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Israele: i muratori pendolari di Gaza

[Nelle ultime settimane] la blogosfera di lingua russa ha prodotto una miriade di post sulla guerra di Gaza, con tutte le posizioni ben rappresentate sia da blogger israeliani che non-israeliani.

Il testo [rus] qui proposto in traduzione non parlava però del conflitto in atto. L'8 gennaio scorso l'utente leorer (Leonid Rabin), che risiede a Tel Aviv, ha pubblicato un post raccontando di sei muratori di Gaza, con i quali negli anni 1996-97 aveva lavorato nella città israeliana di Ashdod [it] per un anno e mezzo: “i primi anni vissuti a Israele”:

[…]

Sono tutti [padri di prole numerosa]. Hanno dai quarant'anni in su. Uno di Gaza non può avere meno di cinque figli se vuole ottenere il permesso di lavoro (si pensa che solo così righi dritto senza farsi venire grilli per la testa). Quanto al problema del tasso di natalità a Gaza, per qualche motivo sembra ci si dimentichi che a incentivare le nascite siamo stati proprio noi, e anche con misure come questa.

[Il responsabile della squadra di Gaza] lavora in Israele da quindici anni. Dicono che abbia costruito mezza RishonLeZion [in]. Lavorava insieme a due dei sette uomini ammazzati a fucilate il 20 maggio 1990 dal “eroe israeliano” [it] Ami Popper [in]. Lui stesso [il caposquadra] era scampato per miracolo. Quel giorno non era andato al lavoro perché stava male, altrimenti ci sarebbe stato anche lui fra le vittime.

Aveva lasciato la città di  Ashqelon [it] (che all'epoca si chiamava Majdal) quand'era bambino. Raccontava che laggiù i suoi possedevano molta terra ed erano gente rispettata.  Poi era stata la volta del campo profughi, dove lui era comunque riuscito a farsi strada fino a diventare [capo squadra di un cantiere edile].

L'altro “veterano” di Gaza era padre di dodici figli (più di quanti non ne avessero tutti gli altri) e lo soprannominavano Ya-Hmar [in] perché aveva il miglior asino da monta di tutta Gaza. Tutti gli portavano le femmine per l'accoppiamento. Ma lui non ci ricavava abbastanza, e così aveva preso a lavorare nell'edilizia in Israele. Al lavoro era lui a ripetere a gran voce “yalla-yalla” ogni due minuti per incitare i compagni, e lo si sentiva in tutto il vicinato.

Una volta che gli avevo chiesto se fosse difficile tirare su dodici figli mi aveva risposto: “Più ne hai, più è semplice. Si dividono in due squadre e giocano a pallone, hanno sempre qualcosa da fare tra loro e non ci disturbano…”

[…]

Vivevano tutti nelle vicinanze di Khan Yunis [it].

Ecco il racconto della classica giornata di lavoro nello stile di Ivan Denisovich [it[.

Il momento cruciale era il passaggio del checkpoint di Erez [it] (in ebraico machsom [in]) sulla via di Israele. Apriva alle quattro del mattino e chiudeva alle cinque o sei del pomeriggio. Quindi bisognava raggiungerlo per le cinque, perché poi ad attraversarlo ci voleva minimo un'ora.

Così si svegliavano alle tre del mattino. Alle quattro salivano sulla macchina del capo squadra come fosse un grande taxi per raggiungere il machsom. Ci voleva minimo un'ora, perché nella Striscia di Gaza [it] ci sono anche i checkpoint israeliani [it] che ti controllano. Non potendo entrare a Israle in automobile, lasciavano il mezzo nei pressi del machsom di Erez. Quando andava bene, riuscivano a passare il checkpoint alle 5:30 per poi raggiungere Israele in autobus. Sono autobus speciali quelli che trasportano i gazioti da Erez direttamente a Tel Aviv. Sono di Gaza anche gli autisti, ma solo gente particolarmente fidata. Verso le sei l'autobus raggiungeva l'incrocio di “Ad Galom”,  loro scendevano e proseguivano a piedi per il cantiere.

A piedi dovevano farsi circa tre chilometri. Lungo il tragitto arraffavano vestiti distesi ad asciugare, rubavano scarpe da donna, se ne trovavano in giro, a volte si trascinavano al cantiere persino bici da bambino. Quando gli ho chiesto come facessero a far passare la refurtiva dal checkpoint rientrando a Gaza, mi hanno risposto che era molto semplice. Al ritorno non c'era nessuno a controllare, in compenso dentro Israele non potevi portare neanche una vite, perché ti perquisivano lasciandoti quasi in mutande.

Si cominciava a lavorare alle 7:30, quindi gli rimaneva quasi un'ora e mezza libera. Quanto bastava per sistemare quello che avevano sottratto dagli isolati vicini, accendere un fuoco e fare colazione.

A Gaza bisognava rientrare entro le 5:00 del pomeriggio (il Venerdì invece entro l'una), perciò dal cantiere dovevano partire almeno alle tre, se non volevano perdere l'autobus. Se non si registravano – all'ingresso il mattino e in uscita il pomeriggio – perdevano il diritto di entrare a Israele. E se uno perdeva l'autobus doveva arrangiarsi con altri mezzi, anche in taxi, pur di essere nella Striscia di Gaza entro le cinque.

Ripartivano dal machsom di Erez con lo stesso mezzo. Se andava bene, a casa ci arrivavano alle sei. Cenavano, pregavano e già era ora di coricarsi. L'indomani si sarebbero dovuti svegliare alle tre di notte.

Pare che alcuni a casa non tornassero, per fermarsi invece  a dormire su materassi al checkpoint di Erez, sul versante di Gaza. Così risparmiavano tempo ed energie. Non i nostri compagni, però – loro erano persone coscienziose e la sera ci tenevano a riabbracciare le mogli e rivedere i figli.

Quanto al pregare, si ricordi che è sacro. Si portavano sempre dietro il proprio tappeto e quando non ce l'avevano ne trovavano uno qualunque. Quando arrivava il momento, si mettevano a pregare ovunque fossero – al cantiere, al checkpoint, per strada. Il più devoto fra loro era il capo squadra.

In otto ore un gaziota doveva fare il lavoro che altri facevano in dieci ore, perché altrimenti conveniva ingaggiare un rumeno, come del resto ogni altro operaio immigrato che fosse in grado di tirare per dieci o dodici ore, facendo anche lo straordinario all'occorrenza, e per di più senza doversi registrare al checkpoint mattino e sera. Sul serio, lavorava di più un muratore di Gaza in otto ore che un rumeno in dodici. E tutto questo dopo il tragitto di “andata” e di “ritorno” descritto sopra.

Io, come molti altri che non venivano da Gaza, sarei crollato dopo una settimana di questo ritmo, ma i nostri compagni gazioti questa vita la facevano da dieci anni.  E tutto ciò finché un giorno la Striscia non è stata chiusa una volta per tutte, e allora la vita si è fatta ancora più dura per loro. […] Dopo aver visto quello che ho visto, ho capito subito che non si può piegarla né spezzarla questa gente. O la si elimina, o si impara a viverci insieme. Non ci sono alternative.

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