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Una nazione esiliata: tutto il mondo dovrebbe sostenere l'autodeterminazione del Sahara Occidentale

Tecber Ahmed Saleh, un'operatrice sanitaria del Ministero della Salute del Sahara Occidentale, parla ad un pubblico di sindacalisti alla Unions NSW a Sydney in Australia. Foto di Timothy Ginty, usata con permesso.

Per 40 anni, il popolo saharawi [it] è stato esiliato dalla propria patria, rilegato in quello che è conosciuto come il “deserto dei deserti”, dove vive nella speranza di raggiungere un giorno il tanto agognato ritorno nella loro terra promessa: il Sahara Occidentale [it].

La loro attesa è così lunga che intere generazioni sono vissute e morte sperando in un ritorno. Una giovane donna saharawi, Tecber Ahmed Saleh, mi dice: “Mia nonna, morì stringendo la radio, pensando che domani avrebbero indetto un referendum.”

Il referendum a cui si riferisce la nonna di Tecber era stato promesso inizialmente nel 1991, quando, dopo decenni di colonizzazione e conflitto, il governo marocchino accettò la cessazione delle ostilità che avrebbe dovuto portare ad un voto per l'indipendenza o l'autonomia all'interno dello stato marocchino.

Il referendum si rivelò un miraggio, e l'attuale generazione di saharawi sta diventando impaziente. Tecber mi dice che “la generazione più giovane sta pensando ‘oh, abbiamo aspettato per la vostra soluzione pacifica per quarant'anni, non moriremo nel deserto, forse perderemo, ma ci avremo provato. “

Il popolo saharawi è stato spinto in questo “giardino del diavolo” – com'è conosciuto il deserto in cui vivono – nel 1975, quando a seguito del ritiro della Spagna coloniale dall'Africa, gli eserciti del Marocco e della Mauritania, si mobilitarono per occupare il Sahara Occidentale, ricco di risorse, dando inizio a un conflitto sanguinoso che si sarebbe concluso con l'annessione della regione da parte del Marocco nel 1976.

Di fronte all'occupazione marocchina, i saharawi cercarono rifugio nella vicina provincia di Tindouf in Algeria, stabilendo uno dei più grandi e duraturi campi profughi nel mondo, da cui il governo del Sahara Occidentale opera in esilio.

Oggi, con solo un logoro accordo sul cessate il fuoco tra l'esercito marocchino e il Fronte Polisario del Sahara Occidentale, il ritorno della guerra rimane una possibilità sempre presente.

Formatasi inizialmente come difesa armata dei territori del Sahara Occidentale contro le incursioni marocchine e mauritane del 1976, il Fronte Polisario è cresciuto in un movimento ideologicamente eterogeneo il cui obiettivo principale è l'indipendenza dei saharawi.

Dal 1991, il Fronte Polisario è ricorso a metodi pacifici per assicurare l'indipendenza, sebbene si riservi il diritto di ricorrere alle armi se il Marocco non dovesse rispettare la tregua, che include il referendum tanto promesso. L'accordo di pace raggiunto tra il Fronte Polisario e la Mauritania nel 1979 rimane in vigore.

Per costruire la pace, è necessaria la buona volontà. Ma con un muro di 2700 chilometri a separare il popolo saharawi dalle loro ricche terre e acque a ovest, e con una presenza di mine anti-uomo, stimata tra i cinque e i dieci milioni, al di sotto del  muro, c'è poco da meravigliarsi se i saharawi ripongano poca fede nella buona volontà del Marocco e si rivolgono invece alla comunità internazionale. Noto ai saharawi come “Muro della Vergogna”, questo muro fu costruito in più fasi durante gli anni 80, a seguito delle rinnovate ostilità tra il Marocco e il Fronte Polisario. Oggi demarca il confine tra le “Province Meridionali” marocchine e la Zona Libera controllata dal Fronte.

Il popolo dei saharawi, dice Tecber, “crede davvero nella comunità internazionale, nella legge e giustizia internazionali.” e per questa ragione Tecber ha visitato l'Australia questo settembre. Tecber ha fatto appello al pubblico australiano e alla comunità internazionale di non dimenticare i 170.000 rifugiati saharawi abbandonati nell'angolo sud-occidentale dell'Algeria, dove le temperature possono raggiungere i 50° nei mesi estivi.

I profughi saharawi hanno vissuto in quei campi dal 1975, quando l'Algeria li riconobbe ufficialmente come rifugiati e permise l'accesso ai servizi pubblici. Negli anni 80, l'Algeria fece appello alle Nazioni Unite per assisterla nel rispondere alle necessità primarie dei rifugiati, e i campi tutt'oggi restano dipendenti dagli aiuti internazionali per la sopravvivenza. Ma con i tagli ai budget per gli aiuti umanitari durante periodi convulsi su scala globale, le condizioni nei campi profughi stanno peggiorando. Tecber dice: “Riceviamo sempre meno cibo. All'inizio ricevevamo due chili di zucchero o due litri di olio al mese per persona. Ora ne riceviamo la metà, e le famiglie devono adeguare i propri bisogni.”

