosa si è fatta più decisiva di quanto si potesse immaginare, perché gli altri mezzi di informazione intanto stanno lasciando le loro postazioni.

Oltre alle notizie dal Giappone e ai costanti aggiornamenti sulla rivolta in Libia e le violenze in atto nello Yemen, il sito ha raccolto anche testimonianze relative al crescente influsso delle community online nella politica russa, alla crisi politica in atto in Costa d'Avorio e alla Giornata Internazionale della Donna in Colombia. Ha trovato spazio anche il grande interesse suscitato nella blogosfera sud coreana dal fatto di cronaca che ebbe come protagonista l'attrice ventiseienne suicidatasi nel marzo 2009, subito dopo aver reso pubbliche cinquanta lettere in cui indicava i suoi sfruttatori e chi aveva abusato di lei.

Ma a dominare la piattaforma, nelle ultime settimane, sono stati i tumulti in Medio Oriente e in Nord Africa. Giornate, quelle trascorse, che hanno visto impegnata Amira Hussaini 18 ore al giorno; e adesso a seguire il suo lavoro su Twitter e Global Voices sono giornalisti dei media tradizionali, fra cui Andy Carvin di NPR, che da settimane pubblica e cura regolarmente contenuti su Twitter, creando un collegamento costante sul tema delle rivolte in atto in quella regione.

Prima di iniziare la sua collaborazione con Global Voices nel 2005, Amira Husseini ha lavorato dodici anni come redattrice per un quotidiano di lingua inglese in Bahrein. Cura quella regione come editor dal 2006 e la conosce bene. Malgrado ciò, ha confessato di essere stata colta di sorpresa da queste insurreazioni che hanno attraversato il Medio Oriente così vicino a casa sua in Barhein [senza risparmiare per altro il suo Paese, come ci conferma la cronaca delle ultime settimane]

Dalla Libia, dove i ribelli stanno combattendo contro il Col. Muammar Gheddafi, Amira ha ammesso che è stato molto più difficile ottenere informazioni, e questo, secondo lei, è da attrubuire più alla paura di ritorsioni che a una mancanza di accesso a Internet. “Lo spazio dei citizen media in Libia è modesto,” ha aggiunto. “Qui, e in altri luoghi in cui opera molto la censura e la gente teme il regime, per noi è molto difficile trovare qualcuno disposto a parlare. Si sa che l'arresto dei blogger in certi Paesi è cosa ordinaria.”

Ai blogger che sono incarcerati o che incontrano difficoltà per via di restrizioni alla libertà di espressione, Global Voices offre sostegno con  Global Voices Advocacy, gestita da Sami Ben Gharbia, stimato blogger e fondatore di Nawaat, un blog sulla Tunisia, oltre che attivista, in esilio dal suo Paese per 13 anni [fino al gennaio scorso].

Ethan Zuckerman afferma che l'organizzazione è impegnata a sostenere la libertà di espressione, ma anche a seguire l'attualità globale. “Non sempre chi legge è interessato a sapere cosa accade nello Yemen,” dice Zuckerman. “Aspettiamo da tanto che si accenda l'interesse di chi legge per questi angoli del mondo, e ormai siamo pronti a raccontargli le storie che li riguardano.”