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Due chiacchiere con lo scrittore e blogger giamaicano Marlon James

Marlon James [in] è nato in Giamaica nel 1970. Il suo romanzo d'esordio, John Crow's Devil, del 2005 (Il Diavolo e John Crow [it], Baldini Castoldi Dalai Editore, 2008, traduzione di F. Santi), ha partecipato al concorso Commonwealth Writers’ Prize [in] ed è stato finalista al Los Angeles Times Book Prize. Nel febbraio di quest'anno è uscito il suo secondo romanzo, The Book of Night Women, che un critico ha definito “scritto in maniera splendida e devastante” [in]. Oggi James vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura e scrittura creativa al Macalester College [in] di St. Paul, nel Minnesota.

James è anche blogger. Dal maggio 2006 pubblica saltuariamente su Marlon James, Among Other Things [in] riflessioni su libri, musica, cinema, politica e società. Di recente, il blogger letterario Maud Newton [in] di New York l'ha intervistato a proposito del nuovo libro. E poco dopo James ha rilasciato un'intervista anche a me, per posta elettronica, parlandomi dell'attività di blogger. Qui di seguito un estratto della mia conversazione con lui.

Nicholas Laughlin: In un recente commento [in] hai criticato gli scrittori “elitari” ostili a internet che disprezzano i blog. Ne hai trovati così tanti in giro? Di questi tempi un blog pare ce l'abbiano tutti e persino le riviste tradizionali come la New York Review of Books, il New Yorker e altri ricorrono a blog, podcast e feed su Twitter. Dove e a che pro si esprime il  filone resistenziale contro i media online?

Marlon James: Disprezzo per internet? Dove si trova? Nella stessa intellighenzia letteraria. C'è del dileggio bonario, ma circola molto anche la convinzione che internet non sia lo spazio adatto a riflessioni e dibattiti intellettuali seri. Cosa da cui in passato sono nate delle faide. Penso alle insulse e puerili polemiche sollevate qualche anno fa da certi scrittori sul giornale letterario N+1 [in], a proposito di blog tipo  The Elegant Variation [in].

Nessuno più di me è convinto dell'importanza del libro e della sua tenuta, ma la letteratura esisteva prima del suo avvento ed esisterà anche dopo. Siccome a internet non c'è scampo, tendiamo a credere che tutti siano connessi e nessuno abbia niente in contrario, e invece la rete è ancora vista come il malvagio che non aspetta altro che colpire. Il luogo dove pedofili irriducibili adescano fanciulle e fanciulli. Distrugge la lettura. Ha creato una cultura senza spessore (e io che credevo fosse l'assenza di spessore il problema). Detto questo, internet ha fatto regredire il patrimonio della conoscenza comune al rango di opinione, o comunque all'ultima voce pubblicata su Wikipedia [it]. Tutti timori magari  fondati, ma si diceva così, a suo tempo,  anche del romanzo, della radio e della TV.

Ciò non significa che tutti debbano aprire un blog. Se c'è una cosa che affligge la cultura delle confessioni in rete è l'essere in tanti ad aver così poco da dire, e volerlo dire a tutti i costi. Però di gente che ha cose da dire ce n'è,  e in tal caso internet è l'unico posto dove puoi ascoltare queste voci.

NL: Credi di attirare un pubblico più vasto avendo un blog?

MJ: Non saprei. Il mio amico Don Lee è convinto che il Marlon James  blogger sia una persona totalmente altra. Una volta un docente di scrittura creativa mi ha detto persino che il mio personaggio letterario è uno scrittore di gran lunga migliore. A un certo punto c'era chi mi conosceva solo come blogger. Ho aperto un blog perché avevo da tirar fuori un sacco di cose che la narrativa non riesce a trasmettere. Più che altro cose sulla vita di oggi. Può anche darsi che non mi sia dato abbastanza da fare per trovare collaborazioni con le riviste. Ho pochissima voglia di confessarmi e non è che mi faccia vivo solo se c'è il pubblico. E poi non sono mica sicuro che leggano quel che scrivo. In un certo senso il mio blog è l'area di smistamento dei miei pensieri. Per altri versi è la prova generale di quel che voglio scrivere sul serio.

NL: Che differenza c'è fra scrivere per il tuo blog e scrivere, poniamo, per un saggio breve su carta? Quando scrivi qualcosa da pubblicare online, cambia il metodo, cambia la voce, l'intenzione? Conta il mezzo? C'è qualcosa che non scriveresti se non fosse per il blog?

MJ: I miei commenti sul blog sono più che altro ricerca; scrivo per cercare quel che voglio dire veramente. Non so bene perché, ma mi viene più naturale nel formato blog, un modo per buttare giù quel che ho dentro. Su carta, il  post dal titolo “The Bigots On My Bookshelf” [it] risulterebbe acerbo e un po’ inconcludente, ma online appare per quel che è, il mio essere in corso di svolgimento. All'inizio dell'articolo non avevo la minima idea di come sarebbe finito.