Tecber è un'operatrice sanitaria del Ministero della Salute del Sahara Occidentale, che opera dai campi profughi. La sua ricerca ha dimostrato che la dieta dei rifugiati saharawi non offre nemmeno il minimo indispensabile al fabbisogno nutrizionale. Questo perché, spiega, le razioni dei rifugiati dovevano essere temporanee – giusto il tempo necessario per aiutarli ad andare avanti fino non fosse stata trovata loro un nuova sistemazione. La situazione “temporanea”, tuttavia, ora continua da più di 40 anni.

Tecber nota inoltre che i rifugiati non hanno accesso ad adeguati quantitativi di acqua potabile. L'acqua, dice, “è piena di minerali che hanno un impatto diretto sulla salute delle persone – come per esempio lo iodio – quindi le persone stanno bevendo un'acqua che a lungo andare gli causerà più problemi di salute che benefici.”

Sebbene la comunità internazionale abbia fallito nel fornire fondi adeguati per i bisogni umanitari dei profughi, Kamal Fadel, un rappresentante del governo del Sahara Occidentale in Australia e Nuova Zelanda, parla molto bene del paese che ospita il maggior numero di saharawi. “Libertà e rispetto per i diritti altrui sono radicati nella mentalità algerina,” dice. “È parte della personalità degli algerini.”

Mohamed Kamal Fadel, rappresentante del Fronte Polisario in Australia e Nuova Zelanda, parla ad un pubblico di sindacalisti alla Unions NSW a Sydney, in Australia. Foto di Timothy Ginty, usata con permesso.

Stando a quanto dice Kamal, la solidarietà da parte di nazioni che sono già state liberate dall'oppressione coloniale – nazioni come Algeria e Timor Est – è stata importante nel mantenere alto il morale del movimento d'indipendenza. “Sapere che persone lontane si interessano,” dice Kamal, “è ciò che ci fa andare avanti. Questo è ciò che ci da la forza a dispetto di tutte le difficoltà.”

Nei campi fatti di case in mattoni d'argilla e tende di tela, il popolo saharawi ha lavorato per costruire l'infrastruttura e l'apparato statale: hanno stabilito servizi per l'educazione e l'assistenza sanitaria, ministeri, e un corpo diplomatico. Gli sforzi nel costruire una sovranità [nazionale] sono stati riconosciuti in momenti diversi nella storia da 80 paesi, e il Sahara Occidentale è uno dei fondatori dell'Unione Africana. La vera sovranità, tuttavia, rimane sfuggente a causa di interessi economici francesi, dell'impotenza diplomatica spagnola, dell'influenza e del potere marocchini, l'inconsistenza statunitense e, più importante di tutte, l'ignoranza internazionale. “Tutti sanno della Palestina, ma nessuno sa del Sahara Occidentale” si lamenta Tecber.

Una soluzione al conflitto era stata quasi assicurata nel 1991 quando il processo di pace della Missione dell'ONU per il Referendum nel Sahara Occidentale (MINURSO [en]) era stato accettato sia dal governo marocchino che dal Fronte Polisario, annunciando il tanto agognato referendum sull'autodeterminazione. Dopo quasi 30 anni, però, questo referendum resta irraggiungibile.

Kamal Fadel afferma che non solo la missione di mantenimento della pace dell'ONU ha chiaramente fallito nel portare a termine il referendum – ha anche fallito nel proteggere il popolo saharawi dalle violazioni dei diritti umani. “Minurso è l'eccezione alla regola”, dice. “Ogni missione ONU nel mondo ha l'ordine di monitorare e riportare sui diritti umani: MINURSO non lo fa.”

Nei recenti tentativi di espandere il mandato della missione ONU, gli alleati del Sahara Occidentale e le nazioni favorevoli al referendum sono andate contro il potere di veto della Francia nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che inequivocabilmente supporta gli interessi marocchini nel Sahara Occidentale. “Questo tipo di affari come al solito deve finire,” dice Kamal. “Non possiamo lasciar fare il MINURSO all'infinito, perché sta spendendo un sacco di soldi e non sta facendo il suo lavoro.”

Per riuscire a superare quest'impasse, Kamal raccomanda una presa di posizione più forte da parte dei governi di tutto il mondo, al fine di promuovere un'espansione del mandato di MINURSO per includere il monitoraggio dei diritti umani, riconoscere il Fronte Polisario come rappresentante legittimo del popolo saharawi, e incoraggiare l'ONU ad portare avanti senza ulteriori indugi il referendum già incluso nel mandato.

Questioni di geopolitica, interessi commerciali e processi diplomatici a parte, la domanda di giustizia che pone Tecber Ahmed Saleh – la sua preghiera al mondo – è molto più semplice: “Perché non possiamo semplicemente avere la nostra terra?”

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