Potrei sbagliarmi, ma ho sempre avuto l'impressione che scrivendo su carta uno dovesse come minimo saper cosa scrivere. O almeno avere un'idea portante. E poi per me è più facile scrivere un post solo per rabbia, senza preoccuparmi di esser razionale  — mostrando il mio lato più vulnerabile, se vogliamo. La mia scrittura non si discosta mai tanto da come parlo, ma è quando scrivo un post sul blog che forse la vicinanza è massima. Il che magari disorienta chi crede che me ne vada in giro oberato da grevi pensieri, quando al massimo  sono lì che penso a come procurarmi ‘Buffy l'ammazza vampiri’. E visto che parliamo di Buffy, uso i blog per sparare battute un po’ su tutto fuorché la letteratura. In fondo c'è dell'altro nella vita, oltre i libri. Beh, non molto altro, ma insomma…

NL: Che è come dire: credi che il tuo blog sia un'opera letteraria?

MJ: No. Un esercizio di ricerca sì, però. Il campo da gioco dove crescono i pensieri. Prove di giornalismo da dilettante, magari. Una riserva di saggi, il più delle volte. Ma forse sono l'unico a credere che l'arte sia meglio lavorata che grezza, e i miei blog tendono al grezzo.

NL: Hai mai pensato di scrivere i tuoi romanzi per mezzo o in forma di blog?

MJ: Ora ci addentriamo nell'area luddista [it] del mio essere. Se una storia è valida funziona a prescindere dal mezzo, però a volte mi chiedo chi ci riesce. La narrativa  sui blog corre gli stessi rischi di quella pubblicata a proprie spese. Ci sono senz'altro ottimi lavori in giro, ma anche tante cose scadenti, da quanto ho visto, che stanno in piedi solo per la boria dell'autore oppure, se vogliamo, cose che forse non si pubblicherebbero.

Come i libri pubblicati a proprie spese, anche i blog ci dimostrano ancora una volta che non si può fare a meno di buoni editori. Il genio può abitare ovunque, ma è dura scovarlo se una quota smisurata di ‘sta roba è opera di autori che riversano online le loro deiezioni. La mia è una provocazione, lo so. Ma è un po’ come il cliché della bella e stupida. D'accordo, è sprezzante e offensivo. Ma chissa perché a me capitano tutte così?

NL: Quali sono i blog letterari che sei solito leggere? Segui la ristretta blogosfera letteraria caraibica, oppure senti di appartenere a una comunità più vasta?

MJ: Mi incuriosisce molto questo discorso della blogosfera. Il formarsi di una comunità. Ne parlava Binyavanga Wainaina [in] a un convegno alla PEN nel 2007 e l'ho fatto io stesso; secondo lui è stata internet a far nascere  la comunità degli scrittori africani contemporanei. Una compagine che parlava chiaro ai potenti, ma al tempo stesso troppo dispersa sul territorio, troppo elusiva, seppur tangibile, e oltremodo accessibile ai potenti che volessero fermarla.

Gli autori caraibici sono così dispersi e distanti per svariate ragioni e si ritrovano una volta all'anno in occasione del Calabash Literary Festival [in Giamaica]. Chi lo sa se avremo mai la nostra Parigi, però intanto potremmo ritrovarci online. Non so  bene cosa significhi, ma credo che agli scrittori serva una comunità, se non altro per trovare conforto. Mai ho sofferto di solitudine come quando scrivevo il mio primo libro. Però, a parte questo, leggo Guyana Gyal, Long Bench, il blog di Geoffrey Philp, Active Voice, e tutta una serie di altri blog che ora non ricordo. Oppure leggo Global Voices che mi dice dove andare.

NL: Di quali scrittori caraibici ti piacerebbe leggere il blog?

MJ: V.S. Naipaul ha i suoi fegatini da rodere, è evidente. E magari se ne mettesse un po’ di più online, non ce li propinerebbe sparsi per i suoi libri. Faccio per dire.

1 commento

  • Tamara Nigi

    Saper cosa scrivere e saper come scrivere…

    …e polemica sempre viva sui corsi di scrittura creativa, qui:

    http://www.corriere.it/cultura/09_agosto_14/manera_fabbriche_di_illusioni_9bd6b880-88a5-11de-a986-00144f02aabc.shtml

    Andrea Di Gregorio, che scrive e traduce dal greco moderno e dall’inglese, dice che i corsi di scrittura creativa servono, a patto che…

    Così, Di Gregorio, in un breve saggio pubblicato sul sito di Libriamo 2009, la manifestazione sul mondo dei libri e dell’editoria promossa dal Comune di Vicenza, e dedicata, quest’anno, allo scrittore vicentino Goffredo Parise.

    “Nelle accademie di pittura e nei conservatori di musica è prassi comune, salutare e vivificante esercitarsi a comporre “nello stile” di qualcun altro. E nessuno si azzarderebbe mai a proporre un proprio stile senza prima aver mostrato di padroneggiare quello dei classici”
    (neppure Picasso si è azzardato, neppure Prokofiev).

    Qui il testo integrale del breve saggio di Di Gregorio, sul sito di Libriamo: http://www.libriamo-vicenza.com/2009/Scrivere%20Sillabari.pdf

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